Una solitudine troppo rumorosa #0

Nel primo anno di attività di questo blog ho scritto tanti articoli. Mi sono divertito soprattutto a scrivere lunghe biografie (che trovate tutte qua). Ho raccontato la storia di due grandi scrittori contemporanei: Agota Kristof e di J.D. Salinger. Ho scritto una specie di necrologio di un grande politico americano (Mario Cuomo), e ho raccontato due grandi artisti: il pianista più incredibile del vicino Novecento (Glenn Gould) e il migliore fotogiornalista contemporaneo (Steve McCurry, in sei episodi tematici). È stato un bel laboratorio, faticoso ed appagante. Per questa seconda fase mi sono proposto un lavoro differente. Più sintetico, più rapido (ma qualche lunghissima biografia comparirà ancora). Siccome con me si finisce spesso a parlare di libri, ho pensato che alla fine lo scrivere di libri poteva trovare una dignitosa cittadinanza anche su questo spazio. È un tema oggettivamente inflazionato, il che rappresenta una sfida ad essere interessante.

Quello che mi piacerebbe riuscire a fare è raccontare il momento in cui la storia di un libro si è incontrata con la mia storia di lettore. Penso a qualcosa di più di un consiglio di lettura e ad una cosa meno presuntuosa di una recensione letteraria. La storia di un incontro, appunto. Spulciando tra le cose pubblicate si può intravedere il genere che ho in mente: avevo scritto di un libro di cinema quasi un anno fa, in uno dei primissimi articoli della vita di Noveatmosfere. Si chiamava Il cinema come lo raccontavano loro, ed era la storia del libro di raccolta di recensioni di Ciotta e Silvestri, i due migliori critici cinematografici italiani. L’idea, quindi, è privilegiare soprattutto la mia storia di lettore, insieme a un po’ di quello che vive dentro al libro di cui si parla di volta in volta.

Nella prefazione di “Letture facoltative” Wislawa Szymborska scrive il manifesto di chi (come me) cerca sempre una scappatoia per parlare di libri (e film) senza scrivere recensioni. Come la Szymborska io voglio essere e voglio restare un lettore amatoriale, su cui, scriveva la scrittrice polacca, non gravi l’imperativo di una incessante valutazione. Io voglio essere solo un lettore, non nutro nessuna aspirazione alla critica. Il libro sarà il protagonista, o forse no. Il libro sarà solo la scusa per parlare d’altro; fuggevoli associazioni d’idee che nel libro riconoscono solo un pretestuoso punto di partenza.

Per la Szymborska la letteratura è il più bel passatempo escogitato dall’umanità. L’uomo fa un mucchio di altre cose divertenti per passare il tempo, ma nel libro, dice lei, l’homo ludens è libero nella misura in cui egli si concede di esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, è lui a decidere se, come e quando rispettarle, obbedendo solo alla propria curiosità. Si sceglie di leggere libri celebri e di comprarne di sconosciuti. Ci si lascia incuriosire dalla vitale propaganda estetica delle copertine. Si è liberi di non portare a termine una lettura. Si è liberi di rileggere da capo, immediatamente. Si inciampa in frasi magistrali che portano via grafite alle mine delle matite; parole che si ricordano a memoria, nel giusto ordine di una citazione.
Così, senza volerlo ho già cominciato a parlare di un libro.

Ah, questa cosa si chiamerà Una solitudine troppo rumorosa, come un bel libro di Bohumil Hrabal che racconta di altri libri e di un uomo che si prende cura del senso che hanno smarrito una volta finiti al macero. Mi sembrava in qualche modo adeguato. Si comincia dal prossimo martedì, ogni settimana.

Ultima cosa è una bella epigrafe da mettere all’inizio. Perchè va sempre messa una bella epigrafe all’inizio delle cose. Ne ho scelta una che viene da un libro che parla di libri, ovviamente.

“Non ha nessun senso, ma a volte mi viene da immaginare che in principio esistevano due grandi liste: da una parte le storie, dall’altra gli scrittori. Poi qualcuno ha accoppiato gli uni con le altre. E lì, ogni tanto, si è verificato qualche spiacevole errore. Per esempio: è evidente che Michael Kohlhaas doveva scriverlo Dostoevskij e non Kleist, così come va da sé che ci dev’essere stato un errore se poi Calvino ha scritto Il cavaliere inesistente (ovviamente destinato a Kafka) e non ha scritto L’Aleph (poi finito a Borges). Ogni tanto mi attardo a pensare alle infinite conseguenze prodotte dall’equivoco che ha consegnato Lo straniero a Camus invece che al suo legittimo destinatario, Simenon. Né qualcuno riuscirà a impedirmi di rimpiangere la bellezza che avremmo conosciuto se Céline avesse scritto Germinal e Proust Lolita.”
(a.b.)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...