I soldi che la Germania deve alla Grecia

Il 7 Aprile 2015 il viceministro delle Finanze greco, Dimistris Mardas, ha annunciato che la ragioneria generale dello Stato ha finalmente stabilito la cifra esatta che la Germania deve alla Grecia: si tratta di 278,7 miliardi di euro. Il debito tedesco comprende i prestiti ottenuti dalla Germania sino al 1933, il risarcimento del prestito forzato esigito dai nazisti occupanti durante la seconda guerra mondiale di 10,3 miliardi di euro e i costi della ricostruzione greca in seguito alle due guerre mondiali.
Già l’8 Febbraio il primo ministro greco Alexis Tsipras aveva dichiarato che «La Grecia ha un obbligo morale davanti al nostro popolo, alla storia, a tutti gli europei che hanno combattuto e dato la loro vita contro il nazismo. Il nostro obbligo storico è reclamare il prestito e le riparazioni per l’occupazione». E l’11 Marzo il ministro della Giustizia, Nikos Paraskevopoulos, ha rincarato la dose dicendo che, se fosse necessario, sarebbero pronto a dare il via libera al sequestro di beni tedeschi in terra greca come parziale risarcimento.

Se la Germania rifondesse quanto dovuto non solo la Grecia avrebbe la liquidità necessaria per ripagare il debito di 172 miliardi di euro con i paesi creditori, oltre a vantare un avanzo di poco più di 100 miliardi da investire nella crescita.
Tuttavia questi soldi non arriveranno mai: gli accordi del 1953 e 1990, ai quali la Grecia si è fortemente opposta, hanno dichiarato inesigibili i costi delle riparazioni ed è irrealistico pensare che verranno rivisti.

Intanto la situazione ellenica si fa sempre più nera.
La Grecia rimane in crisi di fronte alle incalzanti scadenze impostegli dalla Troika che, nonostante le proposte messe insieme dal ministro dell’Economia greco Varoufakis, non vuole sentire ragioni e chiede che il debito sia ripagato alle condizioni da lei imposte al precedente governo di Atene. O meglio, sarebbe possibile ristrutturare il piano di rientro del debito solo in cambio che il nuovo governo rinunci alle sue pretese di indipendenza politica rispetto ai diktat di FMI, BCE e Commissione Europea, ma Tsipras non è intenzionato a cedere altro terreno alla Troika.
Nonostante il ministro greco Varoufakis si dica ottimista, l’accordo è lontano e ciò è dimostrato dall’ennesimo taglio del rating greco, passato da B- a CCC+, da parte di Standard’s & Poor. Persino Barack Obama, sostenitore della causa greca, si dice ora preoccupato, mentre il ministro tedesco Wolfgang Schäuble gongola, ribadendo che nemmeno nell’incontro del 24 Aprile si troverà una soluzione condivisa.

La linea delle istituzioni europee, sin dall’inizio della crisi, è stata chiarissima. L’Europa si fa carico dei debiti nei confronti dei Paesi creditori e concede dei prestiti-ponte ai Paesi in difficoltà, i quali si impegnano tramite un politica di austerity a trovare all’interno dei loro bilanci i soldi per ripagarli.
Nessun aiuto reale all’economia, solo la possibilità di aver del tempo per cercare indipendentemente le risorse per far fronte ai debiti. Una politica forse equa, ma sicuramente non generosa.
Per fare luce sul perché di alcune scelte è necessario chiedere aiuto al Wall Street Journal e ai verbali delle riunioni del FMI nel Maggio 2010 da esso pubblicati, in particolare a quello del 9 di quel mese, in cui il rappresentante del Brasile dice che i prestiti “possono essere considerati non come un salvataggio della Grecia, che dovrà subire un aggiustamento straziante, ma come un piano di salvataggio dei creditori privati della Grecia”, ossia – e qui vengono in soccorso le parole di un brillante articolo di Vladimiro Giacché comparso su Linus di Marzo, intitolato La Grecia contro il minotauro europeo, da cui è stata presa anche la citazione precedente – “le banche francesi e tedesche […] le prime erano esposte sulla Grecia per per 78,8 miliardi di euro, le seconde per “appena” 45 miliardi”, che vendettero i propri crediti alle istituzioni europee, liberandosene completamente.
Sin dal principio non c’è mai stata l’intenzione di andare incontro alle difficoltà della Grecia. Perché chi sbaglia paga, non importa quali siano le sue possibilità.

In questo contesto si inserisce la richiesta di risarcimento nei confronti della Germania. Non si tratta di follia, ma di lasciar perdere la strada già imboccata, perché non se ne vede la fine, e prenderne un’altra opposta, al fine di trovare il bandolo della matassa e sbrigliarla definitivamente.
Non un cieco sguardo al passato, i soldi delle riparazioni, ma un occhio critico sulla storia dell’economia moderna, l’oblio di quelli.
La Grecia vuole ricordare ai tedeschi che non solo un altro atteggiamento nei confronti del problema è già stato sperimentato in passato, ma che l’esperimento ha funzionato ed ora sta alla base dei così solidi equilibri europei. E quando è avvenuto tutto ciò? Nel 1953, in occasione del London Debt Agreement. Cosa successe?

Nel 1953 accadde che i creditori ascoltarono le ragioni della Germania e decisero di considerare separatemene il debito precedente al 1933 e quello successivo. Per quanto riguarda il primo, stimabile in circa 32 milioni di euro, fu deciso di scontarne la metà, e che il restante sarebbe dovuto essere pagato dalla Germania gradualmente; la decisione sul secondo fu rimandata al giorno in cui si sarebbe riunita e quando ciò avvenne, nel 1990, fu deciso di annullare la quasi totalità del risarcimento.
Insomma gli USA compresero che la via delle riparazioni a tutti i costi, intrapresa alla fine della prima guerra mondiale e scatenante la seconda, non avrebbe portato a nulla di buono, e allora decisero diversamente.
È spiegato benissimo in un articolo di keynesblog.com: la Germania avrebbe dovuto far fronte al debiti solo se fosse stata in grado di farlo e gli altri Stati si impegnavano a importare dai tedeschi, garantendogli buone esportazioni e denaro contante. E ancora, non solo nessuna scadenza e conseguenti sanzioni, ma in caso di problemi il debito doveva essere rinegoziato sia con i creditori pubblici sia con quelli privati.

Tutta un’altra storia rispetto a quella attuale, in cui la Grecia non riuscirà a pagare il debito. Una storia, quella attuale, che alla luce di questi fatti non sembrava così imprevedibile, e che se non poteva essere intuita guardando al passato, riecheggiava già simile a se stessa nel preveggente intervento del delegato indiano, sempre datato 9 Maggio 2010, il quale avvertiva “che l’entità dei tagli imposti alla Grecia in cambio dei nuovi prestiti avrebbe avviato un circolo vizioso: la disoccupazione sarebbe aumentata riducendo le entrate fiscali del governo, quindi il debito sarebbe cresciuto e sarebbe stata necessaria una vera e propria ristrutturazione del debito”.

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