una solitudine troppo rumorosa #3 – Conrad, La follia di Almayer

joseph-conrad-2

I romanzi regalano personaggi indimenticabili, che spesso hanno il privilegio di dare nome alle storie. Un personaggio che per finisce per mettere ombra a tutti gli altri. Capita che sia il protagonista, e questo porta con sé un certo ordine che combacia con le aspettative di un lettore. Cioè: leggendo Tolstoj siamo preparati al fatto che Anna Karenina sia la protagonista. Tutto giusto.

Capita talvolta che questo personaggio non sia una persona, ma sia un certo modo di raccontare la verità delle cose, come capita leggendo McCarthy o Agota Kristof. Capita che sia, ad esempio, una leggerezza dello scrivere che centra i pesi del vissuto più di una confessione (Calvino, Vonnegut o Salinger). Oppure, ancora, un luogo immobile in cui tutto si muove scorrendo, come fosse il letto di un fiume (Macondo, nei Cent’anni di Marquez o la WWI in Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque).

Per tutti quelli che ci sono passati e che poi ne hanno scritto, il mare finisce per essere cittadino di questa categoria. Quel mare che nei libri è sempre un personaggio senza la velleità del protagonista nè l’opacità di una comparsa o di uno sfondo dove semplicemente accadono le cose. Un personaggio che non riesce a stare buono come un orizzonte. Il mare, prima di tutto, sembra quasi un provvidenza, un motore di avvenimenti. E non si parla di un luogo, ma di una cosa che abita più vicino alla geografia della emozioni e ai sentimenti che il mare obbliga a subire. Un filo che tiene in piedi tutte le pagine.

Jozef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski era un marinaio e viaggiava sulle navi, di fare lo scrittore nemmeno l’idea. Certe bellezze (grandezze) nascono senza volontà. Ci si capita dentro come capita, in navigazione, di finire in una tempesta e fare naufragio o di vedere l’alba più stupefacente del mondo a largo di Antigua. Accadde, alla fine dell’Ottocento, che questo marinaio mezzo inglese e mezzo polacco fece rotta, per un certo periodo della sua vita, nelle Indie Orientali. In ogni approdo, li, sul molo di una sperduta stazione commerciale del Borneo, vedeva questo olandese vestito di bianco che aspettava qualcosa. Portava il desiderio di un ritorno scritto sul viso, puntando lo sguardo all’orizzonte, nel mito conterraneo dell’Olandese Volante. Ma di navi da attendere all’orizzonte nemmeno una. Solo commercianti inglesi.

Questo marinaio tornò a Londra, e capì che per smettere di pensare all’olandese sul molo doveva raccontare la storia di quegli occhi, partendo da ciò che conosceva meglio: il mare e i suoi porti. Prese una licenza e cominciò a scrivere la storia di quel tizio vestito di bianco che non se ne era più andato dalla sua testa, certo senza l’idea di diventare quello che poi sarebbe diventato, ma con la sola, folgorante e implacabile necessità di raccontare la storia di quel signore olandese sul molo del Borneo. Lo chiamò Almeyer, olandese, e gli riuscì, essendo uno dei migliori, di scrivere in una frase, alle fine di questo libro, quella strana luce degli occhi: “espressione vacua di coloro che vivono in quella calma senza speranze che solo occhi senza vista possono dare.”
Nel 1895, trentaseienne, diede il libro alle stampe. Per ovvie ragione troncò il suo nome in due elementi dei cinque che possedeva. Il primo e quarto, traslitterati all’inglese: Joseph Conrad.

Conrad è uno dei maestri della prosa. Pulisce il feuilleton ottocentesco da tutto ciò che è superfluo. Non fa della scrittura un’arte. Ne fa una cassetta degli attrezzi molto ricca (un grande vocabolario) senza mai perdersi nel labirinto del barocco. È esattamente l’opposto della scrittura che fa di se stessa prima retorica e poi narrazione. È una prosa funzionale alla storia, quel modo di intendere lo scrivere che sarà, tra gli altri, il mezzo di Hemingway. Conrad viene dal mondo dei viaggi, ha in memoria un algoritmo di risposta ai problemi che lo porta a fare prima ciò che serve, poi il resto. Ed è quello che fa, solo aggiungendoci l’esperienza di racconto. Non è uno scrittore che nasce con l’istinto della letteratura. È un viaggiatore, un avventuriero; la sua letteratura si piega all’esigenza quasi terapeutica di consegnare una storia.

