L’epica della contemporaneità nelle narrazioni cinematografiche americane

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La seconda parte dell’articolo: La contro-epica della contemporaneità nelle narrazioni cinematografiche americane.

Introduzione

Il 18 febbraio è uscito nei cinema italiani un film definito in maniera plebiscitaria, sia dal punto di vista della critica che dal pubblico, come una delle pellicole più belle del 2015. Il film si chiama Il Caso Spotlight (Spotlight, in originale) ed è stato co-scritto e diretto dal regista americano Tom McCarthy.
Il film racconta la storia del team Spotlight, ossia un gruppo di quattro giornalisti del Boston Globe (uno dei due maggiori quotidiani di Boston, l’altro è il Boston Herald) che investigarono e scrissero la storia delle molestie sessuali pedofile da parte di preti della Chiesa Cattolica nell’arcidiocesi di Boston, il cui cardinale di allora, Bernard Law, fu poi costretto a dimettersi, venendo trasferito dal Vaticano ma di fatto promosso, diventando Arciprete di una delle tre più importanti basiliche romane fuori dalla città del Vaticano: Santa Maria Maggiore.
I quattro giornalisti del team (M. Rezendes; W. Robinson; S. Pfeiffer; M. Caroll) vinsero poi il premio Pulitzer per il miglior servizio pubblico nel 2003. Il direttore di allora del Globe Martin Baron è oggi l’executive editor del Washington Post, uno dei giornali quotidiani considerato tra i più solidi e affidabili del giornalismo contemporaneo.

Come spesso mi capita sono partito da questo film per parlare d’altro. Il film è molto utile, nonostante sia solo l’ultimo in ordine di tempo e non abbia nessun elemento innovativo in questo senso, per inquadrare una tendenza particolarmente radicata all’interno della produzione culturale cinematografica americana: la creazione di un’epica della contemporaneità.

L’epica della contemporaneità

Va detto che l’industria cinematografica è solo una componente di una produzione culturale totale che è incentrata per buona parte su questo aspetto di epicizzare il contemporaneo. Questo processo altro non è che la declinazione culturale di un mito – il “sogno americano” – che fa proprio del carattere epico di storie di grandi successi della contemporaneità il perno di buona parte delle narrazioni statunitensi con cui ci capita di entrare in contatto nel mercato culturale europeo.

Secondo Jorge Luis Borges gli americani, non avendo un’epica propria, hanno dovuto costruire una loro specificità epica incentrata su fatti storici del passato recente.
Non è troppo complicato intuire le ragioni dell’assenza dell’epica dalla tradizione americana.
Gli Stati Uniti mancano della profondità cronologica della loro storia (sono un paese di formazione recente) e mancano per questo, essendo una ex-colonia i cui popoli originari sono ridotti in numeri miseri e confinati, della sedimentazione culturale eterogenea propria della cultura europea. I gruppi sociali originari di quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America furono gruppi immigrati (inglesi, francesi, spagnoli) con culture di appartenenza di derivazione latina e giudaico-cristiana. Nel corso del processo di indipendenza dagli inglesi si fece largo l’idea che gli inglesi americani e gli inglesi del Regno fossero due popolazioni ormai divenute differenti, non più due diversi modalità di essere sudditi della stessa Corona. I “nuovi” americani hanno dovuto fare i conti con la necessità di creare ex-novo una cultura che facesse da base alla nuova identità culturale e politica (americana e non più inglese) che doveva per forza di cose distaccarsi da quella di provenienza con una cesura netta e definitiva. La guerra con gli inglesi (Rivoluzione Americana: 1775-1783) non poteva essere una guerra civile, ma doveva essere una guerra d’indipendenza. (Una guerra di indipendenza non può essere mai civile e viceversa).

Questo processo di costituzione  epica fu lento e liquido e appartiene a produzioni culturali precedenti alla nascita del cinema. Ma sin dalla prima disponibilità del mezzo cinematografico, il carattere distintivo della produzione filmica americana fu la narrazione di storie che creassero questa epica del recente passato. Si pensi a Nascita di una Nazione (Griffith, 1915), film sulla guerra di Secessione che è considerato uno dei capisaldi del cinema delle origini.
Questa necessità di èpos (cioè i miti e le leggende di un popolo) arrivò addirittura a creare un genere specifico: il Western. Una delle grandi narrazioni epiche americane si ri-crea sulla conquista e il genocidio delle popolazioni native per dare spazio geografico ai grandi Stati Uniti d’America, dall’Atlantico al Pacifico. Le narrazioni sul “selvaggio West” non nascono nel cinema ma gli pre-esistono, ma è nel cinema che si costituiscono ed esplodono con risonanza mondiale come genere proprio, genere che troverà un fortunatissimo successo fino almeno agli anni Settanta.

