The Weeknd – Beauty Behind The Madness (Recensione)

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Sono venuto a conoscenza di The Weeknd, come forse altri di voi, quando, verso la fine del 2014 ha collaborato alla hit di Ariana Grande “Love me harder”. A essere precisi, quella non è stata davvero la primissima volta in cui ho sentito parlare di questo artista, il quale, comparso sulle scene neanche ventenne, è riuscito ad attirare l’attenzione (con i suoi primi tre mixtape, poi ripubblicati sotto il nome di “Balloons Trilogy”) del connazionale canadese Drake. Drake con cui ha, non a caso, più volte collaborato in seguito. Nel 2012 ha partecipato come featured artist alla traccia “Remember me” di Wiz Khalifa, mentre nel 2013 ha messo la firma su “Elastic Heart” insieme a Sia e Diplo (canzone inclusa nella colonna sonora del film “Hunger Games: La ragazza di fuoco”). All’inizio di quest’anno poi altra pubblicità gli è arrivata con l’uscita della trasposizione cinematografica di “50 sfumature di grigio”, per la cui colonna sonora ha prodotto le canzoni “Earned it” (inclusa anche nel suo ultimo album) e “Where you belong”. Per farmi un’idea più approfondita di questo a me ignoto artista, ho ascoltato il primo cd ufficiale “Kiss Land” (2013, di cui per inciso consiglio soprattutto le tracce “Belong to the world”, “Wanderlust”, “Pretty” e “Odd look”), e soprattutto il nuovissimo “Beauty Behind the Madness”, uscito il 28 agosto, che ora vado a presentare.

Complessivamente, quest’ultimo album mi ha fatto davvero un’ottima impressione. Mi ha colpito soprattutto per il continuo contrasto tra ciò che The Weeknd (all’anagrafe Abel Tesfaye) dice e il modo in cui lo dice. Tra la durezza delle parole, ruvide e fredde come la decisione, e il calore della voce, sinuosa e accogliente come l’innocenza. Trattandosi di R&B/Soul può sorprendere (relativamente) di trovare testi così crudi sul rapporto del cantante con la dipendenza da sostanze, il sesso occasionale e uno stile di vita “non esattamente da salutista”, per usare un eufemismo. L’auto-distruzione non è certo stata inventata quest’anno. D’altra parte, fa sicuramente effetto sentir trattare certe tematiche da una voce così candida e pulita. Non sarò certo io, per altro, il primo a negare la somiglianza, scomoda ma piuttosto evidente, tra la voce di The Weeknd e quella di Michael Jackson. Chi ne volesse qualche prova potrebbe facilmente fugare ogni dubbio ascoltandosi la cover di “Dirty Diana” di qualche anno fa o, meglio ancora, due canzoni del nuovo cd: “I can’t feel my face” e “In the night”. Nella prima, il parallelismo donna/cocaina viene musicato in un pezzo up-tempo dal ritmo davvero coinvolgente mentre la seconda, esemplare prova di story-telling che richiama la “Billy Jean” jacksoniana, il cantante parla dei tormenti di una stripper/puttana con alle spalle un drammatico passato di abusi sessuali (dichiaratamente ispirato alla vita di Marilyn Monroe).

Nel caso qualcuno se lo fosse chiesto, va precisato che Tesfaye, canadese di origini etiopi classe 1990, non sembra volersi accontentare del ruolo di imitatore (per quanto bravo) del Re del Pop. Piuttosto è interessato a condividere le proprie esperienze e la propria visione del mondo. In altre parole, il proprio inferno personale. Sì perché, fin dalla prima traccia, mette in chiaro che il leitmotiv dell’album sarà l’incombente minaccia del proprio destino (un’overdose o peggio), esito naturale della condotta auto-distruttiva da lui adottata per raggiungere e sopportare il successo, suo vero fine ultimo. Senza cadere in patetiche quanto tardive auto-commiserazioni, Abel riconduce sempre la propria situazione (felice o infelice che sia) alle proprie azioni, con una matura e costante assunzione di responsabilità.

Nonostante uno stile di vita opposto rispetto a quello che sua madre vorrebbe per lui (come ricordato in “Real life”), The Weeknd non dimentica tuttavia le proprie radici. Oltre alla particolare quanto tipica acconciatura che lo caratterizza, egli infatti si impegna a inserire in ogni album qualche parola di amarico, la lingua ufficiale etiope (udibile nell’outro di “The Hills”, pezzo su una relazione adulterina) che sua nonna gli ha insegnato, crescendolo praticamente da sola.

Altri temi ricorrenti nella sua poetica sono la già anticipata dipendenza da sostanze e la predilezione per rapporti sessuali freddi e senza alcun coinvolgimento emotivo. L’oggettivizzazione della donna è piuttosto palpabile in “Often” (altra up-tempo da segnalare), “Acquainted”, e “Shameless” in cui il rapporto con le donne e la droga porta a un “I’ll always be there for you” che va inteso nel senso meno romantico e più da pusher possibile. In “Angel” invece, mosca bianca del cd se ce n’è una, augura a una ragazza che riconosce essere speciale, ma che ha ugualmente abbandonato, di trovare qualcuno migliore di lui che possa davvero meritarla/amarla. In “Dark times”, con Ed Sheeran, i lati oscuri dei due artisti la fanno da padroni, mentre “Tell your friends” parla delle ripercussioni della fama sulle relazioni sociali (tra groupies che al contrario strumentalizzano lui e fan che gli chiedono di farsi un selfie pure al funerale di sua nonna). Senza dimenticare, in quest’ultimo pezzo, un confronto con il suo difficile passato.

Già perché, Tesfaye, che a 17 anni abbandonò la famiglia e la scuola (di cui tuttora non ha un’altissima considerazione, come è facile intuire ascoltando il capolavoro “Losers”) per andare in cerca di fortuna con un amico, ha vissuto per un periodo arrangiandosi tra il senzatetto e il gigolò. A conti fatti, per avere 25 anni e non essere mai uscito da Scarborough (sua città natale) fino ai 20, il ragazzo sembrerebbe aver recuperato piuttosto in fretta il tempo perduto, vivendo in pochi anni esperienze che la gente comune accumula in vite intere. Passare meritatamente dall’essere senza fissa dimora a astro nascente del panorama R&B, non è certo cosa da tutti.

Concludendo, il mio giudizio sull’album è complessivamente più che positivo, avendo scoperto una storia e un talento davvero sorprendente. Il suo miglior pregio è secondo me la brutale onestà con cui racconta ciò che pensa e che ha passato, senza mai nascondersi dietro scuse o giustificazioni. D’altra parte, come lui stesso ricorda in “Prisoner” con Lana Del Rey, tutto è sempre dipeso dalle sue stesse scelte: “I’m a prisoner to my decisions”.

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