Storia di un’andata

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Sono le quattro di un sabato pomeriggio. Le strade sono deserte e arrivo alla stazione dei pullman di Lampugnano in meno di dieci minuti. Mi accompagna un mio amico, quando arriviamo fa il giro per abbracciarmi. Sei matto, dice. Ma se non lo fai tu non lo fa nessuno.
Non parto per un lungo viaggio, anzi. Parto per 46 ore, di cui più della metà di strada. Andata e ritorno, giro di boa sarà Parigi, poco più di 12 ore, dalla mattina alla sera.

La sera di quel venerdì mi ero messo a letto con l’idea di partire per non stare via, ma solo per fare strada. Mettere distanza e subito riaccorciare, viaggiare di notte, autogrill, tempo sospeso, persone con le facce stanche da viaggi per chissadove che buttano gli occhi dentro i caffè acquosi delle aree di servizio dopo il confine francese, prima di una sigaretta e di ripartire, ruote all’asfalto. Quell’atmosfera lì, condita da qualche foto specifica a Parigi che volevo fare.
Non mi sono addormentato perchè avevo quell’idea che martellava. Mi sono alzato, ho acceso il pc, ho aperto il sito di Megabus. Parigi: 5€ andata. Il ritorno lo trovo a uno. Il prezzo di un caffè.
Quei prezzi adesso pare non li si trovi più, bisogna prenotare mesi prima per pagare così poco.
Prenoto per il giorno dopo, vado a letto, mi addormento subito con un bel sorriso stampato in faccia.

Partenza sabato poco dopo le quattro. Arrivo a Parigi domenica mattina, alle sei. Quella stessa domenica, alle nove di sera, parte il pullman che mi riporta indietro: ferma a Milano alle dieci e quaranta del mattino. In mezzo due fermate sole: Torino, Lione.

La stazione dei pullman è crocevia, come quelle dei treni, ma senza poesia. L’asfalto e le gomme non sono rotaie e carrozze, tutto è più pragmatico.
Un bisonte Megabus è nella prima griglia, mi avvicino ma è quello diretto a Napoli. Ci sono accenti forti a segnalarlo prima della scritta sul testa del bus.
Aspetto lì in banchina, mentre l’umanità varia scorre. Ad occhio almeno la metà delle persone che sono sedute per terra o che camminano in giro non prenderanno nessun pullman, né quel giorno né quelli successivi. Stanno lì, aspettano qualcosa, magari solo il tempo.
Tempo di una sigaretta e dalla strada arriva il pullman con la dicitura “Paris-Lyon”. Si ferma alla seconda griglia e qualche frettoloso già corre per poter lasciare una borsa o prendere i posti migliori, che sono i quattro frontali del piano superiore, perchè si possono stendere le gambe.
Mi si avvicina una coppia di colore, lei giovane, treccine. Mi chiede se è il posto giusto per il bus per Parigi. Indica e dice: “Paris?”
Oui.
Mi ringrazia e si mettono in coda. Si è già formato un piccolo capannello di persone alla porta. Non voglio prendere i posti rimasti, anche se c’è poca gente e il pullman parte in dieci minuti.
L’autista controlla i biglietti, tutti stampati a casa. Non parla italiano, parla solo inglese. A chi gli prova a chiedere informazioni in italiano sorride scuotendo la testa e dice, Only English. Cittadini del mondo globale: pullman fatto chissàdove, di proprietà inglese, con un autista dal nome esteuropeo, che parte da Milano e arriva a Parigi, portando una eterogenea miscellanea di nazionalità differenti.
Non ho con me nessuna valigia, questo mi fa guadagnare qualche posizione. Scelgo il posto, sempre lato sinistro, al vetro, nella metà di fondo.

I miei compagni di viaggio sono per la maggior parte stranieri. Ci sono un paio di ragazzi della mia età, c’è una ragazza carina che parla in portoghese con un signore di una cinquantina d’anni. Non penso si conoscano perchè lei è da un lato del corridoio e lui dall’altro, sulla stessa fila. Lui le mostra delle immagini al telefono, lei ridacchia. Il resto sono coppie o viaggiatori soli che cercano di spendere il meno possibile.

Si fa l’orario di partenza e con un minuto di anticipo parte il pullman. Io segno qualche frase sul quaderno. L’orologio digitale del bus fa le 12.20, non si sa di che fuso, perchè siamo quattro ore più tardi. Ognuno occupa due posti, ma le fermate successive di Torino e Lione riequilibreranno le disposizioni. Le prese funzionano, l’aria condizionata è polare. C’è una febbre da Wifi. Non perchè davvero serva a qualcosa, ma per vedere se è vero che c’è linea su un pullman pagato così poco. Infatti la linea c’è e prende al massimo, ma per connettersi si entra nel limbo infinito delle prove reiterate, e finisce che abbandono il tentativo. Poi si scopre l’arcano: il WiFi funziona, ma solo dopo il Frejus, astenersi dal chiedere spiegazioni. Infatti così è, il Wifi, da che si varca in territorio francese, funzionerà perfettamente.
Dieci minuti dopo la partenza superiamo il casello e comincia un viaggio fatto di campagna che scorre via vicino.

