“Se te ne vai, muori”. A Chernobyl si vive: lo dicono le donne che hanno scelto di restare

Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 dell’impianto nucleare di Chernobyl è saltato in aria nel corso di un test sulla capacità di raffreddamento. L’incendio nucleare durò una decina di giorni, vomitando radiazioni 400 volte tanto quelle della bomba sganciata su Hiroshima. Ad oggi si tratta del peggiore incidente nucleare al mondo. L’esplosione di Fukushima nel 2011 sta ancora trascinando i suoi effetti, ma senza dubbio quello di Chernobyl è il caso più grave.

Quando il reattore è saltato in aria circa il 30 % delle iniziali fuoriuscite hanno colpito l’Ucraina e parti della Russia dell’Est, il 70 % si è trascinato col vento fino alla Bielorussia. Ma gli effetti a lungo termine sull’area colpita sono difficili da quantificare perché, diversamente dal raggio delle bombe nucleari, che può essere misurato con il compasso, le radiazioni di un incendio nucleare si diffondono a macchia e in modo non uniforme. Le settimane, i mesi, gli anni dopo la tragedia sono state poi caratterizzate da operazioni di voluta disinformazione e occultamento dei dati scientifici: l’apparato sovietico ha lavorato per fomentare la nube della cattiva informazione.

Ovviamente le prime vittime sono stati coloro che furono fin da subito esposti alle elevate dosi di radiazioni. Dopo che le prime misure adottate fallirono, i Russi dispiegarono dei robots per spegnere l’incendio, ma i livelli radioattivi erano talmente elevati che i macchinari andarono in palla. Il governo inviò allora una falange di esseri umani, i cosiddetti “cleaners”. Un migliaio di giovani soldati furono messi di fronte a una simpatica scelta: spendere due anni della propria vita nel sanguinoso fronte dell’Afghanistan o due minuti a rimuovere sostanze radioattive dal reattore. La maggior parte buttò giù un bicchierino di vodka e scelse la seconda. Non furono i soli, molti uomini e donne della zona presero parte a queste operazioni.

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Oggi il suolo, l’acqua e l’aria di Chernobyl sono tra le più contaminate della Terra. Il reattore siede al centro di un’area di mille miglia detta “Exclusion Zone”, una zona di quarantena, con tanto di guardie ai confini, controllo dei documenti e monitoraggio delle radiazioni. Un tentativo di dimenticare. Nonostante infatti la gravità di questo evento storico, la parabola umana, ambientale e politica del disastro di Chernobyl si è perlopiù perduta. A custodirla, almeno in parte, restano i volti e i racconti dei cosiddetti “self-settler” che vivono oggi nella “zona blindata”. La maggior parte sono donne. Circa 116.000 persone furono evacuate all’epoca dell’incidente, 1200 non accettarono di essere trascinate via: di queste, un piccolo gruppo di donne dai settanta anni in su sono le ultime sopravvissute ad aver sfidato le autorità ed essere illegalmente tornate nella propria terra natale.

Holly Morris, una giornalista e reporter di New York, particolarmente attenta alle storie di donne tenaci, ne ha realizzato dei reportage per il magazine More, il The Guardian e la CNN e ha diretto e prodotto proprio quest’anno il film-documentario The Babushkas of Chernobyl, vincitore per la sua categoria del Los Angeles e del Woodstock Film Festival.

Nella “Exclusion Zone” è legalmente proibito cacciare o cibarsi di animali selvatici, che possono essere altamente contaminati. “Raccolgo spesso frutti di bosco e funghi da mangiare”, racconta una delle donne intervistate nel reportage in lingua inglese redatto dalla Morris, “E’ proibito, ma ci vado lo stesso nella foresta. Quando vedo la polizia, mi nascondo nei cespugli”. Anche i cacciatori si divertono nella zona, e si dice che la carne contaminata degli animali che catturano finisca poi nei ristoranti di Kyiv. I poliziotti, di frequente accusati di violare le regole, sono soliti sparare dagli elicotteri ai cavalli selvatici. Ma la carne contaminata non è la sola cosa pericolosa ad uscire dall’area critica: il metallo estratto dai macchinari e dai mezzi utilizzati nel corso della bonifica viene spedito in Cina, i sanitari radioattivi della città di Pripyat sono stati mandati in giro per l’Est Europa, venduti a poco prezzo da gente corrotta.

