AA.VV. – Bella Lucio! (Recensione)

Il 25 settembre è uscito “Bella Lucio”, un album tributo a Lucio Dalla (spentosi nel 2012 a Montreux) che vede la partecipazione di una dozzina di artisti del panorama rap italiano. Evidente scopo del disco: commemorare l’eclettico cantautore bolognese in chiave hip-hop nel tentativo di far avvicinare alla sua musica nuove fasce di pubblico. Forse non esclusivamente un’operazione di marketing, di certo non solo un tributo. Sì perché a dirla tutta, vedere dei rapper nostrani rielaborare (con alterni risultati) alcuni brani di Dalla che, in vita, espresse, per usare un eufemismo, “il proprio scetticismo” verso il rap, fa tutto sommato un certo effetto.

Quello rap, da una decina d’anni a questa parte, è innegabilmente diventato anche in Italia (una volta scemata la nostra fisiologica diffidenza nei confronti del diverso/nuovo) il genere più gettonato e pop in circolazione. Il passaggio di testimone, è in atto ormai da qualche anno, come dimostrato dai già innumerevoli casi di ricorso, da parte degli artisti “classici”, a quelli della nuova leva. Rispetto a questo album, la somiglianza più evidente (in termini di globalità del progetto) è quella con il simpatico esperimento di qualche anno fa “Hanno ucciso l’uomo ragno 2012”, in cui Max Pezzali collaborò con nove artisti rap (tre dei quali compaiono anche qui: Emis Killa, Ensi e i Two Fingerz) per celebrare il ventennale dell’uscita del suo primo disco.

Prima di parlare del disco, sento di dover ammettere la mia “discreta” stima per Lucio Dalla. Solo “discreta” perché, per come la vedo io, considerando chicchessia un genio tout-court non si può che avere un punto di vista a riguardo limitato, superficiale e, in questo caso, opportunistico. L’irrazionalità che contraddistingue i grandi amori preferisco convogliarla verso le opere d’arte (sue come di altri) piuttosto che verso gli artisti, i quali, per quanto geniali possano essere/stati in alcuni frangenti, sono pur sempre esseri umani soggetti a scivoloni e cadute di stile nel corso della carriera. E in questo, bisogna ammettere che Dalla non fosse diverso dagli altri.

Una volta fatte queste brevi constatazioni, passiamo all’analisi. Posta l’assurdità di qualsiasi pretesa di giudizio critico assolutamente oggettivo (conosco abbastanza bene le canzoni di Dalla e ho le mie preferenze, come chiunque), ho ovviamente cercato di liberarmi da ogni possibile preconcetto. La predisposizione d’animo con cui ho ascoltato la prima volta il disco è stata più o meno: “Non so come sarà. Di certo ha del potenziale. Vediamo se qualcuno riesce a stupirmi. Speriamo in positivo”.

Dopo averlo riascoltato più volte posso dire che sì, il disco non è male. Per la precisione, alcuni pezzi non sono affatto male. Ma andiamo con ordine. Rispettando la tracklist abbiamo:

