La democrazia sta fallendo?

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Il referendum inglese del 24 giugno ha aperto una grande quantità di dibattiti, tanto sul futuro quando sul passato. Cosa succederà tra l’Unione e il Regno Unito, che sviluppi ci saranno per noi singoli cittadini, ivi comprese un po’ di paranoie da isterismo giornalistico un po’ affrettato, come il perentorio avviso de La Stampa di dimenticarsi l’Erasmus a Londra, come se oggi si potesse andare in Erasmus solo nei paesi membri, e non, per esempio, a Oslo o Istanbul.

Tra l’enorme massa di letteratura giornalistica che questo referendum ha provocato ci sono stati molti articoli che hanno cercato di analizzare, capire e spiegare le cause di questo voto, e più in generale il contesto o la tendenza che sembra avere assunto l’elettorato in ampia parte del mondo occidentale.

Ho provato a fare un po’ il punto su due temi:

  1. Cosa sta succedendo alla categoria di moderati di destra e sinistra? Perchè sembra siano spariti?
  2. È esplosa un po’ la retorica del “voto agli ignoranti”. Devono votare anche gli ignoranti? Qui c’è poco da girarci intorno. Si. Perchè la democrazia è questa cosa qui. E allora questi voti populisti e impauriti sono un fallimento della democrazia?

1) È un fatto che a partire dalla crisi economica tutta Europa o quasi ha visto emergere partiti populisti di varia natura, molti dei quali con una importante componente nazionalista. Di per sé, dopo mezzo secolo di politiche di aggregazione europee a vario titolo, la rinascita dei nazionalismi doveva suonare già come un campanello di allarme importante. La guerra in Siria e l’esodo di profughi che ne è seguito (flusso sfruttato anche da migranti economici tradizionali) hanno alimentato le istanze e le rivendicazioni dei partiti nazionalisti, che hanno acquistato sempre più visibilità mediatica e si sono riconosciuti come reciproci nell’anti-europeismo, in risposta alla mina vagante della protezione dei confini. Cercavano un colpevole e ne hanno identificato uno facile da attaccare; importante nelle istituzioni, ma debole nel raccontare la sua importanza. Oggi sono uniti contro un nemico comune dalle mille teste (burocrazia, banche, UE, ecc) ma domani?

Non c’è garanzia che conoscere la storia impedisca vecchi errori. La storia non ha lezioni da insegnare se non la prospettiva. La prospettiva aiuta nel comprendere che due nazionalismi non possono mai essere amici, ma al massimo nemici dello stesso nemico, fino a che il nemico esiste. Poi cominceranno a guardarsi l’un l’altro in cagnesco, perchè ogni nazionalismo si fonda su un “identitarismo dominante”, cioè si fonda nella semplice formula del “noi migliori di loro”, e non si può essere migliori in due.

Questa tendenza è generalizzata a tutta l’Europa e oggi anche agli Stati Uniti, con la nomina repubblicana di Donald Trump che, scrive il New Yorker, ha diverse cose in comune con la Brexit. Per le specifiche modalità della politica americana Trump non si è limitato a fondare un partito populista, semplificatore e patriottico-nazionalista, ma è entrato nell’arena bipolare della tradizione politica americana e vi ha portato dentro queste istanze. Lo ha fatto nell’unico partito dei due dove sapeva di trovare terreno fertile e dove già da anni il Tea Party modulava istanze di questo tipo. Trump è il primo candidato alla presidenza americana che non ha un passato politico o militare. Puro outsider. All’inizio scherzato per i toni della campagna elettorale, non preso sul serio da nessuno; poi vincitore delle primarie, mentre sulle bocche il riso si trasformava in sgomento.

La tesi è che tutti questi partiti, formazioni e candidati sono risposte ad una domanda pre-esistente dell’elettorato, e nello specifico di una classe media schiacciata e assottigliata al ribasso da una crisi economica e culturale. La domanda che questa classe sociale liquida pone alle classi dirigenti è un misto tra l’ostentazione della normalità e una sensibilità che debba essere comune, popolare. Basta tecnicismi, esperti, linguaggi difficili; ma risposte semplici e comprensibili. Parlare alla pancia, si diceva. Loro lo fanno, e lo fanno bene.

In quest’ottica ha più peso essere anti-establishment che possedere competenze e esperienza, anzi talvolta diventa un valore il non averne. Essere outsider del sistema vale tanto per Trump quanto per i candidati Cinque Stelle. E perchè queste formazioni hanno così successo in tutto il mondo?

Queste formazioni politiche sono conseguenti ad una domanda di rappresentazione da parte dell’elettorato che non trova riconoscimento nelle formazioni politiche di lungo corso. I tradizionali partiti politici si trovano per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale a combattere partiti post-ideologici e post-politici. Si tratta comunque di una minoranza: le elezioni politiche tradizionali dimostrano ad oggi che in nessun paese queste formazioni raggiungono risultati considerevoli nei sistemi proporzionali di primo turno.

Essi emergono come comprimari quando le elezioni sono bipolari, quindi in un voto univoco tra due. Ne è esempio il referendum o il ballottaggio. Nella scelta binaria (dentro o fuori, si o no, un candidato o l’altro) queste formazioni canalizzano elettori che nelle tornate elettorali tradizionali non le votano. E quindi la riflessione che si pone è che quella tendenza generale anti-sistema canalizza anche i voti moderati quando l’elezione è binaria. Perchè? La risposta va cercata nei modi in cui è cambiato la percezione culturale, politica ed economica della classe media.

