Una solitudine troppo rumorosa #5 – Vila-Matas, Bartleby e compagnia

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“Il no è meraviglioso perchè è un centro vuoto, ma sempre fruttifero. Uno spirito che dice no con tuoni e fulmini nemmeno il diavolo in persona può costringerlo a dire sì. Perchè tutti gli uomini che dicono sì mentono; invece gli uomini che dicono no, be’, si ritrovano nella felice condizione di giudiziosi viaggiatori attraverso l’Europa. Varcano la frontiera dell’eternità con l’Ego come unico bagaglio. Mentre al contrario, tutta quella gentaglia che dice sì viaggia con mucchi di valigie e, maledetti loro, non oltrepasseranno mai le porte della dogana.”

Questo scrive in una lettera Herman Melville, lo scrittore celebre per la storia di Achab e la balena Moby Dick. Lo scrive al suo amico, altro celebre scrittore americano, Nathaniel Hawthorne.

Melville è consegnato alla storia per Moby Dick, ma nella comunità di coloro che vivono la letteratura in un altro modo (più-aggettivo o meno-aggettivo non lo so, solo “in un altro modo”) Moby Dick è al secondo posto. Melville è, tra essi, considerato prima di tutto il patriarca letterario del no come istituzione. Verranno dopo di lui tanti (e celebri) che ne scriveranno: diventerà verbo dell’atto politico in Camus (“L’uomo in rivolta è l’uomo che dice NO”, scrive lo scritto franco-algerino ne L’homme revoltè); diventerà il rifiuto etico alla condizione subordinata e servile ad un padrone nel celebre monologo del “Grazie No” del Cyrano de Bergerac (Atto II, scena VIII), e via dicendo.

Nel 1853 Melville scrive un romanzo molto breve intitolato Bartleby, lo scrivano. Veniva dall’epopea biblica di Moby Dick ma scrive tutt’altro, per stile (molto più semplice e meno allegorico) e per volume (meno di cento pagine contro le oltre 600 di Moby Dick).
Melville introduce silenziosamente la gentilezza della negazione.
“I would prefer not to”. Preferirei di no.
Questa è la frase che un ossessivo Bartleby ripete per il brevissimo romanzo. Qualunque cosa gli venga detta, lui risponde che No, quella cosa non la fa. Ma non è una negazione imperativa. Nella stessa immobile decisione, lui ha il garbo di mettere il condizionale, ma quella cosa, di farla, proprio non se ne parla.
Chi è, Bartleby? Non si sa nulla di lui. Non si sa da dove viene, non si sa quello che ha fatto. L’unica cosa che si sa – genio di Melville – è che Bartleby ha lavorato in un ufficio lettere smarrite. Quella è la chiave, e Melville lo scrive proprio nell’ultima pagina, senza spiegare altrimenti. Come dire: se riesci ad immaginare cos’è un ufficio lettere smarrite capisci questa storia, altrimenti manchi di immaginazione e questo romanzo non fa per te. Per noi – tempi di mail e altre romanticherie digitali – viene molto difficile, e si deve fare sforzo di fantasia.

Bartleby è universalmente eletto a rappresentare l’uomo del No. Non è un no politico, non è il No della rivolta di Camus. (Si potrebbe dire che tutti i “no” sono politici, ma per semplificare mi limiterò a dire di questo caso il contrario). Il No di Bartleby è negazione incomprensibile che non trova alcun appiglio nello spazio logico della cause comuni. Eppure delle ragioni le ha, ragioni private, che noi non sappiamo e non sapremo mai.

Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, diceva Wittgenstein (altro uomo del No). Certe ragioni sono talmente private che non c’è verbo, il silenzio è l’unico mezzo di espressione. Oppure certi orrori, come era il silenzio delle intenzioni di Kraus dopo la Guerra Mondiale o di Adorno dopo Auschwitz. Gli scrittori del no sono quelli che si sono sentiti in dovere di non prendere in giro i lettori con cose già dette. Magari le avrebbero dette sempre meglio, ma avrebbero ripetuto all’infinito delle pagine quel loro unico leitmotiv che possedevano. “Sono convinta che ogni essere umani sia nato per scrivere un libro e nient’altro“, ha detto Agota Kristof, altra ortodossa scrittrice del no.

È sul terreno delle ragioni private che si muove il libro di cui mi piacerebbe parlare, che non è il Bartleby di Melville (che comunque ne è prerequisito, in qualche modo) ma un diario in prosa saggistico-aneddotica di tutti gli uomini del No. L’ha scritto uno scrittore spagnolo: Enrique Vila-Matas. Uno di quegli intellettuali di generazioni passate modellate su antiche tradizioni vetero europee che impongono di essere critici e conoscere da Dio la letteratura, poi, magari, si diventa scrittori.
Data la sua immensa cultura letteraria ha cucito con il filo di una prosa leggera questo diario degli scrittori del No. Non personaggi letterari, ma persone della letteratura. Tutti quelli che hanno scritto, fratturato un pezzo del mondo nei libri (spesso uno solo) e poi sono spariti, auto-espellendosi da quel mondo stesso. Dai grandi ai piccoli; in Sudamerica e in Europa. Non c’è posto privilegiato, non c’è grandezza che ne sia stata esclusa. Scrittori che pubblicano un libro presto dimenticato – famoso dopo anni, chissà perchè; scrittori che acquistano fama immediata, eppure si defilano, mancano premi letterari, non rilasciano interviste.

Il grande Rimbaud o il grande Salinger. I meno famosi Rulfo, Felipe Alfau o Edmundo de Bettencurt. Ma poi tutto quello che sta in mezzo: da chi non riusciva a smettere (Gadda o Valèry, che ha scritto 29.000 pagine di quaderni) a chi pare uno scrittore nell’ordine delle cose, eppure, a guardare bene sotto la superficie, si legge nascosto un No, come nel Cervantes della dedica al Parsiles del 19 aprile 1616, ultime parole di congedo scritte da uno dei grandi pilastri della letteratura europea.

Bartleby e compagnia è un libro che ho incontrato per caso, in una di quelle librerie piccole in cui c’è sempre la sensazione di vedere da vicino la vita di naufrago precario sopravvissuto alla marea delle catene di distribuzione. Piccoli scaffali di piccoli cataloghi, ma grande saggezza conservata nella scelta, tutta personale, di cosa proporre, non potendosi permettere quell’onnipotente tutto che hanno i competitori di marchio. L’ho trovato lì, e ci ho letto dentro tutto un amore per la letteratura e per le sue storie che, per chiunque ami i libri, non può non essere condiviso.

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