untitled 2Le storie, la scelta di queste donne, isolate e misconosciute dal resto del mondo, sono state riprese e raccolte nel corso delle interviste effettuate dalla giornalista durante il suo soggiorno nella zona, prima che sparisca dalla faccia della Terra anche questo pezzo di storia. Maria Urupa, ad esempio, ha 77 anni e con i suoi vicini è stata de-portata all’epoca della tragedia in un villaggio costruito ad hoc per l’emergenza, appena fuori Kiev. E’ stata de-portata esattamente sulla terra dove nel 1930 altri uomini e altre donne trovarono la morte nel corso del famoso Holodomor, il genocidio di massa per fame e carestia (holodomor significa letteralmente “dare la morte attraverso la fame”) perpetrato dal leader sovietico Joseph Stalin ai danni dell’Ucraina. Secondo gli studi vi morirono tra i 3,5 e i 5 milioni di ucraini, e molte delle donne di Chernobyl persero qui i propri genitori. Anche molte loro coetanee persero la vita e non è da escludere, come documentato, che siano state vittime di atti inevitabili di cannibalismo durante la carestia. Mezzo secolo dopo, il luogo dove Maria e la sua famiglia sono stati trasferiti non ha perso le tracce di questa tragedia storica e Maria racconta che “Dalla terra nelle campagne saltavano fuori qua e là cadaveri e vestiti”. Tre mesi dopo essere stati trasferiti, Maria con la sua famiglia è tornata nella sua casa nella “zona blindata”.

E dopo Stalin, la Seconda Guerra Mondiale in cui circa 10 milioni di ucraini morirono. Sopravvissute a tutto questo, a nemici visibili, le donne di Chernobyl non hanno intenzione di scappare di fronte alle radiazioni, nemici invisibili che hanno distrutto dalle radici la loro terra. Un’altra di loro che ha visto da bambina il tempo dell’Holodomor dice ai microfoni della Morris: “La fame è quello che mi spaventa. Non le radiazioni”. Galina Konyushok, 71 anni, è stata tra coloro che hanno lavorato nelle operazioni di smantellamento della centrale all’epoca del disastro, raccoglieva il grano con cui sfamare i lavoratori e i volontari. Oggi abita a Zirka, un centinaio di miglia fuori dalla Zona: il villaggio è stato considerato “normale” con chissàquale criterio arbitrario, nonostante gli elevati livelli di radiazioni. Si tratta di un’area molto fruttifera per il primo settore, l’economia gira, e il livello di contaminazione non viene controllato da almeno quindici anni. Quando la Morris chiede a Galina come mai non ci siano uomini, lei risponde: “Gli uomini sono morti. Solo le donne sono rimaste. Vorrei tanto avere un marito con cui litigare!”. I suoi parenti possono farle visita solo con un permesso speciale, i nipotini minorenni possono vederla esclusivamente durante una giornata di primavera chiamata Remembrance Day. Galina ha un cancro alla tiroide e tanti medicinali sul tavolo, ma dice alla giornalista venuta da Occidente: “Ormai non ho più paura di niente. E’ difficile invecchiare, ma continuo a voler vivere”.

The-Babushkas-of-Chernobyl_image_ini_620x465_downonlyLe donne di Chernobyl sono solidali tra di loro. Come pressoché tutte le donne anziane di qualsiasi paese si ritrovano per giocare a carte, bere qualcosa insieme, cucire. C’è un attaccamento speciale verso la propria terra, verso la propria casa. Hanno l’elettricità, ma la maggior parte dei villaggi ha un solo telefono, nessuno ha acqua corrente. Alcune di loro hanno la TV e la loro casa diventa punto di ritrovo per tutte. Non tutte sanno quali sono i rischi che corrono quanto a salute, ma del resto i dati sugli effetti a lungo termine della tragedia sono contraddittori e incompleti: la WHO, World Health Organisation, ha predetto più di quattromila morti connesse a Chernobyl in modo indiretto, e la portata dei tumori è aumentata in Ucraina, Russia, Bielorussia. Ma la WHO considera l’impatto psicologico forse peggiore dei danni fisici. Depressione, mancanza di prospettive, ansia, rabbia e soprattutto un trasferimento forzato e traumatico sono le vere conseguenze terribili della tragedia di Chernobyl. Meno di impatto certo, meno evidenti, meno note ma estremamente complesse e altrettanto gravi. Non ci sono studi scientifici al riguardo, ma pare che, sorprendentemente, le donne che sono tornate nella propria terra dopo l’evento sopravvivano a coloro che hanno accettato il trasferimento, di circa dieci anni. Ovviamente complice il fatto di essere entrate a contatto con le radiazioni solo a età matura, ma, perché no, anche la bellezza di vivere nel posto in cui si vuole vivere, nel posto in cui ci si sente a casa, qualunque esso sia, e soprattutto di poter scegliere della propria vita e difendere le proprie scelte. Chiamiamola soddisfazione, dal latino satis-facere, fare abbastanza, fare abbastanza per sentirsi appagati, niente di più niente di meno. “Se vai via muori”, “Quelli che se ne sono andati ora stanno peggio, stanno tutti morendo di tristezza”, “La terra-madre (Motherland) è la terra-madre. Non me ne andrò mai” (le donne di Chernobyl alla giornalista americana).

[informazioni e fotografie tratte dal reportage in lingua inglese di Holly Morris per la CNN]

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