La promessa di Mario

Il calciatore più discusso e detestato degli ultimi anni è tornato in Italia. Per giocarsi la sua ultima possibilità per diventare grande (come Henry)

Thierry Henry da Les Ulis, quasi Parigi, Francia, è uno che di calcio ne ha masticato. 450 reti in 994 partite (0.45 gol ad incontro, addirittura 0.60 nei 258 in cui ha indossato la maglia dell’Arsenal), che vuol dire che il francese andava a segno praticamente una volta sì ed una no. Ma prima dell’epoca d’oro a Londra, “Titì” ha avuto un’avventura a Torino, sponda Juventus, che con quello che è diventata dopo la sua carriera non c’entra niente.

Quando Henry arriva alla Juve dal Monaco ha ventidue anni ed è il calciatore francese più pagato della storia. Il suo arduo compito è sostituire Alessandro Del Piero, infortunato, affiancando il suo ex compagno di squadra David Trezeguet, ma finisce a fare l’esterno di centrocampo. Quando gioca. Sì, perché il suo costoso talento resta spesso in panchina, tanto che alla fine della stagione ha messo piede in campo solo sedici volte, con tre reti e molte aspettative deluse.

Passa a Londra, tra i Gunners di Arsène Wenger, che è uno che dice che “gli eroi non nascono, si creano” e che difatti trasforma il giovane panchinaro della Juventus in uno dei migliori attaccanti di sempre e in un vincente vero. Però per una stagione si è pensato che la stella di Thierry Henry fosse stato un grosso abbaglio, che il ragazzo che “non voleva fare il terzino” avrebbe scaldato panchine per tutta la carriera. Unanimemente, errore notevole.

Enorme passo avanti, ed anche un po’ di lato. Estate 2015, Mario Balotelli, dopo aver fatto quello che fino a qualche anno fa non avremmo mai pensato, ossia passare una stagione intera senza giocare o quasi e segnando quattro sole reti, passa dal Liverpool al Milan, da cui era partito per l’avventura oltremanica appena un anno prima ed il grande Thierry Henry commenta:

“I’ts good for him if he can go back to Milan, and actually start his career”

Cominciare la sua carriera, quindi. O ricominciare? Già perché la carriera di Mario, a pensarci bene, non deve cominciare, quando piuttosto svoltare, ripartire, ripulirsi. Dimenticare il passato e diventare come quella di Thierry Henry.

Possiamo dire che Balotelli è certamente un personaggio fuori dal comune. Talento che hanno in pochi, fortuna che hanno in pochi, fisico che hanno in pochi, certamente un credito che hanno in pochi e purtroppo testa, carattere ed atteggiamento che hanno in pochi.
Pensandoci, cosa manca a Balotelli per diventare come Thierry Henry? Niente, al di fuori di una maturazione che ora deve necessariamente palesarsi. Come calciatore non ha difetti e lo ha dimostrato, facendo cose incredibili come questa qui o dimostrando quest’ardore qui. Sa essere decisivo, basta chiedere ai tifosi del Milan che nel 2013 riuscì ad entrare in Champion’s League proprio grazie al lui (12 gol in 13 partite).
Prima del Liverpool (dove andò a sostituire un’altra testa caldissima, Luìs Suarez), e nessuno pare ricordarselo, Mario ha giocato due stagioni in Serie A al ritmo di ben 0.60 reti per partita.

“Tanti rigori”, dicono molti. Sì, ma i rigori li tira lui per un motivo, ossia: Balotelli, quando vuole, sa essere concentrato. E se a tutto ciò che è in grado di fare coi piedi unisce la concentrazione e la serenità, chi lo ferma, Mario Balotelli? Risposta: nessuno. Non è nemmeno uno di quei talenti annullati dagli infortuni ed ha ancora almeno una decina d’anni di carriera davanti. Ha esperienza, ha giocato in quattro grandi squadre, con decine di campioni ed in tutti i tornei più importanti a livello internazionale. Chi ha impedito a Mario Balotelli di diventare uno dei migliori calciatori del mondo, finora? Mario Balotelli stesso.

