I film più belli del 2014

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Ho scritto qui sedici bei film del 2014. Sono tutti film molto interessanti. Ce ne sono dieci, però, che ho trovato ancora più interessanti, per motivi diversi. Questa è l’unica lista, rispetto a quelle del post precedente, in un approssimativo ordine di gradimento dal minore al maggiore. L’ultimo è quello che, per distacco, mi è piaciuto di più.

10. Guardiani della Galassia di J. Gunn
9. Fruitvale Station di R. Coogler
8. Il capitale Umano di P. Virzì
7. Boyhood di R. Linklater
6. Frances Ha di N. Bumbach
5. Her di S. Jonze
4. Dallas Buyers Club di J.M. Vallée
3. Nebraska di A. Payne
2. Inside Llewin Davis di Joel e Ethan Coen
1. Mommy di Xavier Dolan

Guardiani della Galassia di J. Gunn
Supereroi sfigati, forse è per questo che hanno conquistato. Secondo film con il migliore incasso del 2014 nel mondo, primo negli Stati Uniti. Certo eroi, ma per necessità non per vocazione. Niente tutine alla Spiderman o soldi di Tony Stark e Bruce Wayne. Una aliena verde (Zoe Saldana, dopo che in Avatar era blu), un ricettatore umano (mezzo), un gigante ex wrestler (Batista) e la strana coppia volpe e albero. Tutti i personaggi rimandano ad altri contesti e universi (Tolkien, altri fumetti) ma insieme sullo schermo sono un piacere. Fa ridere, diverte, ha effetti speciali pazzeschi, non è della solita piacevole banalità sconcertante. Per vincere la scommessa supereroi, cioè per distinguersi, essendo che sono tutti fatti molto bene ma tutti perfettamente sovrapponibili e intercambiabili, da Iron Man a Thor, bisogna proporre qualcosa di alternativo al salvataggio del mondo. Ci deve essere, è chiaro, ma la battaglia la si vince sul film parallelo. Nolan è stato maestro giocando su quel terreno con il grande stile. I Guardiani vincono all’opposto, sul basso profilo. Dopo Il cavaliere oscuro, il miglior film sui supereroi.

Fruitvale Station di Ryan Coogler
Coogler, studente californiano di cinema, era alla fine del suo percorso scolastico quando Oscar Grant (ventiduenne di colore) fu assassinato da un poliziotto (bianco) a Oakland, California. Era il primo gennaio del 2009, stava tornando a casa dalla festa di capodanno.

Film biografico su quello che si pensava un caso isolato di un problema generale e di lungo corso (poliziotti bianchi che uccidevano presunti criminali neri).
Film indie sull’ultimo giorno di vita di Grant e su un pregiudizio che è già azione e violenza fisica; vince al Sundance (il festival degli indipendenti) il premio della giuria. Caso vuole che esca in Italia nel 2014, stesso anno degli omicidi Brown (Ferguson, Missouri) e Garner (New York), due neri uccisi da due poliziotti bianchi, che insieme alla storia di Grant hanno riaperto nel cuore del progressismo americano vasi di pandora che hanno le effigi di Luther King e Malcom X. Tutto nel mandato nell’unico presidente nero della storia. Raccontare la storia di uno non può essere raccontare la storia di tutti, ma certo è un buon inizio. Oltre la sensibilità del contenuto, è anche un ottimo film.

Il capitale Umano di P. Virzì
L’Italia ha scelto questo film per la corsa al miglior film straniero, ma non è stato selezionato nella shortlist. Thriller di macchiette (un po’ troppo colorite e stereotipate, forse) della brianza nebbiosa. Ma è solo il contorno, dentro è un film drammatico, di quelli che a Virzì vengono bene (Tutti i santi giorni). Di gran lunga il miglior italiano dell’anno.

Boyhood di R. Linklater
Si doveva sentire puzza (profumo) quando l’anno scorso è uscito il suo Before Midnight. Dieci anni prima era uscito Before Sunset e venti anni prima Before Sunrise (il migliore dei tre). Linklater lavora così, sulla verità. Elimina il trucco, le rughe in barba agli attori sono tutta realtà. Stessi attori e tempo che passa, ripresi sulla scia di come cambiano loro e di come di conseguenza cambiano i personaggi che gli sono indissolubilmente legati. Boyhood è un film lungoo dodici anni (doveva chiamarsi 12 years, poi 12 anni schiavo ha scombinato i piani) girato per due settimane l’anno sempre con la stessa troupe. Tutto sulla parola, niente contratti. Un flusso di tre ore lungo la crescita di un ragazzino, si passa tra famiglia, ragazza, college, fotografie, amici, lavori, padri acquisiti. Non racconta niente, è una vita raccolta da frammenti di tante altre tutta sulle spalle di quel ragazzo che cresce con il film. È struggente il rapporto con la verità, tutta questione di tempo. Impossibile fare di meglio con quelle difficoltà.

