Un anno di cinema: i film (quasi) più belli

Ho messo insieme i film che ho apprezzato di più in quest’anno di distribuzione. Essendo la distribuzione italiana un compromesso costante tra i film prodotti nel mondo e i film che vengono passati al cinema, ci sono storie di film che sembrano usciti molto tempo fa, ma che in realtà sono di quest’anno. La maggior parte dei film che andarono forte agli oscar di Marzo (riferiti quindi al 2013) sono usciti in Italia nel corso del 2014. C’è poi un film che è addirittura del 2008, ma è stato distribuito prima dell’estate per motivi (ahimè) che con il film c’entrano poco.

Prima dei miei migliori dieci ho voluto scrivere tutti i film che in un modo o nell’altro valeva davvero la pena vedere (e valgono ancora lo sforzo di uno streaming). Sono sedici. Ce ne sono alcuni che ho perso, e che con una buona certezza sarebbero finiti dentro. Due su tutti: Leviathan di Andrei Zvyagintsev e Locke di Steve Knight.

Per chi ha fretta, all’inizio di ogni blocco c’è la lista di titoli. Sotto, per chi ha pazienza o interesse, ci sono due parole spese per ogni film. Il primo blocco è fatto di tre documentari, il secondo di dieci film molto belli, il terzo è fatto di tre film pazzeschi per il coraggio dell’idea che sta dietro la realizzazione (una specie di premio della giuria).
In un prossimo post, per ragioni di spazio e lunghezza, ci saranno i dieci migliori film.

1. Documentari:
1. Alla ricerca di Vivian Maier, di John Maloof
2. Quando c’era Berlinguer, di Walter Veltroni
3. Salinger, di Shane Salerno

Alla ricerca di Vivian Maier, di John Maloof
Nel 2007 un ragazzo di New York, John Maloof, compra dei bauli a 380 dollari, ad un asta, per una tesi che deve scrivere su Chicago. Spera di trovare dei negativi interessanti sulla città. Scopre molto di più: Vivian Maier, una fotografa di strada pazzesca. Si mette a cercare la sua storia, incontra le persone delle foto e tutti coloro che hanno interagito con lei. Scopre una donna con una personalità piuttosto controversa e difficile, ma con un occhio verso la gente che avevano solo i grandi fotografi. Di professione bambinaia, non ha mai pubblicato una foto in vita. Il film racconta di questa ricerca, e film dentro il film è la storia incredibile di Vivian Maier.

Quando c’era Berlinguer, di Walter Veltroni
Documentario di Veltroni (sì, quel Veltroni) sul più grande leader della sinistra italiana nella storia repubblicana: Enrico Berlinguer. Ne si racconta la storia politica da un punto di vista apprezzabilmente anti-agiografico. Niente santi, solo persone. Tante interviste a chi fu di quel PCI dirigente (Napolitano, tra gli altri) e di tutti coloro che hanno vissuto il riflesso di quell’idea di sinistra e di politica, a partire da sua figlia Bianca Berlinguer. In tempi di ingiustificata assenza della sinistra italiana, vedere Berlinguer (anche da lontano, attraverso un documentario), sottolinea il vuoto assoluto alla sinistra dell’onnicomprensivo Patto del Nazareno.

Salinger, di Shane Salerno
Un lavoro biografico ed ermeneutico importante su uno degli scrittori più importanti (e che personalmente amo di più) della letteratura americana. Da questo lavoro ne è uscito un libro di un migliaio di pagine (ISBN edizioni) e questo documentario che riprende parte delle fasi di lavoro, dando video alla storia molto singolare dello scrittore del giovane Holden e della sua fuga dall’editoria e dal pubblico dopo quel romanzo e poco altro. Vale lo stesso discorso di Berlinguer: anche in questo film i contributi vengono per la maggior parte da interviste che alleggeriscono il ritmo e allo stesso tempo sono una tecnica molto prolifica dal punto di vista contenutistico. Poi c’è Salinger, necessario per chiunque abbia amato Holden.

