Una solitudine troppo rumorosa #1 – McCarthy, Città della pianura

città della pianura

C’è un tizio negli Stati Uniti che è il critico americano più celebre di sempre. Non è solo una questione di fama; è più l’idea condivisa che lui viva in quel pantheon di intellettuali che ormai non hanno più niente di veramente nuovo da capire del loro campo, che in questo caso è la letteratura. Per questo qualunque pronunciamento (e giudizio) letterario esca dalla sua bocca è considerato quanto un’enciclica papale nel mondo episcopale. Si chiama Harold Bloom, Bloom come il protagonista dell’Ulisse di Joyce. È un caso, ma va da sé che se ti chiami come il protagonista di uno dei romanzi più stupefacenti del Novecento non puoi fare altro che letteratura, nella vita. Ma non è questo il punto. Il punto è che per lui ci sono solo quattro scrittori americani, gli altri si limitano al vendere libri. Questi quattro sono Don DeLillo, Philip Roth, Thomas Pynchon e Cormac McCarthy.

L’ho scoperta dopo questa storia dei quattro pilastri americani e di Bloom, avevo già letto parecchio di McCarthy. Ho letto solo lui per un po’, come fosse l’inizio di una storia d’amore in cui il resto del mondo (letterario, dato che si parla di libri) non esisteva più. Poi mi sono imposto di smettere, dopo aver letto Città della Pianura. Per lo stesso principio che lo accomuna a gente come Dostoevskij o Marquez, cioè quei grossi calibri della letteratura con una produzione corposa: una volta che hai letto un loro libro non torni più indietro, e c’è da misurare bene i tempi e le distanze prima di finire tutto e cominciare il secondo giro di lettura.

Città della Pianura è l’ultimo romanzo di una trilogia, Trilogia della frontiera. McCarthy scrive storie tra Stati Uniti e Messico (Texas, Nuovo Mexico, Arizona, quella fascia lì). Confini di polvere dominati da leggi che non dipendono da codici di governi, ma da regole di vita impresse a fuoco nell’educazione dei secoli trasmessa ai bambini. Si cresce cowboys e vaqueros (dipende da che parte del confine stai), con la stessa giurisprudenza antica e immobile delle pietre battute dal sole e del vento che porta la notte gelida. Frontiera umana nella frontiera politica, questo è quello che racconta lo scrittore americano. Storie di confini, come del resto hanno fatto prima di lui tutti i grandi. 

Come lo racconta poi è una porta spalancata sulla peculiare bellezza che abita la scrittura. McCarthy si è inventato un modo di fare letteratura, raccontando qualcosa che finisce per essere catalogato come western, ma solo perchè si deve catalogare sempre tutto. Si capisce subito che con ciò che di classico noi associamo al genere western, i romanzi di McCarthy c’entrano poco. Non c’è nulla di vicino a Sergio Leone o John Wayne. Del western ha mantenuto solo l’epica come sfondo. L’idea (meravigliosa, lontana e struggente) che tutto ciò di importante che il mondo conserva in sè dipenda da un solo istante, uno spillo di tempo; da una pallottola di revolver; da una morte o una vita; dal cavalcare il cavallo giusto.

Prima ancora di essere un narratore formidabile, McCarthy è uno scrittore pazzesco. Come ebbi modo di scrivere riguardo alla Kristof, McCarthy partecipa a quel tipo di scrittura che obbliga a formattare l’idea classica del romanzo. Obbliga a sostituirla con qualcosa di più spigoloso e musicale, meno fluido e più riottoso. Trucchi invisibili fusi nelle trame dei paragrafi che reinventano William Faulkner (tutti gli scrittori americani di un certo livello sono stati obbligati a reinventare Faulkner). Tecnica pura, per questo piace anche a chi, come me, guarda alla letteratura anche (e soprattutto) come al prodotto di una abilità (che è la scrittura) costantemente portata verso il suo limite (maestro fu Queneau negli Exercices). McCarthy ha questa attitudine quasi biblica a rendere ogni verbo necessario a creare un pezzo di mondo. Per questo ogni sua storia provoca nello stomaco la sensazione che quel che accade dentro il libro sia solo una raffinata cornice atta a trasmettere una forma di verità dell’umano che è stata rivelata allo scrittore, o che molto più probabilmente che ha avuto dono di capire da sé. (Si può vedere tutta la letteratura in questo modo, volendo).
La narrazione finisce per essere solo uno strumento di spiegazione del senso delle azioni dei suoi protagonisti (che sono momenti dell’umano). Ovvero: il perchè fanno o dicono qualcosa dipende dalla sinossi del romanzo, ma la cosa importante è l’azione (Arendt), la scelta e l’atto di un comportamento; il perchè, il motivo è accessorio.

