7 libri per l’Inverno

L’inverno è freddo, l’inverno è lungo, l’inverno è la stagione perfetta per leggere. Un caminetto acceso, una tazza di thé e una coperta, il vagone di un treno con i finestrini appannati, una sera fredda al rientro in casa, un pomeriggio di pausa con caffè bollente, una biblioteca al caldo, una panchina al parco nell’ultimo sole pallido della giornata. In tutti questi frammenti di vita invernale ci vorrebbe un libro, delle pagine da sfogliare con una storia da seguire, o da costruire. Ecco qualche consiglio per superare la stagione fredda: libri che in qualche modo “hanno il sapore” dell’inverno.

HERMANN HESSE, Narciso e Boccadoro (1930)

HESSEUno dei maggiori successi di Hesse, si interroga su quale sia lo scopo della vita dell’uomo fondendo la favola simbolica al romanzo picaresco e alla riflessione filosofica. Nel Medioevo del cattolicesimo monastico, nasce l’amicizia fra l’asceta erudito Narciso, destinato a vivere protetto dal mondo e dalla Storia all’interno delle mura del convento, e l’artista vagabondo Boccadoro, preda delle passioni e delle contraddizioni della vita. Il tema è quello del contrasto e dell’equilibrio fra carne e spirito, arte e ascesi, entrare nella vita o guardarla dall’esterno.

“Era una cosa terribile essere burlati così dalla vita, c’era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell’antica Madre Eva: e allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si chiudeva nell’officina e ci si sforzava di costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì l’immortalità, ma intanto ci si inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita.”

MURAKAMI HARUKI, Norwegian Wood (2006)

norwegian-woodIl romanzo più intimo e introspettivo di uno dei più importanti autori contemporanei di ambito giapponese. Norwegian Wood esplora con grande impatto emotivo il mondo in ombra dei sentimenti, delle paure e delle complessità dell’animo umano. E’ un romanzo di formazione, che riflette su quell’assillante dubbio giovanile di aver sbagliato o poter sbagliare nella scelta tra le possibilità che il mondo e le relazioni con gli altri offrono. Lo stile di Murakami è delicato, e ogni dettaglio nel testo assume un valore metaforico. Ampie le descrizioni paesaggistiche, il romanzo è dominato da colori tenui e luminosi.

“Naturalmente, con un po’ di tempo riesco a richiamare alla mente il suo viso. Ma prima appaiono le sue piccole mani fredde, quei bei capelli lisci così leggeri al tocco, i lobi delle orecchie morbidi e rotondi con sotto un piccolo neo, l’elegante cappotto di cammello che portava spesso d’inverno, quel suo modo di fare una domanda guardando sempre l’altro dritto negli occhi, la voce che a volte tremava per qualche ragione (era come se parlasse su una collina dove soffiava un vento fortissimo).”

VIKTOR ŠKLOVSKIJ, Zoo o lettere non d’amore (1923)

ZOOUna donna rivolge a un uomo innamorato il rimprovero più doloroso: «il tuo amore è grande ma non è gioioso» e gli vieta di scriverle d’amore. L’uomo allora comincia a scriverle: lettere non d’amore. Questa finzione crea Zoo, romanzo autobiografico in lettere del fondatore del formalismo russo. Da qui un divagare intorno all’esilio berlinese dell’autore: giovani che non sopportano la distanza dalla patria russa, una comunità riunita a ridosso della capitale tedesca. Scene di vita, ritratti, cose viste e lette, pagine di critica e teoria della letteratura, citazioni, giornate perse, ironia e quell’amore di cui non si deve parlare che resta come un vuoto dai contorni precisi, più bruciante di un racconto diretto.

“Non amo il gelo, e neppure il freddo. A causa del freddo l’apostolo Pietro ha rinnegato Cristo. La notte era fresca, così lui si avvicinò al fuoco, ma presso il fuoco si teneva il giudizio pubblico, i servi chiesero a Pietro di Cristo e Pietro lo rinnegò. Il gallo cantò. Il freddo in Palestina non è intenso. Probabilmente fa più caldo che a Berlino. Se quella notte fosse stata tiepida, Pietro sarebbe rimasto nell’oscurità, il gallo avrebbe cantato invano, come tutti i galli, e nel Vangelo non ci sarebbe stata ironia. Meno male che Cristo non è stato crocifisso in Russia: il clima, da noi, è continentale, il gelo è accompagnato dalla tempesta; i discepoli di Gesù sarebbero venuti a frotte presso i fuochi ai crocicchi e avrebbero fatto la fila per rinnegarlo.”