2. Dieci bei film, ma che avevano qualcosa meno dei dieci top.

1. Nymphomaniac (vol. I e II) di Lars von Trier
2. The Breaking Circles Breakdown (Alabama Monroe), di Felix Van Groeningen
3. Maps to the Stars di D. Cronenberg
4. Hannah Arendt di M. Von Trotta
5. Budapest Grand Hotel di Wes Anderson
6. 12 anni schiavo di Steve McQueen
7. Edge of Tomorrow di D. Liman
8. Interstellar di C. Nolan
9. Il regno d’Inverno di N.B. Ceylan
10. Under the Skin di J. Glazer

Nymphomaniac di Lars von Trier
Volume I e Volume II tagliati dalla censura moralista dell’agenzia di controllo che tanto sa di inquisizione o protezione dei costumi. Storia di una ninfomane e dei suoi satelliti; un Von Trier meno poetico dell’ultimo film (Melancholia), più schietto, meno idealista. Va in scena l’uso del corpo come strumento di potere, film sulla biopolitica che più foucaultiano di così si muore. Sesso esplicito girato con i genitali di attori/attrici porno poi trasferiti digitalmente sugli attori. La divisione in due parti, uscite a distanza di quindici giorni, penalizza: il primo stupisce, ma il secondo annoia e sa di già visto.

The Breaking Circles Breakdown (Alabama Monroe), di Felix Van Groeningen
È il film che contendeva la statuetta a Sorrentino come miglior film straniero. Appassionato, controllato, drammatico e con il bluegrass (una versione del country senza percussioni, con solo chitarre) necessario a farlo tanto indie quanto basta. Tutto perfetto, ma manca lo spessore del grande film. È solo un fattore stomaco, manca un coinvolgimento pieno.

Maps to the Stars di D. Cronenberg
Film sugli attori ce ne sono molti, Cronenberg usa la sua solita ruvidezza per raccontare questo film tragedia vecchio stampo in cui gli eroi muoiono tenendosi per mano. Ingredienti classici: incesto (Sofocle) e morte per veleno (Shakespeare), non fosse che i protagonisti sono un teen idol e la sua sconosciuta sorella, figli a loro volta dell’inconsapevole incesto di uno psico-massaggiatore new age con la sorella di cui ignorava l’esistenza. Ma questa è solo una parte: il resto è il (grande) Cronenberg che conosciamo: comportamenti maniaci ai limiti del surreale; incastri di storie e identità a matrioska; attori che interpretano attori fittizi talmente bene che lo stacco riesce e sembra che i personaggi del film siano reali, aggiunti al battaglione di stars del Sunset Blvd. Battaglia tra lo Star system e il suo riflesso nello specchio. Inutile dire, come nel Don Chisciotte, chi vince e chi perde.

Hannah Arendt di M. Von Trotta
Uscito nel 2012, da noi arriva due anni dopo. La guerra è finita da quindici anni, Hannah Arendt insegna negli Stati Uniti. Nel 1961 viene catturato il nazista Eichmann, rapito in Argentina e portato a Gerusalemme dal Mossad. La Arendt chiede ed ottiene di essere inviata dal New Yorker. Racconta un processo farsa e ne esce un ritratto del male, di Eichman e dell’olocausto amaro e indigesto per la comunità ebraica di tutti i paesi. I suoi amici ebrei disertano la sua amicizia, lei, controversa e spigolosa, rilancia sempre più a fondo le sue idee riassestando le tesi pubblicate a puntante sulla rivista americana nel libro suo più celebre: La banalità del male. La Von Trotta sceglie solo questa parte della sua vita (con ragione) e ne fa un biopic più attento alla concettualità che alla biografia.

Budapest Grand Hotel di Wes Anderson
Non posso certo iscrivermi al fanclub esoterico di Anderson, ma piaccia o meno, i suoi film non sono mai noiosi, non si prendono sul serio (vedi, in questo Budapest, la scena dello slalom gigante) e sono girati in una maniera che prima di lui non esisteva. Anderson si è inventato una maniera di fare cinema: l’uso del carrello, i colori, la tecnica narrativa, lo sfondamento continuo della quarta parete. Non fa il mio genere di film, ma riconosco in lui una genialità assoluta.

12 anni schiavo di Steve McQueen
Film vincitore annunciato degli scorsi Oscar. In Italia, subodorando la vittoria, venne distribuito il 20 febbraio, con l’occhio alla premiazione di inizio marzo. Vinse, e a vederlo ci andò qualcuno di più. Epopea in grande stile sulla schiavitù; comincia dove Tarantino aveva finito prendendosi molto più sul serio nel tentativo di un Ben Hur delle piantagioni cotoniere. Quello che per me non è stato il miglior film americano del 2013 non è nemmeno il miglior film del 2014. Rimane la forza espressiva dei grandi, che McQueen aveva già confermato con i suoi film precedenti, ma rispetto a questo molto più indipendenti e personali.