Il tema, lo si capisce, è enorme e può essere letto veramente come la chiave di volta della quasi totalità delle produzioni culturali americane. In una sessione di interviste alla Scuola Holden Federico Buffa ha esteso questo concetto allo sport americano e alle sue narrazioni. Nell’ottica di questa carenza strutturale di epica, anche lo sport si è fatto parte costitutiva della creazione di un’epica del contemporaneo. Sarebbe interessante per chi si occupa di sport leggere il lungo rifiuto statunitense del calcio e di qualunque altro sport europeo in quest’ottica. Per creare epica non si potevano sfruttare narrazioni di successi basati su sport europei, ma per evidenziare la frattura con le antiche origini dei padri inglesi colonizzatori si dovevano mitizzare i grandi eroi dello sport “made in USA” e solo lì reso grande, ovvero la variante rugbistica del Football americano; il Baseball e il Basket.

Macro-generi dell’èpos

Tornando al cinema, che è il punto che mi interessa di più sviluppare, questo discorso è interessante per comprendere che tipo di proposte cinematografiche fanno le Major (che per intenderci sono i film che poi tutti noi andiamo a vedere per la maggiore al cinema) e che tipo di successo riscuotono i film.
La maggior parte dei generi di successo del cinema americano sono espressione di questa costruzione dell’èpos, ed è raro che generi che escono da questa tendenza culturale siano film di grande successo.
Basta elencare macro-generi cinematografici a cui è possibile ricondurre film di grande successo che escono ogni ogni anno, per intuire il tipo di narrazioni di cui si parla: il cinema dei super-eroi; il cinema dell’emancipazione (razzismo, femminismo, seconde opportunità degli sconfitti, ecc); il cinema della libertà e della verità come strumento operativo di una democrazia che pare essere esclusiva americana. Tutti questi macro-generi hanno storie strutturate in maniera simile, tipicamente hollywoodiane, in cui domina la figura di una persona normale o di un gruppo che però si rende eroico attraverso un talento e una applicazione professionale, e sono in grado di cambiare in modo concreto la vita pubblica di tutta la comunità culturale, che per estensione diventano gli interi Stati Uniti, facendo la Storia con la “S” maiuscola.

Passiamo oltre la prima categoria dei super-eroi, che forse è quella che esprime i caratteri più evidenti di questo processo artificiale di costruzione epica, essendo i vari Batman, Superman & co. quello che per la nostra epica classica sono gli eroi del mito e dei poemi (Achille, Ulisse, Ercole, Prometeo ecc).
Le altre categorie di questo tipo di cinema sono narrazioni di storie assunte come modello del mito (si pensi a quanti film sono stati realizzati sul “Sogno Americano”, per esempio).
Sono partito da Il Caso Spotlight perchè è un film che si inserisce perfettamente nella struttura di queste narrazioni. 

Il Caso Spotlight è comodo per la sua attualità, ma si possono prendere in maniera analoga tutti i gilm del genere thriller-giornalistico, a partire da quello più istituzionale: Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976). Film sulla storia investigativa della coppia Pulitzer di redattori del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein (R.Redford e D.Hoffman) che scoperchiarono il Caso Watergate portando alla fine della vita politica dell’allora Presidente Nixon, costretto alle dimissioni per evitare la procedura di impeachment. Il principio è il medesimo e il genere giornalistico è una categoria tra le altre del cinema che restituisce in maniera chiarissima la dimensione di importanza pubblica delle narrazione epiche.

Questi film hanno in genere un grande successo di pubblico, e raccontano come poche persone siano riuscite, con la sola forza delle loro potenzialità (attenzione alla retorica) ad abbattere un’ingiustizia addirittura presidenziale, nel caso Watergate; addirittura clericale, nel Caso Spotlight. I personaggi basati su persone in carne ed ossa ma per forza di cosa mitizzati, diventano veri e propri modelli culturali che in quanto modelli acquisiscono il carattere della riproducibilità. I giovani sognano di diventare un Bernstein o una Erin Brokovich (Soderbergh, 2000) o una Joy Mangano (Joy, David O. Russel, 2015) nello stesso modo in cui nel medioevo i cavalieri aspiravano ad essere gli eroi dei poemi cavallereschi. Non è la stessa cosa, chiaramente, ma il modo di muoversi dell’animale uomo rispetto al modello culturale è lo stesso, nonostante sia cambiato radicalmente il contesto e il significato di quel tipo di aspirazione.

Ovviamente i modelli non si creano demiurgicamente, cioè non esiste una mente razionale e illuminata che organizza e manovra. I modelli li si crea attraverso un processo lento e collettivo, in parte interiorizzato e quindi inconscio, a seguire Freud e Halbwachs. Una volta creato viene interiorizzato nella psicologia collettiva e viene riprodotto, adeguando le aspettative e le aspirazioni individuali a quel modello, che non può che essere una costruzione sociale, un prodotto culturale e pertanto situato, storicamente, geograficamente e temporalmente.