Ogni momento di partenza canalizza l’euforia data da qualunque viaggio, ma questo ha la certezza della geometria della strada, senza la speranza di nessuna scoperta di un viaggiare complesso. Ore di strada, qualche ora a Parigi, ore di strada per tornare indietro. Fine.
Come il treno, le gomme scivolano ad una velocità a cui siamo abituati, con cui sappiamo misurare le distanze. Non la dittatoriale velocità dell’aria. È un macinare lento di chilometri, e questo fa sempre l’effetto del viaggio speranzoso, del sudore della strada, delle giuste distanze.

A Torino ci si ferma venti minuti, non scendo nemmeno. Si riparte verso Lione ancora mezzi vuoti, per qualcuno che è sceso altri ne sono saliti. Prima di arrivare nella città del Rodano un’altra tappa, nel primo autogrill dopo il traforo. Non si è obbligati a scendere, ma essendo che l’autista scende a mangiare (sono circa le nove) il pullman viene chiuso fino a che l’autista non torna.
Io scendo, mi avvicino a due ragazze appena fuori dalla porte automatiche della stazione di servizio. Viaggiare soli insegna ad attaccare bottone con tutti.
Cominciamo a chiacchierare, qualche domanda di circostanza reciproca. Sono due. Una bionda, accendo umbro, ma dice essere russa.
E questo accento? Studio a Perugia.
L’altra ragazza è quella che siede a metà pullman; quella che prima di partire ho sentito parlare portoghese. Parliamo di Parigi, parliamo di quello che facciamo.
E quanto ti fermi a Parigi?
Domenica sera ho il ritorno.
Ma arriviamo domenica mattina, dice la russa.
Io dico Sì; loro sorridono.

Fumiamo un’altra sigaretta prendendo il giro l’autista che non riesce a mangiare il suo panino senza far cadere metà del contenuto a terra ad ogni morso.
Quando lui si incammina al bus gli andiamo dietro e risaliamo. Io penso a qualcosa da fare ma non ho voglia di leggere né ascoltare un disco. Mi metto a guardare fuori ma fino a che le luci del corridoio non si spengono non vedo niente se non il mio viso riflesso.
Appena si spengono le luci ci si accovaccia come si può sul doppio sedile. Si sentono i fruscii delle persone che si accoccolano contro il tessuto a fantasie identiche di tutti i sedili dei pullman.
Mi si apre al finestrino la visione di una campagna francese sulla strada verso Parigi, passano i chilometri ma il paesaggio resta di bellezza immobile.
La ragazza italiana con cui ho fumato una sigaretta alla stazione di servizio si avvicina al sedile. Sta in piedi sul corridoio, un gomito appoggiato al poggiatesta del sedile della fila davanti. Mi chiede se posso aiutarla con il WiFi. C’è da fare poco, basta accettare le condizioni. Il suo iPhone si attacca alla connessione ma non lo usa, perchè attacchiamo a parlare di viaggi e strada, e lei fa presto a sedersi di fianco a me.
Si chiama F., accento emiliano marcato. Scopriamo di avere la stessa età e le stesse cose in testa.

Due ore dopo si arriva a Lione, notte. Si entra in città deserta, a semafori lampeggianti e qualche
sparuta macchina che cammina lenta. Sosta tecnica alla stazione degli autobus inspiegabilmente gremita, si riparte presto.
A Lione il pullman si è riempito. F. va a prendere le sue cose che aveva lasciato nel sedile che occupava, sposta tutto nella cappelliera sopra la nostra coppia di sedili.
A ‘sto punto sto qua fino a Parigi, dice.

Mentre tagliamo in due la campagna francese lungo la più importante autostrada di Francia parliamo ancora di viaggi. Io ho viaggiato tanto sul breve, lei è qualche anno che non si ferma. Due anni in Germania, un erasmus, poi Brasile, China, Hong Kong.
Ti fermi a Parigi?, chiedo io.
Lei dice, Solo per qualche giorno. Poi vado in Inghilterra. Dove? A sud, sul mare. Mi dice che non ci vuole arrivare via terra, da Londra con il treno o con un bus. Da Parigi va in Bretagna, poi da lì un traghetto.
Mi piace arrivare nei posti per mare.
Me lo dice con una voce bella, di quelle che si usano per dire qualcosa che si è capito veramente. Intorno è buio, le persone dormono sfatte sui sedili.