Frances Ha di N. Bumbach
Same old story. Anche questo è un film di qualche anno fa, arrivato inspiegabilmente in Italia con anni di ritardo. Bianco e nero indipendente, scritto, prodotto e interpretato dalla stessa attrice G. Gerwig, diretta da Baumbach, un bravo regista che è pure un amico suo. Commedia in bianco e nero sulla vita newyorkese di una trentenne ballerina fuori dai giusti canali (nemmeno dotatissima). Si tira avanti cercando di fare il meglio possibile con quello che si ha. C’è un fondo inespresso di Manhattan (per me uno dei migliori cinque di Woody Allen), non solo per il bianco e nero e per New York, è più per la stessa attitudine, che sdogana a questo genere di indie l’eredità neorealista. Raccontano storie di vite vere e sono credibili.

Her (Lei) di S. Jonze
Comincia il blocco dei film più belli del 2013 (quelli degli scorsi Oscar, per intenderci) ma usciti in Italia nella prima parte del 2014. Poche parole su questo Her, sapendo che bene o male è il film che è stato più visto tra tutti quelli di cui ho parlato. Riesce in toto e non eccede mai nel sentimentalismo, sempre dietro l’angolo. Consacrazione italiana tardiva per Spike Jonze, che da anni propone un’idea di incrocio tra commedia e drammatico molto interessante, fatto con pochi soldi e che pochi soldi guadagna. Regista più apprezzato in Europa che nel suo paese, come tutti i film americani presenti in questa lista, con l’eccezione dei Guardiani.

Dallas Buyers Club di J.M. Vallée
Statuetta ai migliori attori: protagonista (McConaughey) e non (Jared Leto). Era già capitato che due attori dello stesso film vincessero le categorie di appartenenza, ma di solito capita con la coppia attore-attrice protagonisti. La dinamica dei due è eccezionale, a creare il cartello della farmacia fai da te (importata dal Messico di contrabbando) per i malati di AIDS in quel di Dallas. Da questo film nasce il McConaughey della consacrazione dopo una carriera a girare a vuoto. Questa è la matrice del personaggio di True Detective, un attore pazzesco.

Nebraska di A. Payne
Uno strepitoso Bruce Dern (che sarà nel prossimo Tarantino) fa un vecchissimo Mr. Grant che crede di aver vinto un milione di dollari da ritirare a Lincoln, capitale del Nebraska. Ci vorrebbe arrivare a piedi, se non fosse che il figlio, esasperato dalle continue fughe, decide di prendersi qualche giorno per accompagnarlo. Tutto per lui, non ci sono in ballo soldi veri. Prova a spiegarglielo, ma il veccho non ci crede. Dovrebbe essere la loro storia dentro la cornice del midwest, ma Payne e la penna di Bob Nelson invertono la cornice con il contenuto. La cornice diventa la storia di Mr. Grant e della sua ultima voglia di vecchiaia, l’ultima ricerca di qualcosa che non c’è. Ma tutto per raccontare il midwest, vero protagonista, che non è come ce lo si immagina, ma peggio. Più ingenuo, più volgare, più ignorante e più limitato di come lo spaccia Michael Moore. Il film migliore di Payne (sì, più di Sideways e più di Paradiso amaro).

Inside Llewin Davis di Joel e Ethan Coen
È stato il film più bello da febbraio a dicembre, in Concorso a Cannes 2013 (quello vinto da Kechiche con La vita di Adele) vinse il premio della giuria. Rispetto, ad esempio, agli ultimi tre (tutti molto belli) ho sempre pensato che avesse una forza diversa e maggiore, più comunicativa. Mi piacciono i Coen, moderatamente, ma mi piacciono, soprattutto le ultime cose. La parabola mai iniziata di un cantante folk, sfondo New York. Basato sulla vera storia di Dave Van Ronk negli anni in cui il folk è l’unica musica che c’è in America, 1961. Senza un soldo gira di casa in casa in casa (amici, genitori di amici). La sua storia è tipicamente da Coen, cioè la storia di chi non è riuscito ad essere come avrebbe voluto. Si riprende da dove si era finito (A serious man) tralasciando la parentesi del western (Il Grinta). Nella fotografia pazzesca di Delbonel (Il favoloso mondo di Ameliè e Faust di Sokurov tra le altre cose) il film si apre e s chiude con la performance nel solito locale di New York. Due canzoni diverse e opposte. La prima contiene tutto quel che lui deve ancora provare, la seconda sa di congedo dall’unico pubblico che ha veramente avuto. Dopo di lui, sul palco, Bob Dylan.

Mommy di Xavier Dolan
Un regista venticinquenne che al quinto film vince il premio della giuria a Cannes non s’è mai visto. Ma lo merita tutto, Dolan. Scrive la storia su un rapporto tra una madre sopra le righe e suo figlio affetto da deficit di attenzione e iperattività oppositivo-aggressivo. Dolan ha preso Malik e l’ha reso pop (vedi la scena con sotto Einaudi, citazione a The Three of Life). Fa un film girato in un formato quasi 1:1. Lo schermo lascia solo un quadrato nel centro, ai lati è nero. C’è spazio quindi per una sola persona, è tutto stretto e vicino. Per la prima volta ho visto un film che usa anche il rapporto per creare un effetto cinematografico: quell’1:1 diventa il solito formato in sedici noni per alcune scene, ma poi torna sempre a stringersi claustrofobico. Intervallato da scene quasi a videoclip, è il film più emozionante dell’anno.

Srm

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