NOVANTA – A ritmo di Soul, i Calypso Boys

Oltremanica, volgendosi dal piccolo borgo di Coquelles verso Nord, si racconta una storia.
Due fratelli, Andy e Dwight, nati a diciannove giorni di distanza e in due continenti diversi – loro non hanno in comune nè genitori nè sangue nè patrimonio genetico, ma l’anima – si ritrovano finalmente dopo anni per fare ciò che mai nessun’uomo, da solo, è riuscito a fare.
Si tratterebbe di materiale fantastico per una canzone o una poesia, però a Manchester, dove la storia è ambientata, non c’è spazio per nessuna di queste due: non siamo a Liverpool, non ci sono i Beatles; la città è un ex-accampamento romano di quelli tralasciati dall’epica, in cui il calpestio dei calzari dei soldati non è mai stato messo in versi.
E infatti questa è una storia vera.

Io odio Andy Cole e Dwight Yorke perché senza riguardi per il mio sogno di bambino, hanno fatto ciò che gli veniva meglio: fare goal.
A loro è legato il mio primo ricordo calcistico. È la gara di ritorno delle semifinali di Champions 1998/1999 contro la Juventus, si gioca a Torino, e il Manchester United deve rimontare l’1-1 dell’Old Trafford. Come? Per la regola dei goal in trasferta o lo United vince oppure pareggia segnando due o più volte.
La Juve passa in vantaggio. Segna – ovviamente- Inzaghi. Poco dopo la Juve raddoppia. Ancora Inzaghi.
Allora United servono due goal per passare il turno e il primo lo segna Roy Keane con uno stacco di testa imperioso dal limite dell’area piccola
Il raddoppio lo segna Yorke, su assist di chi? Cole. L’azione simboleggia perfettamente una delle loro caratteristiche migliori, la coordinazione perfetta tra i movimenti dell’uno e le intenzioni dell’altro, e viceversa.
Cole riceve e calcia, alza la palla invitando il compagno alla risposta. Yorke in una frazione di secondo decifra il messaggio in codice e, puntualissimo, si fa trovare al centro dell’area di rigore, si accartoccia per arrivare a colpire la palla di testa tra due difensori della Juve e mette alle spalle di Peruzzi.
La pietra sulla partita, e sulle mie speranze, è il goal di Cole. Il terzo goal dello United è il più tipico esempio dell’affiatamento tra i Calypso Boys. Yorke raccoglie un brutto rinvio di Ferrara e con un magia supera sia lui che Montero, da solo davavanti al portiere prova il dribbling, e Peruzzi è fuori tempo e fa l’unico cosa che può fare, lo stende. Ma come tagliando la testa dell’idra ne compare subito un’altra così, abbattutto Yorke, c’è da fare i conti con Cole. E Andy è lì in agguato, raccoglie il pallone direttamente dai piedi di Dwight e appoggia in porta. È il 3-2, è il sogno che si trasforma in incubo.

Andrew Cole nasce  a Nottingham il 15 Ottobre 1971. Nottingham e una città dalla storia recente. Dimenticata dalle volontà di conquista dell’Impero Romano è però stata teatro del primo atto della guerra civile che ha dato origine alla Stato inglese moderno. Tuttavia le origini di Andy non potrebbero essere lontane dalle battaglie medievali tra re Carlo e le Teste Rotonde. È evidente, dentro quel corpo color ebano alto quasi sei piedi scorre sangue caraibico.
Diciannove giorni dopo, un oceano in mezzo, e 7.000  kilometri a Ponente, più precisamente a Canaan, nasce Dwight Yorke. Canaan è un piccolo villaggio residenziale nel Sud-Ovest di Tobago, isola minuscola al largo del Venezuela, appendice distaccata della Repubblica di Trinidad & Tobago.
Canaan, non ci fosse nato Dwight, sarebbe soltanto uno dei quattro o cinque agglomerati urbani che si possono ammirare percorrendo la Claude Noel Highway che va da Pigeon Point, la spiaggia più famosa del Paese, al capoluogo della regione Scarabough. E invece Canaan, con la sua latitudine caraibica, è al principio e alla fine, e attraversa ogni fibra, della nostra vicenda.
Forse proprio là, o ancor meglio a Scarborough, sfuggito al campo visivo dei genitori – abilità, quella di sfuggire all’attenzione di chi lo deve controllare, che gli sarà molto utile in futuro -, bighellonando tra le bancarelle della fiera di Scarborough(può non esserci una fiera in una città chiamata Scarborough?), Dwight ha portato l’orecchio verso e danzato sopra le note del Calypso. Movimenti ingenuamente sinuosi che, affinati nel corso degli anni, contribuiranno a far ballare le difese di mezza Europa.

