Mario Cuomo

Il 1 gennaio è morto Mario Cuomo, politico americano di origine italiana.

Cuomo era un democratico profondamente progressista degli anni Ottanta e Novanta, anni in cui il progressismo non andava tanto di moda in America, che votò alla presidenza Reagan prima e Bush Senior poi. Praticamente negli stessi anni dei mandati di questi due presidenti (entrambi repubblicani) Cuomo fu il governatore dello Stato di New York per tre volte dal 1983 al 1994 (adesso lo è il figlio, Andrew, già al secondo mandato).

Mario Cuomo è stato l’esponente liberal della politica americana degli ultimi trent’anni. In buona sostanza lui ha dettato una linea che da allora è stata il filo conduttore dell’ala sinistra del Partito di Barak Obama. Liberal non significa liberale in senso del liberalismo classico. Giovanni Sartori nel suo libro Democrazia: che cosa è scrive che i liberals americani sono i socialisti in un paese senza socialismo. Per Cubeddu, ordinario a Pisa di filosofia politica, il mondo designato dal concetto americano di liberal, è traducibile nella politica europea con il filone di matrice essenzialmente socialdemocratica.

Cuomo è un politico che dice molto poco (o niente) per chi non è un impallinato di politica americana, ma è un politico a cui io, da che mi sono messo a studiare un po’ come girava la politica da quell’altra parte dell’oceano, ho sempre guardato con un misto tra ammirazione e stupore.
Aveva idee di sinistra vera; affrontava di petto le questioni sulle diseguaglianze economiche nell’America che invece guardava alle stesse come effetto collaterale della scalata al sogno stelle&strisce. Le disuguaglianze ci sono, ci sono sempre state e sempre ci saranno, è una legge universale e non ci si può fare nulla. Se non ce la fai peccato per te, ti è andata male a nascere in Nebraska piuttosto che nell’Upper East Side. Cuomo, tutto questo, lo rifiutava in blocco.
Era profondamente cattolico ma era favorevole all’aborto, perchè convinto che nessuno (nemmeno la stessa chiesa in cui lui credeva) poteva imporre un punto vista sugli altri. Definiva la sua idea politica un “progressismo pragmatico”, credendo che il governo dovesse attivamente lavorare per chi ne avesse più bisogno. Nel 1982, quando la maggioranza dei cittadini americani votava a destra, lui vinse le elezioni per lo Stato di New York, dicendo che i Democratici “avrebbero fatto di più rispetto ai Repubblicani per cancellare le disparità economiche presenti nei luoghi più poveri del paese: compresa la periferia di New York” e che il governo aveva l’obbligo “di assistere le persone che per qualsiasi imperscrutabile ragione sono rimaste indietro”.
Aveva inoltre una capacità retorica invidiabile (lo spiega molto bene Francesco Costa sul suo blog), fatta da una oratoria esemplare e combattiva, data in parte dal suo passato come avvocato. Parlava senza urlare, era brillantissimo e molto intelligente, aveva un ottimo senso dell’umorismo e nei faccia a faccia era praticamente imbattibile tanto era bravo e tenace nel difendere le sue idee.

Ciò che trovo assolutamente stupefacente è il fatto che Cuomo non sia mai diventato presidente. Non si candidò mai, così non potè mai essere sconfitto nè tantomeno vincere. Solitamente ci si candidava per la presidenza con la metà delle credenziali che aveva lui nel 1992, considerata la fiducia dell’elettorato, la fiducia del partito e la pregressa esperienza politica.
Pensò di candidarsi, e ci arrivò vicinissimo. Poi, improvvisamente e per ragioni ufficiali legate ai problemi economici del suo Stato (il mandato sarebbe finito nel 1994, quindi due anni dopo) rifiutò. In quel periodo venne fuori la corrente più centrista del Parito Democratico americano. “Tra i leader di questa nuova corrente c’era l’allora governatore dell’Arkansas, Bill Clinton; quando si stava definendo il campo dei candidati alle primarie presidenziali del 1992, i consiglieri di Clinton consideravano Cuomo il suo più pericoloso sfidante. Clinton si stava preparando per avere con Cuomo un duello filosofico, confrontando due approcci di sinistra molto diversi. La decisione di Cuomo di non candidarsi cambiò il corso di quelle primarie. Una volta gli chiesero se quel giorno pensava di aver perso un’occasione per fare la storia del paese. Lui rispose: “Cercherò di arrivare un giorno a quel livello di egoismo. Non ci sono ancora arrivato però”.”

Lo stesso Clinton, nel ’93, lo nominò giudice della Corte Suprema, carica che lui rifiutò per concorrere al quarto mandato come governatore. Fu sconfitto, secondo alcuni a causa del fatto che una volta rinunciato al grande salto non c’era più strada da poter percorrere. Cioè lui aveva bruciato il fatidico momento politico del tutto o niente. La lotta al conservatorismo smise di avere presa su un elettorato che gli voltò le spalle, nel 1994, prefendogli il repubblicano Pataki, uno che rimise la pena di morte (che però non potè mai essere attuata fino al 2004, quando divenne incostituzionale per lo Stato di NY) e che fu l’unica eccezione repubblicana nello stato di New York dal 1975 ad oggi. Cuomo si rimise a fare l’avvocato, abitando ai margini della politica, rimanendo una leggenda incompiuta.

C’è ancora un ultimo aspetto che rende Cuomo un soggetto politico di un fascino particolare. Era americano di genitori immigrati dal sud Italia. In gergo si dice: immigrati di seconda generazione. Ebbe modo di studiare e si laureò in giurisprudenza all’inizio degli anni ’50. Divenne un leader politico americano tra i più importanti della seconda metà del ‘900 e se quelle briciole della storia si fossero messe in un altro modo sarebbe stato (forse) presidente al posto di Clinton.
Cuomo è un esempio che chiarifica il perchè amo gli Stati Uniti nonostante tutto. Gli americani sono stati capaci di guardare con rispetto e fiducia ad un leader immigrato da un paese che fino ad allora aveva portato negli USA mafia, ristoranti e poco altro; che diceva “noi” e intendeva tutti, americani w.a.s.p. e americani cosiddetti “nuovi”.
Era il 1983. Sono passati trent’anni e noi non siamo nemmeno lontanamente vicini a quel campo di possibilità.

SrM

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