Leggere per incontrare qualcuno

maschere

Che cosa ci fa dire di uno scrittore che è un bravo scrittore? Molte cose, probabilmente molte cose diverse perché siamo lettori diversi. Per me un metro di misura della bravura di uno scrittore è il modo in cui crea i suoi personaggi, uno degli aspetti più difficili per chi prova a scrivere. La verità banale è che il personaggio, per quanto prodotto letterario da interpretare, non può che interagire nella costruzione della sua identità con la persona, con la verosimiglianza. La verità è che leggiamo perché ci interessa la storia di qualcuno. Ogni vicenda per quanto strabiliante, non sarebbe emozionante per davvero se non fosse perché riguarda qualcuno in particolare. La storia attrae il lettore proprio perché è la storia di qualcuno, di un suo alter ego. Leggiamo perché attraverso il personaggio vediamo il mondo con altri occhi, viviamo un’altra esperienza. Leggiamo perché leggendo possiamo contemporaneamente guardare da una prospettiva diversa e capire cosa si prova, fingere e essere consapevoli, essere protagonisti e testimoni, coinvolti eppure distaccati. E questo grazie al personaggio, che tra l’altro mostra di sé facce diverse a seconda del lettore che ne legge la storia e può aver bisogno di tempo per farsi conoscere intimamente e forse mai completamente. Ecco perché è notevole la quantità di esperimenti che chi scrive fa nella creazione dei suoi personaggi. Perché c’è sempre da tenere in mente che il lettore per prima cosa si confronta con loro, siano essi i protagonisti o soltanto comparse: un particolare incontro domina la natura comunicativa del romanzo, quello tra il lettore e il personaggio. Un incontro che può avvenire nei modi più disparati: il divertimento di chi scrive e il piacere di chi legge.

«Mi chiamano Rep – diminutivo di reptil, cioè rettile – da quando riesco a ricordare. Sono altro un metro e ottantatré e peso ottantuno chili, ho gli occhi neri e infossati che paiono due canne di fucile pronte a sparare, la bocca sensuale e una verga di 25 centimetri nei giorni più caldi. Non sono un eiaculatore precoce e non mi puzza il fiato, amo tagliarmi le unghie fino a farle sanguinare, ho tracce di acne in faccia, denti forti e un odore personale seducente. (…) Ho avuto ferite d’arma da fuoco, da taglio e da oggetti non identificati. Non ho mai ammazzato nessuno ma ho portato più di uno sull’orlo della morte fisica o spirituale. Meglio non farmi incazzare. Ho il cuore acuminato come le schegge di un’esplosione. Non mi piace la gente lagnosa e le madri che picchiano i figli. Esiste una bella donna di nome Nilda che mi piace un casino.» E’ questa la prima pagina di C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo dello scrittore Efraim Medina Reyes di Bogotà. Qui il personaggio ce lo buttano addosso come butta la carne sul tavolo il macellaio. Una voce in prima persona che parla come se stesse fornendo un documento d’identità: nome, altezza e peso, segni particolari. Si descrive da solo con tutto quello che, secondo lui, c’è da sapere di importante: che è un uomo virile, che è un duro, che porta sulla pelle i segni di una vita vissuta, che è meglio non farlo incazzare, che esiste al mondo una donna che gli piace. E il lettore lo ascolta e prende nota, perché si sente che è un personaggio arrabbiato, che è un personaggio che ha bisogno di sfogarsi, che ha qualcosa di forte e di estremo da raccontare. Il lettore non può fare altro che stare zitto e ascoltare senza interrompere. E’ una scelta di contatto immediato, come una presentazione faccia a faccia, uno che arriva e ti dà uno spintone perché vuole che gli fai spazio.

