Caro Abramo, ti scrivo

Caro Abramo ti scrivo.

Il 22 settembre del 1862 il Proclama di Emancipazione sanciva la fine della schiavitù negli USA. Voluta dal presidente repubblicano Abraham Lincoln, la legge arrivava nel pieno della Guerra di Secessione americana, che aveva avuto nella battaglia ideologica sulla schiavitù una delle sue cause scatenanti. Lincoln venne assassinato poco dopo la fine della guerra, il 15 aprile del 1865, al Ford’s Theatre di Washington da John Wilkes Booth, fanatico sudista.
Oggi gli States celebrano il 150esimo anniversario dell’omicidio di Lincoln, nel pieno di un periodo storico in cui la popolazione afroamericana della nazione si riunisce, sotto le luci dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, per combattere una nuova battaglia: quella contro la violenza della polizia.

 Il fenomeno non è certamente nuovo, ma negli ultimi tempi sentiamo parlare continuamente di assassinii di cittadini afroamericani da parte di agenti di polizia. Spari senza motivo apparente, violenza ingiustificata, deliberata intenzione di uccidere.

Il 7 aprile è stata la volta di Walter Scott, nero, ammazzato in South Carolina dal poliziotto bianco Michael Slager con otto colpi di pistola alla schiena, sparati da pochi metri di distanza. Slager, non sapendo di essere filmato, non ha prestato soccorso a Scott, anzi: ha inscenato il furto da parte di Scott del taser d’ordinanza (il taser è un’arma che stordisce le persone con una forte scossa elettrica). Slager è stato accusato di omicidio e licenziato.

Appena cinque giorni prima, a Tulsa, in Oklahoma, Eric Harris è morto poco dopo un fermo di polizia. Harris, quarantaquattrenne nero, era un criminale finito nella trappola di un poliziotto in incognito, a cui aveva cercato di vendere illegalmente una pistola. Nel video diffuso un paio di giorni fa si vede Harris cercare di fuggire e cadere a terra colpito da una pallottola sparata da Robert Bates, poliziotto bianco che dichiarerà poi di aver confuso la sua pistola per un taser. Le immagini mostrano un altro agente schiacciare a terra la testa di Harris con un ginocchio, mentre questi urla “mi hai sparato” e “non respiro”. Risposta: “fuck your breath”.

Tornando un po’ indietro, il 2 marzo la polizia di Los Angeles ha ucciso un senzatetto afroamericano (mentalmente instabile, a detta degli abitanti del quartiere, Skid Row). Anche questo fatto è stato ripreso da un passante, e nel video si vedono sei poliziotti cercare di aver la meglio sull’uomo durante una colluttazione, anche con l’utilizzo del taser, fino a che diversi colpi di pistola vengono esplosi e “Africa”, questo il soprannome del clochard, muore.

Prima di quelle di Harris, Scott e Africa a far inorridire il mondo furono le morti di Michael Brown e Vonderrit Myers, due diciottenni afroamericani uccisi da agenti di polizia a Saint Louis, nel Missouri. L’omicidio di Myers destò scalpore perché l’agente responsabile sparò al ragazzo addirittura diciassette volte e perché avvenne a pochi km dal sobborgo di Ferguson, che venne messo a ferro e fuoco dai dimostranti poco tempo prima, a seguito dell’omicidio di Michael Brown da parte dell’agente Darren Wilson. Wilson è un poliziotto bianco e Brown è un ragazzino afroamericano, in un quartiere dove il 98% degli agenti di polizia è bianco e il 67% degli abitanti è nero. Quello di Brown è stato il caso che più ha avuto risonanza mediatica, perché Brown venne fermato dalla polizia per una rapina in un negozio (il cui proprietario dichiarerà che Brown ha semplicemente acquistato dei sigari) e perché venne ucciso con due colpi di pistola alla testa mentre aveva le mani alzate. La decisione del grand jury di non processare l’agente Wilson riaccese le proteste, tanto da costringere il governatore del Missouri, Jay Nixon, a chiamare la Guardia Nazionale nel suo stato.

Risale alla scorsa estate (14 giugno) anche un altro video, girato a Dallas. Stavolta la scena è ripresa dalla telecamera posizionata sul petto di un agente che arriva con il proprio collega alla casa di Jason Harrison, 38enne afroamericano malato di disturbo bipolare e schizofrenia. A telefonare al 911 è stata la madre, Shirley Marshall, che al telefono specifica le condizioni mentali del figlio.

Nel video si vedono i poliziotti bussare e la signora uscire. Dietro di lei compare sulla soglia Harrison, con in mano un cacciavite. Sei secondi dopo, senza apparente ragione, è morto, colpito con sei colpi di pistola da un paio di metri di distanza, davanti agli occhi della madre.

Psychcentral.com ha rilevato che su 500 persone uccise dalla polizia ogni anno negli Stati Uniti, 375 hanno storie di malattia mentale più o meno grave. Quello che è successo ad Harrison succede continuamente in tutti gli Usa ed è ormai opinione diffusa che i poliziotti non siano assolutamente in grado di rapportarsi con persone che abbiano problemi di salute mentale. Sparare è assai più semplice, come ci racconta anche la storia del mentalmente instabile Kajieme Powell, che sempre a St.Louis, ruba due lattine ed una ciambella in un negozio. Il titolare chiama la polizia, la polizia arriva e dopo una ventina di secondi spara nove volte a Powell, che muore.

L’altro argomento di discussione, oltre all’elevata presenza di disabili e minoranze etniche (variabile di contea in contea, ma attorno al 70%) tra le persone uccise dalle forze dell’ordine statunitensi, è che queste sparano sempre per uccidere, mai per intimidire. C’è un famoso limite (che gli agenti stabiliscono approssimativamente) di 21 piedi, ossia 6,3 metri, che non puoi oltrepassare in direzione della polizia in caso di fermo. Se un sospettato varca questo limite l’agente può ritenersi in pericolo e fare fuoco. In qualunque caso. La cosa è talmente sistematica che esiste il “suicide by cop”, ovvero l’atto di provocare deliberatamente la reazione letale di un agente, avvicinandosi o non rispettandone gli ordini.

Il sito killedbypolice.com si occupa di stilare un elenco giorno per giorno delle persone uccise dalla polizia, specificando data, generalità della vittima, stato ed allegano un articolo del giornale locale come testimonianza. Siamo a 328 dall’inizio dell’anno 2015, sono state 1029 nel 2014 e ogni anno sono il 30% in più.

Caro Abramo, ti scrivo. Perché essere neri negli Stati Uniti d’America è ancora terribilmente pericoloso. Non sono più i padroni con le fruste, ma sono gli agenti con le pistole.

[Visitate la nostra pagina Facebook e mettete “mi piace”, così da essere sempre aggiornati sui nostri pezzi.]

Annunci

Un pensiero su “Caro Abramo, ti scrivo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...