Ne ha fatto una interessante sintesi il New York Times:

Many citizens, particularly those who have suffered under the economic pressures of globalization, express their anxiety over these changes by focusing on another form of change: foreigners in their midst. Halting immigration, even if the actual effect is to worsen their own economic situation, seems like a way of staving off those larger changes. Democratic governments have shown over and over that they have no answer for this anxiety, even as the stakes, in Europe and globally, continue mounting.

2) Ha fatto discutere un articolo  di David Harsanyi sul Washington Post, che titolava provocatoriamente se dovessero votare anche gli ignoranti. Cominciava così:

Mai come oggi tantissime persone assai poco informate prendono decisioni che hanno ripercussioni su tutti quanti. Basta studiare la pochezza dell’attuale campagna presidenziale americana per capire come il problema più urgente della politica degli USA non sia l’influenza delle grandi aziende, dei sindacati, dei media e nemmeno quella dei soldi. Il problema principale siete voi, gli elettori americani.

E finiva così:

Qualsiasi tentativo di migliorare la qualità dell’elettorato dovrebbe fare in modo che il voto venga inibito alle persone ignoranti di ogni etnia, credo, genere, orientamento sessuale e contesto socioeconomico. Per il bene delle nostre istituzioni democratiche.

Ma c’è questo problema? La democrazia sta fallendo perchè troppo estesa? Si è letto a ripetizione che il referendum inglese è stato un errore politico di Cameron, e che certe scelte non vadano lasciate direttamente in mano alla popolazione perchè non è preparata, non sa, non ha strumenti di scelta tra cosa è conveniente e cosa no, tra cosa è bene e cosa no. Ma la democrazia non era quella cosa lì? Lasciare decidere la gente? Ora invece viene fuori che era così ma solo per le cose che alla fine non contano?

Non si può mettere in discussione in processo, perchè non c’è altro assetto che garantisca sul lungo periodo giustizia e partecipazione ai processi decisionali come la democrazia. Non ha nemmeno senso limitare il diritto di voto. Chi sono gli ignoranti? Quali sono i requisiti? Che criterio si potrebbe applicare? Davvero un “esame di cittadinanza”, come propone Harsanyi?

Quello che sembra certo è c’è una tendenza degli elettori a non essere adeguatamente preparati al voto. Google Trends ha certificato questo aspetto quando ha pubblicato le ricerche successive al voto in GB. Che cos’è l’EU? Cosa vuol dire uscire dall’EU? Queste erano le cose più cercate. Dopo.

Un altro fatto del referendum inglese ci rimane a sostegno: parte degli elettori non si sono posti nemmeno criticità rispetto agli slogan della campagna elettorale. Immigrazione, soldi regalati all’UE.

Nigel Farage, uno dei leader del Leave, la mattina immediatamente successiva all’esito del voto, in un famoso programma televisivo inglese, affermava senza patemi d’animo che uno dei principali slogan della campagna per uscire dall’UE era un meccanismo attira-voti e nient’altro. Su pullman itineranti e stazioni delle metropolitane in tutto il Regno Unito giganteggiava la proposta di trasferire i soldi dei finanziamenti che la GB fornisce all’UE nel sistema sanitario nazionale inglese. Ma poi, dopo dodici ore dallo spoglio, Farage ha ammesso che non è fattibile e non lo era mai stato. Nessuno si era preso la briga di domandarselo prima. Non un cittadino, non un giornalista.

Quanti elettori hanno votato per quello slogan? Impossibile saperlo. Ma se fosse anche uno solo?

Emerge un altro nodo cruciale, il rapporto tra le democrazie e l’informazione. Essere sovra-informati e avere a disposizione un ventaglio enorme di fonti di informazione ha creato un problema: scegliere le fonti di informazione. Selezionarle, filtrarle, verificarle. Mentre le fonti aumentavano a dismisura, nessuna educazione si è posta il problema di creare una coscienza strumentale di critica delle fonti.

Così in una sorta di analfabetismo funzionale parte degli elettori chiedono, pretendono e ottengono risposte semplici a domande complesse. Questo basta ad interpretare il mondo, senza necessità di possedere strumenti utili a quella comprensione.

Ma a fallire non è la democrazia. È l’idea di responsabilità individuale che comporta l’appartenerle. In qualche misura è stata tollerata da tutti noi l’idea che il votare si limiti a crociare una scheda, senza essere consapevoli di null’altro. Il voto per età è indicativo di questo: è vero che nel caso inglese c’è stata una sostanziale differenza di voto per età, con la maggioranza di giovani che hanno votato per il Remain; ma è anche vero che i giovani che hanno votato sono stati pochi.  E anche questa non è una peculiarità inglese, ma una tendenza generale: la disaffezione giovanile al voto è piuttosto trasversale in Europa. 

Secondo gli studi della sociologa Mary Douglas la società si è organizzata in istituzioni perchè la nostra appartenenza ad esse ci de-responsabilizza. Esse scelgono per noi. Ci sollevano dalla responsabilità; ci esonerano (Gehlen). Per questo non ci sentiamo più in dovere di responsabilizzare il nostro voto, di legittimarlo con una qualche consapevolezza politica. Basta segnare una scheda, poi qualcuno (istituzione) deciderà al posto nostro. Di conseguenza quando si viene chiamati a decidere direttamente non si è preparati, e si cerca di capire cosa si è votato, dopo, anche pentendosene

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Un pensiero su “La democrazia sta fallendo?

  1. La democrazia non fallirà in Europa: forse fra la crisi economica e quella dei rifugiati potrà avere un momento di crisi, ma abbiamo sufficienti anticorpi contro il populismo per vincere questa battaglia

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