Almeyer esce dal marmo della fantasia di Conrad attraverso una lingua, l’inglese, che non è la sua (era il polacco). A dire la verità non è nemmeno la seconda, di lingua, perche quella era il francese. C’è da capire cosa sarebbe successo se avesse scritto in francese, accontentandosi. Pensare al polacco mette addirittura tristezza.

La follia di Almayer è la storia di una sconfitta. Un padre che sta fallendo in tutto e che ha un solo motivo per continuare a vivere, chiuso nel significato di sua figlia. Questa figlia è tutto, e da lei dipende in un certo senso la sua sorte (quindi la sua follia). Lei si innamora, perchè è giovane e perchè è così che deve andare. Si parla di follia, l’amore ci deve essere per forza. C’è da immaginare (ma si può solo leggere) la forza di un marinaio che scrive d’amore e lo fa con la bellezza con cui lo fanno i poeti. Ci sono tre pagine dell’ultimo capitolo che creano una delle scene più belle della letteratura. Non è troppo importante conoscere la storia, basti sapere che Almayer è ormai sconfitto dalla prorompente forza della fuga di sua figlia e del suo amante, un principe malese ricercato. Sa che l’ha persa in ogni caso, quindi la aiuta a fuggire con il principe. Folle, Almayer. Si dicono addio, su una spiaggia assolata dell’emisfero sud. La figlia Nina cammina sulla spiaggia per imbarcarsi in una canoa che porterà lei e il principe in un approdo dove verranno caricati da una nave amica. Si dicono addio, poi sale sulla canoa e si allontana per sempre dal Borneo. Almayer la guarda sparire all’orizzonte (con gli occhi di cui ho scritto prima). Rimane ad osservare allontanarsi tutto quello per cui viveva, su una canoa. L’unica cosa che dava un senso (per questo è una follia, perchè perde l’unica chiave di tutte le porte). Prima di tornare a casa Almayer si inginocchia, e sopra le impronte che i piedi di Nina hanno lasciato sulla sabbia, ci fa dei piccoli tumuli con le mani. Con calma, uno per uno, camminando carponi, per ogni passo di Nina una piccola montagna di sabbia, così fino alla battigia. Sono tre pagine, dall’addio a questa scena straziante, e sono tre pagine di una unica, e lo dico davvero, potenza letteraria.

Conrad fece un moderato successo, abbastanza per smettere di andare per mare e mettersi a scrivere sul serio. Scrisse i romanzi che poi l’hanno fatto uno dei più importanti scrittori della modernità, tipo Lord Jim o l’apocalypse now di Cuore di tenebra. Mi piacciono, ma non avrei mai scritto di questi romanzi. Almayer invece è tutt’altra storia. È l’esordio abbastanza casuale di uno scrittore di raro talento, figlio di un’esperienza di viaggio che non poteva essere dimenticata, prima di tutto per sè. Il Conrad scrittore nasce successivamente ad Almayer, che sta un passo prima. È un racconto di viaggio (attenzione: non sul viaggio). Nasce per dare senso ad una visione, in un posto lontano, come centinaia di volte è capitato a qualunque viaggiatore guardando le vite degli altri nei bar di Cracovia o sulla metro di New York. Immaginare storie, poi raccontarle, e pazienza se non sono vere, la letteratura è il Don Chiosciotte di un’altra – ben più nobile, se volete – forma di verità.

In una prospettiva tipo Fahrenheit 451, La follia di Almayer è il libro che imparerei a memoria. Chissà la bellezza, poi, di chiamarmi io stesso Almayer.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...