Una solitudine troppo rumorosa #2 – Focillon, Hokusai

henri-focillon

Hokusai, Henri Focillon, 1914
Oggi in edizione: Abscondida (SE), Milano

All’inizio del Novecento uno dei più importanti storici dell’arte del suo tempo, che si chiamava Henri Focillon, notò un fenomeno: la borghesia francese aveva cominciato a comprare stampe giapponesi. Era scoppiata una moda febbrile che presto si allargò a tutto ciò che era giapponese, dal kimono di seta al sushi (una cosa non troppo diversa da quello che è successo qualche anno fa). Perchè?

Il giappone era uscito una cinquantina di anni prima da una fase di chiusura ermetica nei confronti dell’Occidente. C’è un termine in lingua, si dice: Sakoku. Una interessante fase storica durata per tutto il periodo Edo, durante il dominio della dinastia Tokugawa (due secoli: da metà Seicento a metà Ottocento). In Europa la cultura giapponese era una cosa nuova, mai vista. Si capisce come tutti ne fossero attratti, soprattutto chi poteva permettersi di spendere del denaro in cambio di incomprensibili cimeli da casa lasciati lì poi alla polvere delle generazioni che cominciarono a non trovarci più niente di così interessante né nuovo.

Focillon, che era un intellettuale di rara perspicacia, si armò del suo talento e delle sue conoscenze e provò a spiegare ai francesi quello che stavano comprando sull’arte giapponese e in particolare sul mondo delle stampe. Siccome veniva da un passato di monografie su alcuni grandi della pittura rinascimentale, scelse l’esponente che nel segmentato degli autori delle stampe giapponesi era la vetta: Hokusai, e ne fece una monografia.

C’è da mettere bene a fuoco che tipo fosse questo Hokusai. Tanto per cominciare era il migliore. Un maestro assoluto. E come tutti i maestri era di una presunzione a ridosso dell’arroganza. Abbiamo aneddoti che ci raccontano del suo modo di vivere quello che faceva, la sua arte e il successo. Ad un concorso tra pittori del 1806, al cospetto di uno Shogun, Hokusai stese un telo bianco a terra. Mentre tutti lavoravano lui si limitò a fare una andata e un ritorno di azzurro chiaro sulla tela. Poi prese un gallo, gli pucciò le zampe in un inchiostro rosso e lo fece correre sulla tela appena sporcata. Fine. Nome della stampa: Foglie d’acero rosso sulla corrente del fiume Tsatsuta. Trionfò, a scapito di tutti gli altri. Si sta parlando di un tipo del genere. 

Io, si sarà capito, amo lo stile e l’estetica della scrittura. È un aspetto dei tanti che compongono il gesto dello scrivere, ed è una cosa che mi piace a cui sto attento. Sono un appassionato di tecnica, qualunque essa sia. Una peculiare sinergia di questo libro vive nel fatto che Focillon era una penna cristallina. L’Hokusai tratta ovviamente di pittore molto tecnico, e scritto come lo scrive lui, in una via di mezzo tra l’accademismo e la narrazione, sembra quasi voler dimostrare che per arrivare a spiegare quel tipo di arte sia obbligatoria una retorica (cioè un arte) in grado di sostenere il peso delle parole necessarie a dire quella bellezza e quella profondità. Focillon scrive di Hokusai come Hugo scriveva di Jean Valjean: un personaggio, ma dentro un mondo enorme e ricchissimo che va compreso. Così una monografia si trasforma nel senso di tutta una estetica (giapponese). Diventa il senso di una vita (Hokusai come personaggio storico) passando attraverso il senso più filosofico e implicante della relazione che si stabilisce tra noi (europei con un gusto figlio del Canone occidentale), Hokusai, il Giappone e quel modo di fare e intendere l’arte.

Se non avete voglia (o tempo, ma non ci credo) di leggere tutto il libro, che peraltro è breve, potete leggere solo l’introduzione. Sono una cinquantina di pagine, e chiuse nella lontananza e nella freddezza che competono ad una buona introduzione saggistica di inizio Novecento, si schiudono madreperle di teoria estetica e leggi umane del gusto. Cioè: Focillon spiega, a tutti noi, perchè abbiamo questa o quella idea del bello, e perchè ad un certo punto succede che una cosa che prima non piaceva a nessuno poi prende cittadinanza nel gusto collettivo. Spiega, come fosse la cosa più semplice del mondo, come se lo si potesse vedere, il movimento che fa la cultura umana. La butta lì per caso, a pagina trentotto. È una cosa che cambia la vita (almeno la vita delle idee di ciascuno), che come voleva Kurt Vonnegut arriva alle quattro di un inutile martedì pomeriggio, magari quando piove. In termini editoriali, le quattro di un inutile martedì pomeriggio diventano pagina trentotto. Badate, non si parla solo di quadri o stampe. Si parla anche di modi di fare un film, del tipo di pantaloni che si mettono addosso, di che bellezza trasmette la modella che finisce sulla copertina di un grande magazine. Gusti che scivolano verso zone prima giudicate impossibili. Si tratta di ritorni al passato, di reinventarsi un gusto perso nel tempo di qualche anno, o di inventarsi una cosa mai vista prima. Moda, cinema, libri, arte. Tutti quei mondi che sono lambiti dall’estetica, con cui operiamo ogni giorno dei compromessi. Si tratta di questo, mentre spiega il più grande pittore di stampe giapponesi dell’Ottocento.

Focillon riesce a sviscerare l’insostenibile verità del rapporto indissolubile che lega l’estetica alla società, facendo filosofia: cioè chiedendosi il perchè di una cosa che nota del mondo in cui vive (lui, che ha occhi giusti per guardare). Nella risposta che azzarda (troppo bella per essere sporcata qua dentro), fa dell’estetica un fatto sociale, ma lo fa con garbo, senza fare nessuna sociologia, ed è questa la sua assoluta e umile genialità. Focillon non è un sociologo, è uno storico dell’arte. Prova una risposta, sembrandone convinto, ma parlandone da lontano. Descrive come si muove l’arte giapponese paragonata all’arte occidentale, con la consapevolezza che un lettore attento arriverà da sé, di mestiere, a leggere l’azzardo di una legge universale dell’umano. Mostra in maniera sublime come si muove quell’animale che è l’uomo, in una delle zone più specificamente umana: l’arte e i suoi derivati. Tutto questo, apparentemente parlando d’altro (Hokusai), che di per sé renderebbe valido il principio di ragion sufficiente per prendere in mano questo piccolo capolavoro.

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