Dr. Dre – Compton (Recensione)

Dr. Dre è tornato. A 16 anni dal suo ultimo capolavoro, intitolato “2001”, e a ben 23 anni di distanza dalla pietra miliare che fu (e che è tuttora) il suo album d’esordio come solista “The Chronic”, è tornato, il 7 agosto, con “Compton”. Il suddetto titolo, talvolta accompagnato a mo’ di precisazione da “a soundtrack by Dr. Dre” riporta essenzialmente a quello che è il perno, il caposaldo, attorno al quale si è delineata l’evoluzione, artistica e umana, di una delle icone per eccellenza del genere hip-hop.

Il “dottore” (senza apparenti meriti medici) più famoso del music-business statunitense ci ha fatto attendere parecchio questa volta. Non che in tutto questo tempo sia stato con le mani in mano, per carità. Trovo offensivo dover ricordare a quanti e a quali progetti abbia collaborato in qualità di produttore o supervisore il nativo della contea di L.A. Mettiamola così: se non avete mai sentito l’attacco di “Still D.R.E.”, probabilmente gli ultimi 15 anni li avete vissuti in isolamento sul rosso pianeta Marte. Per non parlare della miriade di artisti da lui lanciati, o seguiti in qualità di mentore, che hanno fatto la fortuna della Death Row e che continuano a farla per la, da lui fondata nel 1996, etichetta discografica Aftermath. La critica, se ce n’è una, riguardava semmai il ritmo di pubblicazione, non proprio frenetico per usare un eufemismo, di album propri, nonostante l’agrodolce illusione rappresentata dal messianicamente atteso e di conseguenza, sempre messianicamente, non pervenuto “Detox” all’appello.

Dicevamo però di quanto l’ex-membro degli N.W.A sia stato impegnato negli ultimi tempi, a partire dalla vendita della società Beats Electronic (con cui insieme a Jimmy Iovine ha dato alla luce qualche anno fa alla famosa linea di cuffie Beats by Dre) alla Apple che lo ha reso il più ricco musicista vivente, fino alla produzione del biopic di recente uscita “Straight Outta Compton” riguardante proprio gli anni delle sue prime esperienze gangsta-rap con il gruppo che lo ha lanciato nell’olimpo del genere.

Il nuovo album, “Compton” si ricollega proprio a quest’ultimo progetto, da cui è chiaramente ispirato, riportando la mente del “dottore”, all’anagrafe André Romelle Young, agli anni passati, fatti di alti e bassi, in una analisi introspettiva che è capace di rendere questo disco sì meno sboccato e rabbioso dei precedenti, ma, al contempo, non meno incisivo e rappresentativo dei medesimi. Ciò è sicuramente merito della maturazione personale di un Dr. Dre (il quale, ricordiamolo, ha varcato quest’anno la soglia dei cinquant’anni) che ha dovuto fare i conti non solo con grandi successi ma anche, circa un lustro fa, con la morte del proprio figlio ventenne (per overdose) e tutto quello che ne può conseguire.

Passando finalmente a un breve giudizio critico dell’album, non posso non partire dalle canzoni che mi hanno colpito di più, e di cui consiglio caldamente l’ascolto a tutti. In primis, del pezzo che segna la re-union con Ice Cube, altra leggenda vivente ex-N.W.A. con cui ha riallacciato i rapporti proprio in occasione della realizzazione del film “Straight Outta Compton” che ripercorre le loro gesta tra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90. “Issues” (che figura anche Anderson .Paak e Dem Jointz tra i featured artists) è quindi sicuramente un pezzo forte del cd, così come lo sono i nuovi capitoli delle longeve storie di collaborazioni con Snoop Dogg e Eminem, rispettivamente continuate con “Satisfiction” (che vede l’intervento anche di Marsha Ambrosius e King Mez) e “Medicine Man” (con Candice Pillay e ancora Anderson .Paak) che ricorda vagamente, per titolo e tematica, il singolo ”I need a doctor” che fu orfano di “Detox”. Snoop Dogg fa capolino anche in un altro pezzo “One shot one kill” che, secondo il mio modesto parere, è una bomba, ma il cui protagonista assoluto risulta essere il molto meno famoso Jon Connor, giovane protegé di Dr. Dre, che insieme a Justus, i sopracitati King Mez e Anderson .Paak, e il più affermato Kendrick Lamar ritornano più volte nell’opera dottordreana. Questo a dimostrazione di una continuità con il passato (per quanto riguarda la scelta di promuovere nei propri lavori pupilli da-poco/presto in circolazione, in pieno stile Dre) che però non intacca lo spazio che il nativo di Compton si riserva per le proprie considerazioni, come alcuni potevano temere.

Da notare, per quanto riguarda gli altri pezzi (più o meno tutti con Compton citata o comunque come sfondo attivo, in particolare “Genocide” con Kendrick Lamar e “Just another day” con The Game) l’emergere di tematiche quali il peso delle responsabilità (in “It’s all on me”), la necessità di una mentalità adatta per far fronte alle pressioni (in “All in a day’s work”) e il confronto inevitabile tra vecchio e nuovo che affiora lasciandosi trasportare dai ricordi (in, ma non solo, “Darkside / Gone” dove sottolineo l’ottima strofa di Lamar). In “Deep water” la metafora con l’oceano (e il mondo acquatico in generale) risulta molto ben espressa, mentre “Loose cannons” e “For the love of money” si collocano più vicine ai classici pezzi che i rapper, americani e non, sfoderano come esercizio di stile e dimostrazione di forza.

Concludendo, il ritorno di Dr. Dre richiama alla mente sì i lavori passati e i rapporti con gli altri ex-N.W.A, (Eazy-E in primis), ma non si ferma a questo. Non è un album auto-celebrativo quanto sarebbe potuto essere, ma è un’occasione, secondo me abbastanza sfruttata, di riflessione personale che ci ricorda, se mai ce ne fosse stato il bisogno (sì, grazie, ancora) cosa rappresenta Dr. Dre per la musica hip-hop degli ultimi 30 anni.

Tutto. E se non tutto, molto. Quello che non bisogna dimenticare è però che il talento di André Young, il quale continua a sfornare successi in qualsiasi ambito egli decida di cimentarsi, è frutto di immensi sacrifici e calvari personali di cui le sue canzoni non sono che parziali rappresentazioni. Concludendo con una citazione quanto mai adatta, come lui stesso dice all’interno del caldamente consigliato album “Compton”: “Don’t ever call me fortunate: you don’t know what it cost me”.

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