I personaggi di McCarthy sono gente che ha come unica cosa in testa un senso implacabile di ordine e giustizia. Una vocazione ortodossa e reazionaria al riportare le cose al loro posto, il cui contraltare è la violenza necessaria a questo gesto radicale. Non lo si può fare in pace; al graffio del torto di un mondo violento si può rispondere unicamente con la violenza come cura, simulacro indispensabile a rimettere in ordine le carte del mondo che gli esseri umani hanno spaiato. Amo di McCarthy questo dare vita a personaggi che fanno quell’unico gesto: rimettere a posto il loro mondo dai torti che l’umanità gli infligge. Che sia una lupa in un’arena messicana, o un cavallo rubato, o il cadavere di un amico o una storia d’amore con una puttana messicana in un bordello di Calle de la Noche Triste. I suoi protagonisti non sono mai eroi ma sempre uomini (che lo avvicina poeticamente ad un’altra mia istituzione che è Albert Camus). Semplicemente credono ciecamente in qualcosa, si potrebbe dire nel bene, ma suona riduttivo. Uomini che cercano sempre di ricucire i lembi della ferita che il mondo rappresenta, e lo fanno con una gestualità sproporzionata per l’età che hanno (sempre troppo giovani, e quando McCarthy li fa diventare vecchi non gli riesce benissimo). Istinto cieco di riequilibrare le cose del mondo, accettando qualunque conseguenza: se c’è bisogno di morte si muore, perchè solo in quel modo il mondo può tornare in ordine.

Potevo scegliere un altro libro, dato che rappresenta una scusa per raccontare il mio McCarthy. Ma ho scelto Città della Pianura perchè è il romanzo tra i suoi che rappresenta l’epilogo, e gli epiloghi sono sempre belli e tristi (per usare due aggettivi che sostantivati fanno un bel titolo di Kawabata). Città della Pianura ha il vantaggio, rispetto agli altri, di chiudere un percorso (che è l’intera Trilogia e in astratto tutta la produzione di McCarthy), ma non è necessario arrivare dai due volumi precedenti; ogni romanzo ha una sua indipendenza. Città della pianura ha l’onore di essere l’ultimo, quello che custodisce la parola “fine”. (Se non fosse che McCarthy è uno di quelli che fanno le cose bene, e la sua parola fine diventa una poesia, al termine del romanzo.) È la giuntura di un cerchio perfetto. Un preludio alla fine di una carriera cominciata nel 1965 (Città della pianura è del ’98). Dopo verranno solo altri due romanzi: Non è un paese per vecchi e La strada. Sarebbe stato perfetto se fossero stati pubblicati prima, e non dopo. Sarebbe stato perfetto se quella poesia fosse stata la fine di tutto, non solo di una trilogia, per quanto epica. Ma una delle leggende che circondano McCarthy ci viene in soccorso. Si dice che ci sia uno scarto, talvolta profondo, tra la data di pubblicazione e la scrittura dei romanzi. Scritti e poi lasciati lì, per anni. Non si sa se è vero, così come non si sa praticamente nulla di pubblico su McCarthy, che vive piuttosto isolato nel suo ranch di El Paso. Quindi è bello crederci, anche se forse non è vero. Nella mia testa faccio diventare Città della pianura l’ultimo romanzo. La poesia è il congedo dopo l’ultimo punto di una intera bibliografia. L’ultimo sospiro con il libro in grembo, chiuso, le mani sopra. La forma silenziosa di una standing ovation nella testa rumorosissima.

Qua trovate il  contenitore che raccoglie i numeri precedenti della rubrica.

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