E ora che cosa ce ne facciamo dell’onestà?

di Nicolò Cesa

Alla fine Ignazio Marino ha rassegnato le dimissioni. Non c’era altra strada. Il sindaco in bicicletta ha ceduto – dopo due anni e mezzo di attacchi da destra, da sinistra, dal centro, da sopra ma soprattutto da sotto – ai gattopardiani, ai conservatori del potere radicato ed intoccabile, ai logisti di partito, ai gregari della carriera, ai disonesti per professione e ai militanti dell’ideologia dell’obbedienza. Marino non poteva fargli un regalo migliore.
Eppure io credo che il nemico principale dell’esperienza del sindaco-primario vada inquadrata nel personaggio stesso e in quella schizofrenica cultura politica che, da qualche anno a questa parte, occupa lo spazio pubblico.
Partiamo dal presupposto (irrilevante per quanto riguarda la mia analisi, ma fondamentale per inquadrare la questione) che Marino sia davvero un onesto; che abbia fatto di tutto per scardinare il sistema dei buzzi e dei carminati (le minuscole sono volute); che abbia fondato, quindi, il proprio agire istituzionale e politico sulla premessa per cui, dal giorno dell’elezione in poi, Roma sarebbe stata governata da un sindaco davvero intoccabile dal punto di vista morale. Ora, questa esperienza, ci insegna una cosa piuttosto semplice, che nel corso della storia ciclicamente – come sempre accade – ritorna più attuale che mai. Ovvero: che rapporto ci può essere tra la morale e la politica? Può un politico permettersi il lusso di tenere le mani pulite? Che vuol dire avere le mani pulite? Da quale momento in poi, quelle mani, possono definirsi sporche? Marino è stato, quindi, un sindaco onesto o disonesto? Dove si collocano i limiti ed i confini di un agire politico moralmente ineccepibile ed un agire politico definibile come disonesto? Continua a leggere “E ora che cosa ce ne facciamo dell’onestà?”

“Non l’hanno meritato, ma…”: fenomenologia del movimento Je ne suis pas Charlie

Ospitiamo a seguito il contributo di un amico del blog, Nicolò Cesa, che riflette su un particolare aspetto mediatico dei fatti di Parigi, un po’ a chiosa degli interventi fino ad ora pubblicati.

In seguito ai fatti di Parigi, in cui hanno perso la vita 12 membri della redazione del giornale Charles Hebdo uccisi da un attacco terroristico che è da qualche ora sulla bocca di tutto il mondo, i social media (in particolare Facebook, ma anche Twitter) si sono popolati di immagini e hashtag riportanti lo slogan retorico je suis Charlie. Continua a leggere ““Non l’hanno meritato, ma…”: fenomenologia del movimento Je ne suis pas Charlie”