Adele – 25 (Recensione)

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Una pausa durata più di 4 anni. Dal 19 gennaio 2011 al 20 novembre 2015. Da “21” a “25”. E sì che Adele (classe ’88) di anni ora ne ha 27, non 25. Così come all’uscita di “21”, ne aveva quasi 23, per la verità. Ma come spiega lei stessa nelle interviste, mentre da bambina ad ogni occasione si attribuiva più anni del vero immaginandosi grande, crescendo, la tendenza ha finito per invertirsi. Ora il tempo va più veloce di quanto vorrebbe e quello che può fare Adele Laurie Blue Adkins è solo cercare di cristallizzarlo in musica, come lastre fotografiche periodicamente impressionate dalla sua stessa vita, allo scopo di farsi amica la nostalgia.

Tra il secondo e il terzo album la popstar britannica si è concessa una pausa, sì, però qualcosina nel frattempo è successo. Una relazione stabile con il compagno Simon Konecki iniziata nel 2011. Un figlio di nome Angelo avuto proprio con lui nel 2012. Ah già e poi ci sarebbe anche quel premietto… Un Oscar per la migliore canzone, ottenuto con Skyfall nel 2013 (e se vi aggrada, anche un Golden Globe). Insomma, solite cose.

La Hometown Glory di West Norwood (sobborgo a sud di Londra) ha tratto ispirazione certamente anche da queste straordinarie esperienze personali per la realizzazione del suo ultimo album. A detta sua, è passata da un “break-up record” (21) ovvero un disco in cui era il suo cuore spezzato a farla da padrone, a un “make-up record” (25) in cui lei si è rifatta una vita e i ruoli si sono rovesciati. Ora è Adele a far soffrire chi la ama.

Prima di parlare dello splendido “25” va quindi fatta un’ultima lecita precisazione. Chi soffre? Adele, in un certo senso, è passata da essere vittima a carnefice, ma allora chi è la vittima questa volta? La vittima è “principalmente” un suo ex, ovvero l’uomo da lei frequentato e amato a cavallo tra l’heartbreaker ispiratore di “21” e il suo attuale compagno.

“Principalmente” perché per qualche istante si percepisce il dubbio tangibile che, pur essendo stata lei a chiudere la relazione, il suo ex non sia stato l’unico a soffrire. Anzi, forse lei è stata molto meno crudele di quanto avrebbe potuto essere o di quanto altri lo siano stati in precedenza con lei. È stata onesta. La loro storia era senza futuro, lei era meno presa di lui, e perciò lo ha lasciato. Ma i ricordi agrodolci di quel rapporto non fanno che alimentare il dubbio di chi, in una relazione squilibrata, pur in condizione di potere sull’altro, si sente forse più sconfitto e inerme di chi alla fine è stato abbandonato. Questa è “Hello”. O almeno è una delle sue possibili interpretazioni. Un’altra possibilità è che la figura sofferente sia il padre della cantante, casualmente tornato a bussare alla porta della figlia dopo aver scoperto il successo mondiale di “21” e di avere un tumore. Sì perché Adele è stata abbandonata dal padre quando era piccola, ma non è ancora forse l’abbandono peggiore che le sia capitato (heartbreaker a parte). E qui arriviamo a un’altra ipotesi, personalmente quella che mi intriga di più, da buon romantico quale sono. A essere salutato da Adele “from the other side” è Adele stessa. La vecchia Adele. Quella che è separata da tante miglia quante sono quelle tra West Norwood e Los Angeles, attuale residenza della voce più bella degli ultimi anni. Ma non solo. A separarle ormai c’è il tempo. Adele è diversa, è cambiata. Non è più la ragazza ventunenne lacerata dal dolore per essere stata lasciata dall’uomo che pensava sarebbe potuto essere quello giusto. Ora è una madre di 25 anni (sì, 27) che ha una più matura, e forse più cinica, consapevolezza di sé.