Julio Cortázar invece, argentino, ci fa conoscere Un certo Lucas a pezzettini e mai fino in fondo. Frammentato appositamente anche nella struttura, il testo presenta Lucas, un certo Lucas, quindi un Lucas preciso ma insieme non definito, attraverso brevi riflessioni su vari argomenti che lo riguardano: le sue lotte con l’idra che lo divora, il suo modo di comunicare, le sue meditazioni ecologiche, le lezioni di spagnolo, la degenza in ospedale, le canzoni, l’ipnofobia, le relazioni sociali, le riflessioni sulla scrittura, la droga, la cacca. Scelte alcune angolazioni il personaggio si mostra molto in profondità ma velocemente e a salti. Scelta la forma dell’ironia amara i brevi quadri partono da aspetti quotidiani, a volte banali e grotteschi, a volte romantici e solenni, per tenere il lettore incollato alle pagine, spesso da dover rileggere. E chi legge non può che stare a bocca aperta di fronte a Lucas. Con quel suo occhio critico e realista sul mondo, con la precisione delle sue riflessioni, con l’eccentricità della sua persona rispetto alla nostra, sta troppo sopra di noi. Lucas ci costringe a rimetterci in discussione pagina dopo pagina: abbiamo capito qualcosa di lui o non abbiamo capito niente? Lucas ci fa saltare qua e là e facciamo fatica a stargli dietro, dobbiamo rileggere quello che si dice su di lui per tirar fuori da quei quadretti dissacranti il succo profondo della sua identità. E’ un personaggio che fa perdere il fiato e volutamente sfuggente, che non riesce a mostrarsi nudo e per intero: deve ricoprirsi di immagini, di dettagli e scene, di ironia e darsi a piccoli morsi per riuscire a dirci quello che vuole dirci. Di fatto non gli importa niente del lettore: «Lucas guarda nel palmo della mano la parola destinatario, le accarezza appena il pelame e la restituisce al suo limbo incerto; non gli importa un fico secco del destinatario visto che ce l’ha lì a tiro, a scrivere quello che lui legge e a leggere quello che lui scrive, quante seghe.»

I personaggi del resto spesso sono molto più forti di chi legge e vincono il confronto. Quante volte da lettori siamo stati presi in giro da un personaggio? Quante volte non ce ne siamo accorti se non dopo anni o dopo una seconda lettura? Il traditore per eccellenza è Zeno, il personaggio di Italo Svevo ne La coscienza. Zeno è subdolo e si diverte a prendere in giro il lettore, dissemina menzogne lungo tutta la sua storia e solo il lettore che sappia qualcosa di più specifico sulla psicanalisi, punto di partenza del romanzo intero, può rendersi davvero conto che Zeno sta mentendo di fronte al suo interlocutore. Gli altri ci cascano o fiutano soltanto che qualcosa non torna. Zeno dissimula, rimuove elementi che non ritiene offrano un’immagine soddisfacente di sé, mente consapevolmente o nega quello che crede imbarazzante o doloroso per la propria coscienza, fa allusioni sottili difficili da cogliere. Il lettore non deve fidarsi! Nulla di quello che gli viene raccontato è davvero andato così: non si può provare pena per uno come Zeno, è scaltro, sadico e paranoico e ha tremendamente paura degli altri, ma vince sempre. E’ l’autore che ci fornisce a tratti qualche appiglio per uscirne vivi: errori, passi falsi, discordanze che fanno sì che Zeno ammetta di non essere attendibile. Se stiamo attenti ce lo dice lui stesso che ha mentito, nell’ultimo capitolo, quando usa l’ennesima scusa per giustificare le sue non verità: «Se ne avessi parlato sarebbe stata una nuova difficoltà nella mia esposizione già tanto difficile. Quest’eliminazione non è che la prova che una confessione fatta da me in italiano non poteva che essere né completa né sincera».

Di alcuni personaggi invece sappiamo solo quello che altri personaggi ci dicono. Ci possiamo fare condizionare oppure provare ad andare oltre. Il personaggio in questione non parla, è come travolto dalle dicerie altrui. Le altre voci dicono su di lui di tutto e di più, e lui non si può difendere. Possiamo stare dalla sua parte o metterci dalla parte di chi lo giudica e divertirci a lapidarlo. Lui non si difenderà, se non con le sue azioni, costantemente poste sotto il giudizio degli altri. Se si guarda la lotta crudele dal di fuori resta l’amaro in bocca forte per un qualcuno che non ha potuto dire la sua. E’ Rosso Malpelo, nella novella di Giovanni Verga: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo, e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.»

Poi ci sono personaggi a cui non riusciamo a dare nemmeno un volto, o a cui possiamo dare il volto che vogliamo, non hanno nome, perché fatti solo di azioni e di parole. Sono personaggi completamente nelle mani del lettore, a cui l’autore non ha saputo, o voluto, dare tratti più definiti. Eppure nessuno può toglierci dalla mente che a qualcosa stiamo facendo riferimento, e che dunque ci sia qualcosa, in qualche ordine di realtà, di cui stiamo parlando. E l’identità di un personaggio può persino travalicare i confini del testo, possiamo immaginare altre ipotesi, continuare la storia: la verità è che l’esistenza di un personaggio è sempre incompleta e noi lettori integriamo in parte queste lacune. Proprio perché non è oggettiva, questa esistenza deve essere realizzata dalla nostra attività di lettori: ecco la dimensione pratica dell’atto del leggere. Il testo letterario, la parola scritta, possiede tutte le proprietà che possiede, ma il suo valore non è in sé: viene dal giudizio che noi lettori gli diamo, dall’esperienza che ne facciamo. Si interpretano le parole nei termini del mondo, e il mondo in quelli delle parole.

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