Edge of Tomorrow di D. Liman
Alieni, fine del mondo, Tom Cruise, armature giganti e fuciloni sono raramente ingredienti che combinati tutti insieme producono qualcosa che sia insieme bello da vedere e interessante dal punto di vista narrativo. Questo film invece li combina in maniera innovativa, forte di una storia che mischia la solita salsa multiuso dell’eroe che salva il mondo con la l’idea di tempo e di vita dei videogiochi. Muori e non sei fuori, solo ricominci da capo, dall’ultimo salvataggio. In questi ultimi tempi si è sperimentato molto nell’unire i due mondi (cinema e videogiochi). Si va dagli attori che si fanno protagonisti esclusivi degli sparatutto, alla regia in soggettiva degli Spiderman nuova trilogia (Webb) dove la ripresa sullo schermo dei voli inter-grattacieli sono gli occhi dietro la maschera: noi siamo Spiderman, non ci limitiamo più a vederlo da terzi.

Tom Cruise deve salvare quel che resta dell’invasione aliena (strateghi nazisti redivivi del futuro) ed è obbligato a ricominciare ad ogni morte per un contagio di sangue alieno. Poteri temporanei, certo, troppo facile altrimenti. Ogni volta daccapo, fino a che non può più, fino al punto limite: perde il potere e si spalanca il bivio tutto umano dell’incertezza. Non si può più ricominciare: o la scelta va o anche l’ultima chance è esaurita. Essere nuovi in un genere che non richiede novità, anzi vecchie certezze, è una delle cose più difficili che un film possa fare. Questo lo fa, e lo fa bene.

Interstellar di C. Nolan
Ha canalizzato il dibattito recente e diviso la platea. Interstellar sì/Interstellar no. I film che dividono sono anche quelli che hanno grandi meriti, a prescindere da che lato della barricata ci si metta al servizio. Ha diviso tutti; pubblico e critica. Io sto dalla parte della barricata che vuole Interstellar no, ma se si guarda all’anno intero di cinema non è possibile lasciarlo fuori. È un film presuntuoso e pretenzioso (come tutti i film di Nolan), ma rispetto agli altri ricco di debolezze della storia rattoppate da pretese metascientifiche valide per giustificare di tutto un po’. Ad un cast di attori così importante non corrisponde un film altrettanto forte. Ci si aspettava una cannonata che certo non ha fatto cilecca (poteva fare cilecca? Vedi alla voce budget). Il cannone ha sparato, ma per quel che mi riguarda ha sparato a salve un sacco di coriandoli e niente colpo.

Il regno d’Inverno di N.B. Ceylan
Palma d’oro a Cannes ad una pesantissima poesia lunga tre ore. Racconta la storia di un albergatore della Cappadocia, scrittore e giornalista culturale di un piccolo giornale locale a tempo perso, che diventa tempo pieno essendo l’inverno turco in quella località un trascinarsi di nullafacenza. Pochi clienti, poche cose da fare. L’idea di scrivere una storia del teatro turco, i problemi con la ricchezza e con la moglie; con la sorella e la sua accidia provocatoria e sterile. Ma tutto bloccato nella neve che si accumula, talmente incapace di reagire che non riesce nemmeno ad andare via dall’albergo per passare qualche giorno in città, staccare un po’ dalla moglie e dal loro rapporto consunto. Il film è pesante perchè è la sensazione che vuole dare. Vuole essere bloccato, animali in un recinto. È lento (e nonostante la sua esplicita volontà è un po’ eccessivo ) ma dopo la visione si ha la sensazione di dover gestire qualcosa di cinematograficamente ingombrante.

Under the skin di J. Glazer
Dal romanzo di Faber, il film non mantiene tante parti del romanzo. Scarlett Johansson è una aliena che usa l’identità femminile per adescare uomini nella campagna scozzese. Rispetto al libro non si specifica il perchè lei agisca così. Il film rimane più incompiuto, ma sicuramente meno scontato, dato che la pecca del libro è proprio attribuire agli alieni delle logiche totalmente umane (spoiler al libro: lei è mandata da una azienda aliena per rifornire di carne umana). Il film si basa su tutt’altri toni, è cupo, girato quasi sempre con luci molto scure. Con una Scarlett perfetta, il film esce dinamico e più che apprezzabile.

