Una solitudine troppo rumorosa #9 – Kawabata, La casa delle belle addormentate

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Opera di singolare bellezza, questa Casa delle Belle Addormentate è la fonte da cui sgorgò –  anni dopo – la stessa storia vestita di Caraibi ad opera di Gabriel Garcia Marquez. Memoria delle mie puttane tristi, la chiamò Gabo. Talmente bella che un vecchio Marquez grafomane dovette farne una versione a suo stile in cui manteneva il cardine del racconto giapponese ma ne centrifugava la lentezza e le parole sotto la sua musica dei giradischi di Macondo.

Se siete digiuni di letteratura giapponese è bene fare qualche precisazione per capire cosa aspettarsi. I giapponesi hanno un modo di scrivere che frulla tutto quello a cui è abituato l’occhio di un lettore occidentale. Ritmi, parole, distanze, noie sono tutti elementi decisivi e fondamentali. C’è sempre una lontananza profonda che fa da bordo ad un bellezza di cui non possediamo le misure. Quando proviamo a spiegarla (ne ho parlato per quanto riguarda il libro di Focillon) riusciamo solo a comparare, ma di capirla proprio non ci viene. Progetti di mondo troppo diversi. Radicali differenze di abitudine al guardare.

Noi ci aspettiamo che le cose accadano. Nelle storie che ci raccontiamo qualcosa deve accadere. Lì, per esempio, no. Non ci sono eventi, c’è la descrizione di una corrente – qualcosa che scorre e che non cambia – ma che contiene in sé elementi di verità del mondo delle cose. Vi stupirà e irriterà, forse, arrivare alla fine senza che niente sia accaduto. Senza colpo di scena.

Il libro di Kawabata (che è un premio Nobel) racconta di Eguchi, un vecchio di solitudini orientali che trascorre le notti in questa casa gestita da una anziana donna. Un bordello, sarebbe. Ma laggiù tutto è diverso, più ombroso e spirituale; un bordello, s’intende, non è mai solo un bordello. Infatti l’amore non si fa. Meglio: non c’è atto – copula. C’è una danza di silenzi e intenzioni, gestualità abortite che non arrivano mai a darsi senso, quindi al tocco, a farsi carne. Uomini anziani si addormentano vicino a meravigliose ragazze giovanissimi dalla pelle candida. Vergini, tutte. E addormentate in sonni chimici profondissimi.

Non c’è modo che si sveglino durante le notti tristi e solitarie di chi si accosta loro. Uomini impotenti – che non chiedono nulla al sesso ma tutto alla memoria. Eguchi si scosta dalla abnegazione del desiderio. Lui vorrebbe e potrebbe. Ma non si può, regola inviolabile della Casa. (“E se in rappresentanza di tutti i vecchi che vengono qui ad essere umiliati, per vendetta infrangessi il tabù di questa casa?”)

Le belle addormentate non si toccano mai, non si sfiorano. Quello che offrono è la presenza della Bellezza (maiuscolo) di fianco alla notte. Niente altro. Al mattino, mentre le ragazze ancora dormono, gli uomini scivolano via dalle lenzuola senza pieghe a fare a pugni con un cuore impazzito. Loro non sanno nulla di quelle donne – eccezione della loro bellezza, di cui conoscono a memorie le geografie – e così le ragazze non sanno con chi dormono ogni notte. Se è sempre lo stesso o se il posto nel letto che hanno di fianco è macchiato da lacrime di ricordi che appartengono ogni sera ad un uomo diverso.

Eguchi ricorda le donne amate in un racconto erotico senza sessualità – le tocca, viola la regola, ma non c’è mai l’oltre. E sembrerebbe il limite, il non accadersi di un qualcosa che ci si aspetta che accada. Invece è assenza, eterea e profondamente poetica – come tutta la produzione di Kawabata e della letteratura giapponese.

Non c’è da fermarsi al rito impossibile da definire e collocare nello spazio logico dei nostri eventi del mondo. Un Kawabata molto proustiano definisce un racconto sulla geometria del ricordo mediato – unico sfregio – da un corpo sconosciuto e inconoscibile. Eguchi osserva la ragazza, la sfiora, la tocca. Ma quello che fa – e in definitiva il motivi per cui lo fa – è il ricordo di amori passati. Donne amate nella fila della vita che tornano vive grazie alla gioventù e alla bellezza della bella addormentata. Istinto notturno del pensiero che torna a sciogliere ricordi congelati di amori che non sono più, come un convivio di fantasmi che rivivono nei nostri letti.

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Un pensiero su “Una solitudine troppo rumorosa #9 – Kawabata, La casa delle belle addormentate

  1. Ho scoperto questo blog cercando “letturatura” sulla Città di K, ne sono rimasta affascinata. Articolo dopo articolo si riconosce la passione di chi, acquistando un libro, lo annusa per sentirne l’odore.

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