Alle tre e un quarto il pullman si ferma in una stazione di servizio con solo macchinette automatiche. Siamo a 150 km da Parigi.
L’autista accende le luci e dice al microfono che si riparte alle quattro e mezza. Le persone si svegliano e borbottano contro l’autista e l’organizzazione inutile di una sosta insensata. Un’ora e quarto fermi.
Io e F. ci guardiamo intorno, con gli occhi stanchi. L’umanità del pullman si riprende, alcuni si alzano in piedi e si stiracchiano. L’autista scende, ma prima spegne di nuovo le luci perchè la maggior parte delle persone vuole continuare a dormire.
F. dice, Ascoltiamo un po’ di musica, così magari dormiamo un po’.
Dividiamo le auricolari, una per uno.
Mi si accoccola contro, con le gambe stese sul corridoio e la testa appoggiata sul mio petto, con il mio braccio dietro la testa. Si prende quella posizione, e mi fa strano perchè ci siamo conosciuti tre ore prima e non sappiamo niente di noi se non qualche storia. Ma è viaggio. Basta poco.
Mi addormento prima che finisca la prima canzone di un cantante che non conosco; mi sveglio un momento quando il pullman riparte ma richiudo gli occhi subito.

Ci svegliamo alle sei meno un quarto. Il sole si sta alzando, siamo già nella cintura urbana di Parigi. La primitiva bellezza della campagne lasciate qualche ora prima che facesse buio è sparita, questa nuova luce dà agli occhi le scatole di cemento e strade e macchine.
L’autista dice qualche parola al microfono, le persone cominciano a rimettersi le scarpe, a stirarsi, a sistemarsi i vestiti e stropicciarsi gli occhi.
Io e F. ci sciogliamo, lei si tira su mentre io non sento più un braccio. La montagna di riccioli disordinati si sollevano. Gli occhi gonfi di sonno. Sorride, mi chiede scusa, dice: Ti ho dato noie?
No, figurati.
Intanto si alza il sole e si alza anche Parigi e le macchine dei lavoratori. Arriviamo al Quai de Bercy, lungo la Senna, alle sei precise.

Scendiamo dal pullman con l’omino di Megabus enorme disegnato sulla carrozzeria.
F. prende la sua valigia, ci incamminiamo fuori dalla stazione dei pullman.

Lei mi dice che deve aspettare un suo amico che la ospita qualche giorno. Poi andrà in Bretagna e da lì in Inghilterra. Il suo amico arriva una ventina di minuti dopo.
Da che parte vai? In metro?
No, in città, ma a piedi.
Ci salutiamo, ma non sappiamo bene come perchè siamo due sconosciuti che hanno dormito insieme abbracciati.
Il viaggio finisce.

Parigi sarà meravigliosa, anche se il cielo non offre garanzie e verso sera infatti comincerà a piovere. Nel viaggio di ritorno la stanchezza affossa: mi addormento appena salito e mi sveglio solo 100 km dopo Torino, alle nove di mattina.

“Appena si decide di farne a meno, ci si accorge di come gli aerei ci impongono la loro limitata percezione dell’esistenza; di come, essendo una comoda scorciatoia di distanze, finiscono per scorciare tutto: anche la comprensione del mondo”.
È un passo di Terzani. Nel 1993 lui passò un anno intero viaggiando senza prendere aerei. Solo treno, bus, navi cargo, piedi, tuktuk, elefanti. Ci scrisse un libro, Un indovino mi disse. Lo portai con me e lo lessi nel primo Interrail per l’Europa, 2011. Ho imparato da lì.
Non c’è da essere folli a partire per fare solo strada in un’andata e ritorno separati da un pranzo in una brasserie di Parigi e da due passi al Marais. C’è solo una cieca volontà di ritornare alle vere distanze del mondo. Casa mia dista dal centro d’Europa (Parigi) una notte di viaggio e racconti, non un’ora e mezza di aereo. Dista le campagne tra Milano e Torino; le Alpi attraversate e le campagne della valle del Rodano, non l’asetticità di un aeroporto d’arrivo identico a quello d’andata e identico a tutti gli aeroporti di tutto il mondo, con il duty free perfettamente scintillante. Solo in questa dilatazione atipica dello spazio di viaggio possiamo veramente ritrovare le storie che cerchiamo, perchè sono incenso e bagaglio di viaggiatori che appena possono rifiutano l’aereo, la velocità, la comodità. Socratici, possiamo trovare risposte solo se sappiamo dove cercare le domande; e possiamo trovare storie solo se sappiamo dove trovare persone che ne possiedono. E da sempre le storie vivono nella lentezza.

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Un pensiero su “Storia di un’andata

  1. Raccontare una storia credo sia la cosa più difficile di tutte, molte volte si indugia troppo nel dettaglio perchè non si vuole omettere niente, altre si giunge subito alla conclusione avendo fretta di finire ma, questo breve racconto è scorrevole, piacevole, sembra quasi una storia inventata, assurda e reale allo stesso tempo.
    È strano scoprire quante cose folli si fanno nella vita e quanto si scopre alla fine e sopratutto quanto a volte poco ci si conosce …
    Allora che dire se non BUON VIAGGIO !!

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