FABIO PUSTERLA, Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (2009)

PUSTERLAFabio Pusterla è un poeta contemporaneo italo-svizzero. La sua opera prende avvio dal modello di Vittorio Sereni e si concentra, fra gli altri temi, sulla relazione esistente tra le tracce del passato e il futuro, del mondo e del singolo. Si tratta di una poesia fortemente autobiografica, dove al verso si affianca la passione dell’autore per i racconti, sotto forma di note ai testi, che ne spiegano l’origine e la direzione interpretativa. Questa è una antologia che raccoglie un ventennio di scrittura dell’autore, con l’aggiunta di una sezione di poesie recenti e inedite. Un bel modo per conoscere una fra le voci più significative e interessanti della poesia italiana degli ultimi decenni.

da Da una costa, X.  “Direi: la piuma verde di un piccione,/ sul collo, quando infiamma alla virata/ e prende luce; o, di mattina, il fumo/ appena pronunciato, controsole,/ tra gli alberi./ Quello che si consuma e non si dà/ pensiero. Che si perde.”

VELMA WALLIS, Due donne (1993)

WALLISVelma Wallis è nata a Fort Yukon, un villaggio athabaska a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico. Ad un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi da sola, in una capanna di caccia: qui ha imparato l’arte della sopravvivenza e ha cominciato a scrivere. Due donne racconta la storia di due anziane, abbandonate dalla loro tribù affamata alle soglie dell’inverno, in base a una delle tante leggi non scritte dei popoli del Nord, che impone l’allontanamento dei vecchi divenuti un peso per la comunità al momento di affrontare le difficoltà e le privazioni del periodo invernale. Le due donne invece di adattarsi al proprio destino e soccombere, decidono di lottare per sopravvivere e di farlo con dedizione reciproca. Una leggenda tramandata oralmente dagli Atabaski nord-americani che riflette sulla forza primitiva dell’uomo-animale e sulla potenza della solidarietà tra individui.

“Sentiva il freddo pungerle le guance dov’erano colate le lacrime, e ascoltava il silenzio che la tribù si era lasciata dietro. Sapeva che ciò che diceva l’amica era vero, che in quella terra fredda e quieta le aspettava una morte certa, se non facevano qualcosa. Alla fine, più per la disperazione che per la determinazione, diede eco alle parole dell’amica dicendo: «Moriamo lottando». E a questo punto l’amica l’aiutò a tirarsi su dal mucchio di rami bagnati”

MILAN KUNDERA, L’identità (1997)

KUNDERACi sono situazioni nella vita in cui per un istante non siamo più sicuri di riconoscere chi ci sta accanto, e di riflesso dubitiamo anche di noi stessi. Kundera dilata questo attimo significativo e lo associa al sentimento di panico e disorientamento che ne deriva. Un istante di smarrimento dà inizio a una vicenda labirintica in cui il lettore vaga disperso tra ciò che è reale nella finzione letteraria e ciò che è finto nella finzione letteraria, tra ciò che accade nel mondo esterno e ciò che la mente dei personaggi credono accada. Una percezione segreta e intima che diventa il tema di un romanzo tra i più acuti e dolorosi insieme dell’autore boemo.

“L’albero delle possibilità: l’esistenza quale si mostra all’uomo che, pieno di stupore, è giunto alla soglia della sua vita adulta: un ricco fogliame pieno di api che ronzano. E gli sembra di capire perché Chantal non gli abbia mai mostrato le lettere: aveva voglia di ascoltare da sola il mormorio dell’albero, senza di lui, poiché lui, Jean-Marc, rappresenta l’abolizione di tutte le possibilità, la riduzione (e non importa che sia una riduzione felice) della sua vita a una sola possibilità.”

AGOTA KRISTOF, Ieri (2002)

KRISTOFCento pagine in cui l’autrice si lascia alle spalle tutte le strategie della scrittura per scegliere le parole nella loro nuda e pura natura. E’ diventando niente che si diventa scrittori, come il protagonista della storia, e si conquistano dal vuoto le passioni della vita e una voce per raccontarle. Il protagonista ha ucciso il suo passato e immaginato il suo futuro, letteralmente. Poi il passato riemerge e si scopre che non lo si può eliminare dal futuro, che i due vanno a braccio, con tutto il peso che questo comporta. Ieri è un bellissimo esercizio di scrittura, un prendersi cura delle parole e dei loro significati, ma è anche un racconto d’amore impossibile e di formazione dura e crudele.

“Camminavo. Non c’era nient’altro che il cammino, la pioggia, il fango. Camminavo. Incontravo altri passanti. Camminavamo tutti nella stessa direzione. Erano leggeri, pareva fossero senza peso. I loro piedi senza radici non si ferivano mai. Era la strada di chi ha lasciato la propria casa, di chi ha lasciato il proprio paese. Quella strada non porta in nessun luogo. Era una strada dritta e larga e non aveva fine.”

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