  1. Mondo Marcio – Mentre scrivo (Balla balla ballerino) –> Mondo Marcio convince. Convince perché di fatto crea una canzone molto diversa dall’originale ma anche dalle altre che seguiranno. È il pezzo meno cantautorale del disco, ma non per questo il meno bello, anzi. È il più azzardato, se ce n’è uno. Il riff di chitarra originale si fonde perfettamente con i nuovi bassi rappresentando simbolicamente l’unione tra lo stile soft di Dalla e quello grezzo di Mondo Marcio. Il giusto compromesso tra un tributo e un pezzo street, per un Mondo Marcio in gran spolvero.
  2. Ghemon – Solo per me (Henna) –> La canzone a cui Ghemon sceglie di provare a dare linfa nuova è probabilmente la meno nota (insieme a quella scelta da RH) tra le originali del bolognese rievocate nel disco. L’ibrido frutto della sua rielaborazione è molto interessante. A livello di suoni risulta riuscita nel cullare l’ascoltatore mentre l’artista dà voce a uno stile e a uno spirito davvero congeniali a quelli di Dalla. Il testo è ben fatto, senza strafare ma anche senza sbavature, ed esprime in maniera pulita gli sviluppi personali dell’autore avellinese.
  3. Rocco Hunt – Una lacrima (Cosa vuol dire una lacrima) –> La rivelazione dell’album. Una canzone sorprendentemente bella. La tristezza di “Una lacrima” è il punto di partenza per il racconto di una dolorosa esperienza nella prima strofa, e per una serie di considerazioni personali nella seconda. È un pezzo d’amore sofferto, in cui la modernità dei suoni e del linguaggio risaltano per realismo, mettendo in luce le qualità, non sempre adeguatamente riconosciute, di Rocco Hunt. Facilmente percepibile inoltre il legame dell’artista con la canzone originale. Da ascoltare.
  4. Emis Killa – Stelle nel flipper (Anna e Marco) –> Questo pezzo non convince. Nonostante le migliori intenzioni del rapper di Vimercate che porta in dote una buona strofa in cui presenta la sua personale versione (nel suo personale stile) della storia originale, il pezzo non riesce mai davvero a decollare. Troppo evidente è il ricorso all’originale nel cercare di sostenere un pezzo altrimenti incapace di deambulare in proprio; di fatto in 3 minuti di canzone “rifatta” c’è molto più Dalla che Emis Killa. Come dichiarato dal conduttore di Goal Deejay poco tempo fa, la sua conoscenza di Dalla è recente e forse un pochino superficiale. L’esercizio di story telling dunque rimane ed è apprezzabile, ma il sospetto che il pezzo sia stato prodotto più per necessità che per reale coinvolgimento dell’interessato non si riesce a scacciare dalla mente. Qualcuno potrebbe dire che il pezzo non aggiunge niente di nuovo all’originale. Qualcun altro, più cinicamente, potrebbe dire: “Ah perché non è l’originale?”.
  5. Ensi feat. Fritz Da Cat – Profondo (Com’è profondo il mare) –> Non è il pezzo migliore dell’album ma fa comunque una buona impressione. Ensi tributa un sentito omaggio a Dalla e al pezzo originale, un classico dal cui testo, va detto, decide di non si distanziarsi mai troppo, nel corso delle sue divagazioni personali (diverse sono le citazioni e i rimandi). Per quanto riguarda la base di Fritz invece, è piuttosto fedele all’originale nelle strofe, mentre negli stacchi si differenzia abbastanza, pur campionando il vecchio ritornello. Complessivamente, non verrà forse ricordata quanto l’originale, ma non per questo è una brutta canzone.
  6. Clementino – Sotto lo stesso cielo (Caruso) –> Intrigante la versione di Clementino che per l’occasione decide di puntare, unico caso nel disco, sul rap in dialetto (scelta che a mio parere ha ripagato). Il campionamento in chiave blues è splendido e il flow del rapper partenopeo si rivela magistrale nel non intaccare la scorrevolezza di un brano volutamente in contrapposizione ritmica con l’originale. Unica pecca potrebbe essere forse proprio la scelta di “Caruso”, un inno Dalliano senza tempo (che per qualcuno, non per me, potrebbe essere intoccabile) che rende di conseguenza molto ambizioso qualsiasi tentativo di rielaborazione. Per quanto mi riguarda, comunque, il tentativo non può che essere definito apprezzabile.
  7. Moreno – Un mondo piccolo così (Attenti al lupo) –> Questa non l’ho capita. Non ho capito perché prendersi la briga di “rifare” un brano, se la base poi rimane quasi letteralmente inalterata. Non ho capito perché in una canzone di 3 minuti con pretese di originalità il primo minuto debba vedere solo la presenza di Dalla che canta pari pari l’originale. O forse no. Forse ho capito perfettamente, e anche questo pezzo è semplicemente quello che sembra: una canzone, con un testo di una banalità e inconsistenza che potrei scusare solo se provenisse da un freestyle, fatta in fretta e furia solo per fare numero, cercando di nascondere i limiti dell’autore dietro il pezzo originale. Diciamocelo, non una grande idea.
  8. Raige – Vorrei (Tu non mi basti mai) –> Buon pezzo per Raige, il quale, se già normalmente ricorda a livello di tematiche l’approccio intimista di Dalla (in maniera giusto un po’ più cinica), in questa specifica canzone sembra fornire all’ascoltatore il naturale proseguimento dell’originale. Il testo convince quasi sempre. Nota di merito per la produzione con sfumature techno nei ritornelli: bellissima.
  9. Two Fingerz – Sdraiato su una nuvola (Se io fossi un angelo) –> Danti e Roofio convincono. Roofio convince perché la base è essenziale, senza troppi ghirigori e ben si presta ai cambi di flow del rap. Danti convince perché riesce a rielaborare in maniera personale un testo a cui è evidentemente legato, non limitandosi quindi a omaggiare sterilmente l’originale. Two Fingerz Up!
  10. Siamesi Brothers – Come Nuvolari (Nuvolari) –> Non mi ha entusiasmato complessivamente, ma qualcosa di buono c’è. La base si rivela un po’ troppo confusionaria all’altezza dei ritornelli, ma nelle strofe il ritmo è oggettivamente intrigante e riuscito. A livello di testi, Tormento non convince nonostante le buone intenzioni, mentre la parte di Esa è modesta ma buona. In altre parole, dà il suo contributo ma senza strafare. Come il pezzo.
  11. BONUS TRACK: Articolo 31 – L’impresa eccezionale (Disperato erotico Stomp) –> Un vecchio classico. Tratta dal disco “Così com’è” del ’96, è sicuramente la canzone più genuina dell’album, essendo stata fatta in tempi meno sospetti. Se non la conoscete, conoscetela. Non aggiungo altro.

Complessivamente, si potrebbe dire che alcuni pezzi sono più riusciti di altri. Che alcuni possono essere dimenticati in fretta, mentre altri meritano di essere tenuti a mente e nell’iPod. Si potrebbe dire che alcuni rapper si sono limitati a fare il compitino mentre altri si sono sentiti più profondamente chiamati in causa e hanno perciò dato un contributo più personale, omaggiando ma anche approfondendo il brano originale. Che alcuni hanno scelto di rielaborare canzoni più ricercate, mostrando il proprio gusto nonché la propria conoscenza di Dalla, mentre altri si sono confrontati con canzoni più emblematiche a proprio rischio e pericolo.

Al di là di questo, una cosa va detta: almeno un ascolto, questo album, se lo merita.

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