3. I coraggiosi.

I tre film che seguono sono i film per i quali ho la maggiore stima. Non sarei onesto a dire che sono i miei preferiti perchè non lo sono stati, ma in tutti e tre i film i registi hanno fatto delle scelte inattuali e modernissime allo stesso tempo; scelte rivoluzionarie ( o reazionarie, vedi il bianco e nero e il classicismo di Ida) che hanno reso questi tre film tra le cose più interessanti da vedere nella stagione. Non più belle in senso stretto. Ma dove si vede chiaramente un’idea di cinema non provinciale. Si usciva da questi film convinti di aver visto qualcosa che prima non c’era. Apparterrebbero alla categoria anche Nympohomaniac e Boyhood, ma ho privilegiato altri criteri e li trovate nelle altre liste.

1. Sineddoche New York di Charlie Kaufman
2. Ida di P. Pawlikowski
3. All is lost di J.C. Chandor

Sineddoche New York di Charlie Kaufman
Primo film da regista di Kaufman, lo sceneggiatore più richiesto del cinema cervellotico americano. Ha scritto Essere John Malkovich; Human Nature (Gondry); Il ladro di Orchidee (Jonze); Confessioni di una mente pericolosa (Clooney); Se mi lasci ti cancello (Gondry). Basta averne visto uno di questi per capire che uno così nasce una volta ogni cent’anni. Nel 2008 fa questo film complicato e stranissimo; confuso e pieno zeppo di rimandi metacinematografici e teatrali. In scena c’è la storia di un regista teatrale che vuole mettere in scena quello che sta facendo,cioè uno spettacolo in diretta su un regista che vuole mettere in scena uno spettacolo. Scatole cinesi della vita in tutte le sue forme. Un Truman Show consapevole che si riempie di doppi. Nella confusione delle coppie spinta sempre più a fondo, è uno degli ultimi film con Philip Seymour Hoffman come protagonista. Distribuito a distanza di sei anni proprio per questa ragione (Hoffman è morto a febbraio), è il film più complicato uscito quest’anno. Naturale perdersi nelle scatole.

Ida di P. Pawlikowski
Bianco e nero, polacco, protagonista una suora. Ci fosse ancora Villaggio, urlerebbe alla cagata pazzesca (Secondo tragico Fantozzi sulla Potemkin di Ejsenstein). Invece no. Neoclassicismo del cinema in toto, tutto inquadrature e tecnica per raccontare una storia del suo paese (Polonia) nel crocevia anni Sessanta tra fede (la suora), laicità (l’altra protagonista) e comunismo di sfondo. Solo Hazanavicius aveva fatto di meglio rispolverando il cinema delle origini con quel The Artist di qualche hanno fa. Paradossi del cinema: Ida, solo a raccontarlo, sembra di una pesantezza vecchissima da sala densa di fumo; sullo schermo invece sono 80 minuti dove tutto viene sfiorato. Una delle cose più belle per chi ama il cinema. Candidato forte al miglior film straniero insieme a Leviathan, date le grandi esclusioni di Dolan (Mommy) e (Il regno d’inverno) dalla shortlist.

All is lost di J.C. Chandor
Chandor aveva in testa di fare questo film, ma le difficoltà (si capirà il perchè) glielo impedivano. A Cannes incontra Redford, ne parlano e il film si decide di farlo. Redford è l’unico attore, sempre sulla scena. La sua barca a vela fa naufragio, lui butta il gommone di salvataggio e vagola per l’oceano. Solo lui e il mare. È una vita di Pi molto più intimista; non c’è un solo dialogo per tutto il film; l’unica parola che dice (“Fuck!”) è urlata dopo un’ora. La bellezza (e il coraggio) di non fare un film muto; ma un film di rumori e musica, dove le parole non servono. Se ne sprecano tante, si può provare ad ascoltare altro. Vien fuori una perla che solo uno come Redford (che ha fondato il Sundance) poteva portare a casa.

SrM

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2 pensieri su “Un anno di cinema: i film (quasi) più belli

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