Per concludere, per ora

Ho provato a mettere insieme un po’ di idee, per la maggior parte parziali e incomplete. Sono mappature possibili di risposte probabili, ma niente di più.
Certo è che sempre di più nel corso della storia del cinema europeo il modello culturale cinematografico americano è stato assimilato: due produzioni italiane di film con un protagonista super-eroe (Il ragazzo invisibile, G. Salvadores, 2014; Lo chiamavano Jeeg Robot, G. Mainetti, 2016) sono novità spiazzanti che non trovano passato nella storia del cinema non solo italiano ma europeo in generale. Allo stesso modo l’influenza è anche in senso inverso: tutto il cinema indipendente si fonda sulla matrice europea (in particolare francese) degli stilemi estetici. L’omogeneità culturale e la “supercultura” unica di matrice americana, figlie di quello che Victoria DeGrazia chiama L’impero irresistibile in un libro omonimo, sono teorie affascinanti ma da cui difendersi e sospettare. Non siamo tutti americani, tutt’altro.

La seconda parte dell’articolo: La contro-epica della contemporaneità nelle narrazioni cinematografiche americane.

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2 pensieri su “L’epica della contemporaneità nelle narrazioni cinematografiche americane

  1. Caro Simone,
    complimenti per l’interessante riflessione. Se la mancanza di storia (e conseguentemente di epica) nella cultura americana è un tema già diffuso e accettato, ho trovato intrigante l’applicazione di questo concetto ad ambiti non proprimante “culturali”, come gli sport, e soprattutto a culture diverse, in particolare quella europea.
    Partendo dal cuore del tuo discorso, il cinema d’oltreoceano offre effettivamente un numero infinito di esempi in cui si è cercato di rappresentare il successo del sogno americano. Senza voler appiattire tutte le differenze di genere, film come “A beautiful mind”, “La teoria del tutto”, The imitation game” (giusto per citarne alcuni) seguono una logica narrativa comune, atta ad esaltare le particolari capacità di individui che, nonostante ostacoli e difficoltà, sono riusciti a raggiungere traguardi importanti sfruttando al massimo il proprio talento. Proprio qui si concentra, secondo me, il concetto di sogno americano: a differenza dei supereroi, i quali sono mitizzati e non presentano punti deboli o comunque quelle piccole imperfezioni che caratterizzano ogni essere umano, i nuovi eroi epici del cinema americano sono persone con innumerevoli limiti ma che, tuttavia, sono in grado (grazie alla società americana) di esaltare quell’unica abilità in cui eccellono. E così Forrest Gump, il quale è un povero ritardato la cui sola capacità è quella di correre senza fermarsi, diventa un campione di football.
    Mi preme, però, fare una distinzione in questo ambito: se un film come Forrest Gump è utile ad evidenziare anche tutti i limiti e i fallimenti della società americana, troppo spesso questo “genere epico” si riduce a raccontare e mettere in risalto esclusivamente i successi, le vittorie e i lati positivi di queste imprese. In un contesto del genere, i difetti dei protagonisti, gli errori che commettono e le difficoltà che incontrano non fanno altro che rendere più grandiosa la riuscita dell’impresa. Nonostante ciò, sarebbe utile ricordare (anche per una questione statistica) quanti altri hanno fallito nella stessa situazione: quanti bravi scienziati e matematici sono arrivati alle conclusioni troppo tardi, oppure non sono stati compresi e celebrati; quanti sportivi sarebbero potuti eccellere ma non l’hanno fatto a causa di infortuni o semplicemente condizioni avverse. Gli esempi sarebbero infiniti. In questo senso la società americana si può permettere di scommettere su tanti talenti in prospettiva e piano piano scartare chi non rispetta le aspettative. Nessuno ci viene a raccontare la miseria che accompagna la vita di coloro che hanno fallito. Ed è qui che la cultura Europea può e deve distinguersi da questo approccio al talento: la nostra cultura è inclusiva, ossia è volta ad offrire uno standard di vita minimo a ciascuno. Dall’educazione al welfare, nel vecchio continente aspiriamo, non sempre con successo, ad assicurare pari opportunità a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche, sociali, geografiche, di genere etc. Proprio per questo motivo, e qui concludo, il cinema Europeo deve usare molta cautela nell’assorbire questo tipo di epica che rischia, altrimenti, di riflettere una società che non solo accetta un alto livello di disuguaglianza, ma soprattutto promuove una cultura usa e getta delle persone e del proprio talento.

    Guido

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  2. Hai colto il discorso, tanto che sei arrivato da te a quella che sarà la seconda parte di questo articolo, su cui sto lavorando di forbici per problemi di lunghezza. Entro domenica dovrebbe essere fuori, quindi ti rimanderei alla seconda parte per poi discutere di tutto insieme. Quello che posso dirti, anticipando, è che c’è un genere specifico di cinema americano, che è il cinema indie, che ha assorbito i modelli del cinema europeo raccontando storie di successi mediocri, di insuccessi o di fallimenti. Non lo fa sempre, ma lo fa spesso. Ti rimando a quell’articolo che sarà pubblicato a breve per chiarimenti su cosa sia il cinema indie, su quali film sono esemplari, ecc.

    Ci sentiamo a breve, stay tuned.

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