Jess Glynne – I Cry When I Laugh (Recensione)

“E questa chi sarebbe?”. Qualcosa del genere ho pensato alcuni mesi fa quando, facendo la spesa, mi è capitato di ascoltare per la prima volta una canzone pop molto catchy alla radio. L’autrice, come il titolo, mi era sconosciuta e tutto sommato neanche troppo per ignoranza mia, essendo una delle sue prime canzoni in assoluto. La voce però era bella piena, forte, una di quelle che rimane in testa.

Dopo essere riuscito a risalire al pezzo, “Hold my Hand”, mi sono concentrato un attimo sulla cantante. Ho scoperto essere questa, tale Jess Glynne, una giovane britannica (classe ’89) con all’attivo la bellezza di zero album pubblicati. Senza degnarla di ulteriori attenzioni, ho smesso perciò di approfondire e mi sono limitato a catalogarla mentalmente nel limbo senza passato né futuro degli “one-hit singer”.

Un paio di mesi dopo invece chi ti trovo nel nuovo singolo di Tinie Tempah “Not letting go”? Ancora Jess Glynne. A questo punto, come DiCaprio in una celebre scena di Django, ho dovuto anch’io ammettere: “Signori, avevate la mia curiosità. Ora avete la mia attenzione”.

Sì perché, stando così le cose, sul piatto di questa artista adesso pendevano ben due canzoni, entrambe #1 in classifica UK (la seconda delle quali ha consacrato Tinie Tempah come primo rapper, britannico e non, ad avere piazzato ben sei #1 nelle chart del proprio Paese) e una cosa del genere, almeno per i miei standard, non passa del tutto inosservata.

Ora, tutti sappiamo (o comunque possiamo immaginare, ripensando alle sorti di artisti inglesi come Robbie Williams, mai davvero attecchito in terra americana) quanto il panorama britannico possa o non possa fare testo rispetto al successo di nuovi artisti nel resto del mondo. Tuttavia, una volta evitati prematuri entusiasmi, sarebbe d’altro canto ingiusto non dare almeno una possibilità di dimostrare quanto vale alla nuova voce di Hampstead, sobborgo a nord di Londra.

Quella che segue vuole essere dunque un’analisi il meno sensazionalistica possibile, pur riconoscendo il sorprendente potenziale di Jess Glynne, ben espresso nel suo album di debutto di recente uscita “I Cry when I Laugh”.

Per parlare di questo cd, devo fare prima alcune precisazioni. Innanzitutto devo chiarire che “Hold my Hand” è stata la prima canzone famosa di Jess Glynne, ma non la prima con Jess Glynne. Come potrete facilmente scoprire ascoltando la versione Deluxe dell’album, se già non lo sapete, Jessica Hannah Glynne è salita alla ribalta come featured artist in “My Love” dei Route 64 ma soprattutto in “Rather Be” dei Clean Bandit. Quest’ultimo pezzo potrebbe decisamente suonarvi non nuovo, essendo stato il singolo più famoso della brit-band elettronica senza cantante fisso e avendo esso raggiunto, nei primi mesi del 2014, la vetta delle classifiche di mezzo mondo.

Un’altra precisazione riguarda i testi. Trattandosi di un lavoro pop (con diverse sfumature dance e house, d’accordo) sarebbe sbagliato considerarli infimi a priori, pur dovendo ammettere la stucchevolezza che spesso accomuna i brani, per quanto belli, di tale genere. D’altra parte il pop, per come lo intendiamo da cinquant’anni a questa parte è forse il genere più difficile in cui cimentarsi, per quanto riguarda la scrittura, se lo si fa con pretese di originalità. In questo senso bisogna dare atto a “I Cry when I Laugh” di riuscire a non far pesare troppo la ripetitività di quei due o tre argomenti trattati, grazie ai ritmi piuttosto serrati delle tracce (tattica, questa, in pieno stile Pop).

Detto questo, andiamo al sodo: le tracce. Senza contare le tre collaborazioni sopracitate, che fanno parte solo della Deluxe Edition (insieme a una nuova collaborazione tra Jess e i Clean Bandit, “Real Love”, di cui è presente anche una versione acustica in cui risalta maggiormente la voce), le canzoni che spiccano sono principalmente sei. Di queste l’unica lenta è “Saddest Vanilla”, la quale tratta naturalmente di un amore finito male e che vede la partecipazione della talentuosa Emeli Sandé, inglese lanciata qualche anno fa dal tormentone “Next to Me”. Per quanto riguarda le up-tempo, oltre alla ormai rinomata “Hold my Hand” sono da segnalare “Take Me Home”, “It Ain’t Right” e “Right Here”, tutte e tre, non per sminuire, infarcite di amore e buoni sentimenti. Dulcis in fundo “Don’t be so Hard on Yourself”, pezzo sull’auto-accettazione che, estratto come quarto singolo, ha permesso alla Glysse di eguagliare un record non da poco, in patria. Con questo brano è infatti diventata la seconda cantante solista ad aver piazzato ben 5 pezzi (il primo fu “Rather Be”) al #1 delle chart britanniche, pareggiando il primato di Cheryl.

Una breve parentesi andrebbe aperta anche su Cheryl Fernandez-Versini, nota qualche anno fa come Cheryl Cole, per via del suo precedente matrimonio (finito nel 2010) con il calciatore Ashley Cole, il cui tradimento finì su tutti i tabloid. Curioso è infatti come, ricollegandoci al discorso di prima, proprio Cheryl sia un altro ottimo esempio di come a un’enorme fama nel proprio Paese non corrisponda a volte eguale successo all’estero (qui in Italia per esempio è famosa per il singolo “Fight for this Love” del 2008 e poco più).

Per concludere la recensione, leggermente in secondo piano, ma comunque degne di nota sono l’introduttiva “Strawberry Fields”, “Home” e “You can find Me”. Infine “Gave Me Something” e “Ain’t Got Far to Go” che parlano della passione per ciò che fa e della gratitudine per chi l’ha incoraggiata a diventare quello che è, ovvero, ormai si può dire, la nuova promessa del pop britannico.

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