E qui arriviamo al resto del cd. Perché c’è molto altro oltre a “Hello”. “Hello” è una canzone spaventosa per la forza empatica che la contraddistingue, ma è anche la più ambigua del disco per quanto riguarda il discorso vittima-carnefice. Forse un’eccezione. Fermarsi a questa canzone, benchè straordinaria, per giudicare l’intero lavoro sarebbe superficiale, fuorviante, ma soprattutto un gran peccato. Un peccato perchè il disco non è “21”. E chi non lo ascoltasse per intero si perderebbe davvero molto. Forse il più bel disco del 2015.

Quindi cosa c’è nel resto dell’album che meriti davvero di essere ascoltato? Premetto che 11 tracce su 14, a mio parere, meriterebbero di essere spostate in blocco direttamente da “25” a “Greatest Hits”. Perchè per un qualsiasi altro artista, una voce così e delle canzoni così, sono e rimarranno solo un irrealizzabile sogno. Ma andiamo con calma. A livello musicale, “Send my love (to your new lover)”, “River Lea”, “Sweetest devotion” e “Lay me down” sono di un altro livello. Non mi meraviglierei affatto se tra i prossimi singoli estratti spuntasse una di queste canzoni. Sono travolgenti, fin dal primo ascolto. Pur trattando argomenti diversi, in maniera più o meno liberatoria, sono pezzi così pop che con la pena e il tormento di “21” davvero non hanno nulla a che fare.

Per quanto riguarda le tematiche, possiamo facilmente categorizzare come canzoni dedicate al figlio l’esplosiva e contagiosa “Sweetest devotion”, appena consigliata, ma anche la più lenta “Remedy”, positiva ma forse di minor impatto. Dopodiché è facile notare la dissonanza tra le ultime 3 tracce, ovvero le bonus track “Can’t let me go”, “Lay me down” e “Why do you love me”, e il resto del cd. Parlano tutte e 3 di amore ma in maniera diversa rispetto alle 11 precedenti, perché più convenzionali e meno malinconiche. Sono diverse e lo si sente. Sembrano scritte da e per qualcun altro, che so, Taylor Swift. Non per questo però le melodie delle ultime due risultano facili da dimenticare. Anzi, non te le stacchi facilmente di dosso. E poi ciò che è normale per gli altri, non lo è affatto per Adele, la quale ci ha abituato a canzoni tutt’altro che spensierate negli ultimi anni.

Il filo conduttore che lega “When we were young” e “Million years ago” è il fatto che entrambe sono grandiose nel raccontare la nostalgia provata nei confronti di una spensieratezza ormai lontana, senza per questo essere strazianti. “Water under the bridge” è l’unica canzone chiaramente scritta per l’attuale compagno e lascia il segno per la sua maturità, sempre cosparsa di dubbi, così come la suddetta “River Lea” in cui la sua visione pessimistica del futuro (che sarà probabilmente guastato da ricordi mai sopiti del passato) è però espressa con un ritmo coinvolgente e catchy come poche.

Infine ci sono la più pop che mai “Send my love (to your new lover)” e le più oscure “I miss you” e “Love in the dark”. “Love in the dark” per me è la vera rivelazione di “25”, una delle canzoni più sincere e sorprendenti che abbia mai sentito. Merita veramente attenzione perché il testo è qualcosa che non passa inosservato, è una vera e propria lastra fotografica di un periodo. E’ l’onestà sentimentale di una donna che mette le cose in chiaro, prima che con il partner, con sè stessa. E’ una presa di coscienza.

In conclusione, se dovessi riassumere cosa ne penso del disco direi: se togliamo le ballate “Remedy”, “Can’t let me go” e “All I ask” (scritta con Bruno Mars) che rallentano un po’ troppo il ritmo complessivo, pur senza incupirlo, le altre canzoni sono tutte dei must. È Adele, perché c’è la sua voce e la sua storia, e allo stesso tempo non è Adele, perché musicalmente l’album è diverso rispetto al passato, ha sonorità più pop e meno distaccatamente tragiche. Il cambiamento c’è ed è pregevole, perché lei non viene a patti, non cerca la via più facile. E’ pop, ma non si risparmia nulla. Se c’è da processarsi per stare meglio, lo si fa. Poi si torna da Angelo. Di certo resta che, se in “21” l’aria che si respirava era di vera e propria tempesta interiore, in “25” si inizia a intravvedere una schiarita. Forse il sole.

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