Somma felicità dei media nel vederlo in difficoltà, a dirla tutta. I giornalisti certe cose le hanno gonfiate oltremisura creando il mito di un ragazzo corrotto da chissà quale demone (un paio di giorni fa su Italia1 si poteva assistere ad un tentativo di decifrare il carattere e lo stato d’animo di Mario dall’analisi della sua firma, per dire). Balotelli è certamente uno che ne fa tante, ma non l’ha mai fatta troppo grossa: non è Adriano, Mutu o Gaiscogne. Si è comportato male un’infinità di volte, dalle freccette tirate ai ragazzini a Manchester, agli insulti agli arbitri, passando per la maglia dell’Inter gettata a terra, per non parlare di quella volta che quasi si diede fuoco alla casa giocando coi petardi in bagno. Ma sono cose che col calciatore hanno poco a che fare, servono ad un particolare giornale rosa per i clic e a Tiki Taka per riempire la mezz’ora vuota intervistando Fanny Neguesha in merito. Ricordiamo tutti l’epopea della nascita della figlia Pia e relativa diatriba plurimensile sul riconoscimento o meno da parte del padre.

Un Balotelli forte ma pirla, insomma. Dal punto di vista prettamente sportivo, tralasciando l’uomo, forse l’unico fattore che ha rallentato la crescita di Mario generata da qualcosa che non fosse frutto del suo approccio poco professionale è stata la gestione del suo impiego da parte di Brandan Rodgers, allenatore del Liverpool che, con Daniel Sturridge infortunato, troppo spesso l’ha dimenticato in panchina (o in tribuna) preferendogli calciatori di livello decisamente inferiore, come Ricky Lambert o Fabio Borini. Una presa di posizione che ha detta di molti ha fatto perdere al Liverpool la corsa alla Champion’s League, a Balotelli un anno di carriera. Proprio in questi mesi l’immagine del Balotelli scarso si è diffusa, sostituendo quella del Balotelli forte ma pirla, con grande complicità dei quotidiani sportivi che si sentivano in dovere (anche in caso di infortunio di Mario) di sottolineare l’assenza dal prato del bresciano, per brama di like e commenti.

Ora la sua carriera è “ferma”, in attesa di ricominciare con la prima partita in maglia rossonera, sotto la guida di un allenatore, Sinisa Mihajlovic, che di certo non tollererà cose come questa. Sempre al serbo starà cercare d’inserirlo nel suo Milan, senza costringerlo a ricevere tutti i palloni spalle alla porta a cinquanta metri di distanza dall’estremo difensore avversario, isolato, o a giocare fuori ruolo, da ala o da centravanti d’area. Poste le condizioni di gioco per farlo rendere al meglio, insegnargli a correre sempre e non quando ha voglia, rientrare in difesa per aiutare e non per vendicarsi di un fallo subito e in generale abbandonare il lassismo fastidioso che ci ha troppo spesso fatto vedere (lassismo sportivo e basta, i racconti di come si comportò e di cosa disse ad Auschwitz danno l’immagine di un ragazzo per nulla stupido, vanesio ed ignorante).

Gli attuali titolari del Milan, Carlòs Bacca e Luiz Adriano, restano da scavalcare, ma Balotelli ha certamente le capacità per superarli, per togliersi l’etichetta di giocatore e persona mediocre e dimostrare di poter essere tutto quello che quando giocava all’Inter sognavamo che diventasse. Un giocatore fortissimo, un campione vero, guida per la Nazionale di cui speravamo diventasse simbolo, uomo nuovo, calciatore moderno ed emblema dell’Italia nuova e multietnica come Thierry Henry lo fu della Francia del duemila. Ce la può fare, Mario, ci deve credere e in lui devono credere tutti, perché è una possibilità che capita raramente, che nessuno vuole vedere sprecata. Vogliamo il nostro Henry, Mario può esserlo e l’unico impedimento, lo sappiamo, è Mario stesso. La sua storia non la dimenticheremo, ma vogliamo che sia a lieto fine, perché può ancora esserlo. Come a tutte le favole, basta crederci.

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2 pensieri su “La promessa di Mario

  1. Io spero davvero che Balotelli impari a concentrarsi, si “calmi” e diventi ciò che il suo talento gli avrebbe permesso di diventare già qualche anno fa: un campione vero. Come hai giustamente scritto, l’unico limite di Mario Balotelli è Mario Balotelli. Staremo a vedere.

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  2. Bellissimo articolo, complimenti.
    Il collegamento con Henry mi piace un sacco e la speranza auspicata è quella di tutti noi italiani.
    Per l’europeo siamo messi non bene in attacco e un Balotelli come quello del 2012 farebbe molto comodo, anzi di più.

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