Perché i due fratelli, fratelli di anima, si ricongiungano ci vorranno ancora ventisei anni e tutta la caparbietà di Sir Alex Ferguson, l’allenatore che nel 1998 ha la lungimiranza per andare oltre il parere dell’intero arcipelago di regina Elisabetta II.
Per l’opinione pubblica britannica Cole e York, nel 1998, sono due tra migliori attaccanti della Premier League. Cole l’anno precedente, già con la maglia dello United aveva fatto 15 goal, Yorke invece aveva spinto la palla in rete 12 volte per i tifosi dell’Aston Villa. I commentatori spesso li paragonano l’uno all’altro: sono entrambi di origine caraibica, hanno entrambi un fisico possente, entrambi segnano tanto. E si assomigliano pure.
Potrebbero essere fratelli, ma a calcio insieme non ci possono giocare, si calpesterebbero i piedi.
Sir Alex Ferguson però la pensa all’opposto: sono troppo simili per non giocare assieme. Lui lo sa, i due hanno il ritmo nelle vene, non ripercorranno i passi l’uno dell’altro perché sapranno anticipare il movimento del compagno, e quindi muoversi di conseguenza.

A volte, riguardando i vecchi filmati su Youtube, mi capita di vedere Dwight Yorke ricevere palla e non capire per quale diavolo di motivo si fermi, come se fosse indeciso, e poi calci la palla in una direzione piuttosto che in un’altra. Poco dopo la risposta razionale compare su uno dei due lati dello schermo: è la maglia rossa col numero 9 di Andy Cole che si catapulta verso la zona in cui i piedi del soul brother hanno mandato il pallone.
Non era indecisione, ma istinto.
Altre volte il numero 19, Dwight, non si attarda sotto lo sguardo dello spettatore e con un colpo di prima invita suo fratello ad un appuntamento in area di rigore, e di nuovo Andy arriva, puntuale come un metronomo che scandisce le battute, all’appuntamento col goal. È ritmo, il ballo ancestrale del calypso.

Io ho odiato Andy Cole e Dwight Yorke. Perché lo meritavamo noi, juventini, di andare in finale di Coppa dei Campioni. E invece era già tutto scritto, che ci andassero loro, mancuniani, a Barcellona. E che fossero sotto sino al 90′, prima che Sheringam e Sosjkaer – un altro su cui si potrebbe, e si dovrebbe scrivere, tantissimo -, i loro sostituti naturali nelle gerarchie dello United, regalassero alla metà rossa di Manchester la sua seconda Coppa dei Campioni e il primo storico Treble del calcio moderno in uno dei grandi campionati europei.

Un soprannome in due, non capita spesso nel calcio. Eppure Andy Cole è il secondo miglior realizzatore – con 187 reti sta dietro solo ad Alan Shearer – di sempre in Premier League; eppure Dwight Yorke – in posizione di regista arretrato! – è stato il capitano della prima delegazione dell’Honduras in grado di qualificarsi ai Mondiali. I meriti individuali però non sono nulla rispetto a quello che nell’immaginario collettivo sono stati i Calypso Boys, ossia una delle migliori coppie d’attacco della storia del calcio. Il loro caso è quello della somma che fa più della mera addizione dei suoi addendi, dell’unione tra due elementi che genera un composto dotato di proprietà peculiari. Entrambi sono l’innesco di quel che di meraviglioso è sopito nell’altro.

A pensarci bene io adoro Andy Cole e Dwight Yorke, i Soul Brothers, i Calypso Boys, e quella partita non la dimenticherò mai perché  è stata uno degli eventi definitori della mia esperienza calcistica, un trauma da cui, come il Golden Goal di David Trezeguet all’Italia agli Europei 2000, per fortuna, non sono tornato più indietro; uno shock che ha scolpito nel mio pantheon calcistico la statua di questi dei due fratelli in anima, due divinità primordiali venute al mondo per giocare a calcio assieme. Divertenti, spensierati, come la danza del Calypso.

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