Che ne so, io?

In Italia le notizie dall’estero riguardano solamente alcuni paesi europei, gli Stati Uniti ed il medio Oriente. Al resto del mondo restano gli angoli e a noi arriva poco.

Il periodo storico in cui viviamo ruota certamente attorno ad un perno molto chiaro, cioè il rapporto tra il mondo “occidentale” e il gigantesco, confuso universo legato all’Islam: la società musulmana con la sua cultura e le sue economie, le guerre attorno al Mediterraneo. Giornali e riviste (cartacei e non), televisioni, libri e dibattito pubblico sono focalizzati su quello ormai da anni perché obiettivamente è coinvolgente e critico, ma i temi esterni a questo ambito che sono riusciti a prendersi le prime pagine per più di un giorno sono pochi, anche se importantissimi: crisi greca, guerra civile in Ucraina e caso Volkswagen sono tre esempi.

Ne restano fuori praticamente sempre Africa subsahariana, Sudamerica, Oceania e tutta l’Asia rimanente ad est dell’Iran (compreso, la più importante notizia arrivata da Teheran dai tempi dell’accordo sul nucleare è quella del presidente Hassan Rohani che non vuole il vino a tavola quando incontra altri capi di stato). Ovviamente le notizie sono reperibili, ma non lo sono alla maggior parte della cittadinanza, perché pensare che l’elettore medio sia abbonato ad Internazionale e Limes o visiti abitualmente le homepage dei quotidiani di tutto il mondo è assurdo.

La conseguenza di questo silenzio è l’incapacità di giudicare un fenomeno che si sviluppa nell’informato e in generale la trasformazione dell’informazione (e del dibattito che essa genera), che da policentrica si concentra diventa una sorta di sistema chiuso incentrato su due poli e tutte le informazioni che giungono da altrove vengono fagocitate generando confusione (si pensi alla questione dei migranti ed al dibattito sui vari status di migrante, in cui molti parevano non sapere le differenze tra un migrante siriano ed uno sudanese) o vengono semplicemente “coperte”, diventando minoritarie ed inaccessibili ai più.

Tutto questo, a sua volta, causa un’altra mutazione (o corruzione, talvolta): quella delle abilità nel valutare lo stato del nostro paese e di soppesare la reale entità dei problemi con annesse soluzioni proposte: se ai discorsi sulla pressione fiscale, sullo stato dell’economia, sulle quote di migranti e molto altro si affiancasse un’informazione continua, puntuale e semplice su ciò che accade in tutto il mondo l’Italia perderebbe di autoreferenzialità, cosa che gioverebbe, perché farebbe perdere di credibilità chi propone politiche utopistiche e/o anacronistiche. Pensare il proprio paese all’interno di un contesto mondiale porta a capire il proprio stato di benessere, sviluppando nell’opinione pubblica una propensione a comprendere i problemi della maggior parte del mondo.

Ad oggi, purtroppo, non è così. Scorrendo gli articoli delle sezioni estere dei principali quotidiano italiani in questi giorni si trova, ovviamente, un pezzo su fatti di Parigi e contorno dopo l’altro, ma anche andando più indietro, prima del 13 novembre 2015, si fa molta fatica a trovare qualcosa da leggere che non esca dal duopolio Occidente- Islam e quando lo si fa bisogna constatare che la notizia in questione si potrebbe considerare di dubbia utilità perchè tratta temi effimeri, scollegati dalla vita politica, economica e sociale dei vari paesi. Da tre quarti di pianeta che vive, si muove e si evolve a noi arrivano quindi racconti di omicidi di mafia in Giappone, parenti del presidente venezuelano Maduro arrestati per spaccio o dei dubbi che suscita l’imminente visita del papa in Repubblica Centrafricana. Pare che laggiù, secondo qualcuno, Bergoglio non dovrebbe andare, perché c’è la guerra civile, ma che ne sappiamo, noi.

 

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