A difesa della patria

Terrorismo, colpi di machete e “emergenza immigrazione” fanno crescere la paura nell’opinione pubblica, portando governo e amministratori locali ad accrescere le misure di controllo. Ma l’Italia è davvero un posto così pericoloso?

Fomentare il senso di insicurezza dei cittadini, si sa, è una via semplice e sicura per raccattare consenso, ma spesso si esagera arrivando al trasformare il legittimo bisogno di sentirsi al sicuro in paranoia.
In Spagna, la nuova “Legge sulla sicurezza” entrata in vigore il 1 luglio per volontà del governo di centrodestra di Mariano Rajoy è stata definita “abominevole” dal New York Times, oltre che “legge bavaglio” e “franchista”.

Il governo ha individuato 44 comportamenti, suddivisi in “lievi, gravi e molto gravi” che la polizia potrà sanzionare con multe da 601 a 30.000 euro senza coinvolgere giudici e tribunali. Tra gli svariati nuovi reati vi saranno, ad esempio, manifestare in luogo pubblico senza previa autorizzazione della polizia, l’irruzione a comizi e funzioni religiose, il consumo di alcol e droga per strada, l’appello alle manifestazioni via social network, filmare o fotografare la polizia, opporsi ad uno sfratto (fenomeno che negli anni passati in Spagna hanno raggiunto proporzioni tragiche) e molto altro ancora. Le opposizioni hanno presentato un ricorso alla corte costituzionale, l’Onu ha invitato Rajoy ed il ministro dell’interno iberico Jorge Fernàndez Diàz a ritirare la legge.

Se in Spagna il PPE cerca di trasformare le forze dell’ordine in un onnipotente braccio del governo, anche qui da noi c’è chi ritiene che la polizia debba essere (se possibile), ancor più deresponsabilizzata. Alla testa di chi una legge come quella di Rajoy la gradirebbe si colloca a spada tratta Matteo Salvini, che si concede foto di gruppo con poliziotti, carabinieri e finanzieri, urlando contro la sempre malvagia Unione Europea, di recente colpevole, nelle vesti della Corte per i Diritti umani, di considerare la Polizia di Stato colpevole di “tortura” per gli arcinoti e vergognosi fatti della Diaz.

La condanna di Strasburgo spinge Governo e Parlamento a premere sull’acceleratore per approvare quel disegno di legge sul reato di tortura che da marzo 2013 rimbalza tra Camera e Senato, e subito ecco il Segretario Federale della Lega Nord comparire ad una manifestazione del Sindacato Autonomo di Polizia e dire che “mettere il numeretto sul casco dei poliziotti è un’idea scema” e che “la polizia dev’essere libera di fare il proprio lavoro senza rotture di palle”, oltre che la solita ovvietà “i critici della polizia chi chiamano quando subiscono una rapina?”

Una decina di giorni prima di queste parole di Salvini, tre membri della Mara Salvatrucha aggrediscono un capotreno alla stazione di Villapizzone, a Milano. Il fatto che i tre criminali vengano da Ecuador ed El Salvador permette al Segretario di scagliare la solita sassaiola su ogni extracomunitario che calpesti il territorio nazionale ed ad un altro leghista illustre, il governatore della Lombardia Roberto Maroni, di riscoprire la sua grande passione mai sopita: l’ordine.

Bobo però parrebbe uno che sa quel che fa, accompagna alla vocazione per la protezione dei cittadini (alcuni in particolare, tant’è che firmò il decreto Biondi sull’abolizione della custodia cautelare, facendo uscire di galera molti indagati per Tangentopoli) anche una grande esperienza nel settore: ben due volte Ministro dell’Interno per Silvio Berlusconi (1994/’95 e 2008/’11), teorico e grande sostenitore della Guardia Nazionale Padana al punto da finire in ospedale per difendere la sede della Lega Nord (il suo ufficio, nella fattispecie) da una perquisizione della Digos che sulla GNP stava indagando perché considerata un movimento paramilitare illegale. Era il 1996 e Roberto Maroni finiva in un processo che nel 2004 la Cassazione chiuderà con una condanna a 4 mesi e 20 giorni di reclusione (diventati 5.320 euro di multa), oltre che con questa frase: “inspiegabili episodi di resistenza attiva (…) e proprio per questo del tutto ingiustificabili”. Nella Spagna del 2015 gli sarebbe andata peggio, ma anche in un’Italia ad ipotetica guida salviniana.

Anche da Ministro dell’Interno si fece notare. La proposta di permettere alle forze dell’ordine di prendere le impronte digitali a chi fosse trovato senza documenti (in particolare i bambini rom, si disse) si ricorderà per molto, mentre i due “Decreti Sicurezza” varati da Maroni furono al centro del dibattito per diverse sfaccettature, come la legalizzazione delle “ronde”, l’introduzione del reato di stalking (che resta l’unica cosa ricordata della vita politica di Mara Carfagna, fortunatamente assai positiva) o il carcere obbligatorio per stupratori, sfruttatori della prostituzione, diffusori di pedopornografia.

Villapizzone, dicevamo. L’aggressione al capotreno di Trenord suscita forte impressione e lo sdegno porta ad uno sciopero dei capitreno che paralizza la Lombardia per una giornata intera. Improvvisamente i treni della regione sono presentati come luoghi di violenza e pericolo continuo, quindi il governo regionale a guida leghista deve trovare una soluzione, per tutelare viaggiatori e personale. Il giorno dopo il fatto Roberto Maroni sta già parlando di “militari sui treni”, arrivando perfino ad un “pronti a sparare”, come se le braccia amputate a colpi di machete fossero la prassi sui treni.

La soluzione della regione, elaborata in pochi giorni dall’Assessore ai Trasporti Alessandro Sorte è di assumere 150 guardie da sguinzagliare sui treni, il “Trenord Security Team”, stipendiate da Regione Lombardia con tanto di pettorine verdi decorate con la rosa camuna (Tg3 Lombardia parla di oltre 7 milioni di euro di costi, da sommare ai 5 milioni che già vengono spesi per pagare i vigilantes che già controllano treni e stazioni). Maroni invece chiede al premier Matteo Renzi di poter mantenere in città i 2000 agenti arrivati a Milano per Expo. Riccardo De Corato, capogruppo di Fratelli d’Italia, colonna della destra lombarda e da sempre paladino della Milano blindata, pretende 1300 soldati, da aggiungersi a quelli che già girano in jeep nel contesto dell’operazione “Strade Sicure” o che presidiano il Duomo con i fucili d’assalto.

A tutto questo si aggiunge, nel giugno lombardo, la questione dei profughi in Stazione Centrale. Per la Lega la stazione e piazza Duca d’Aosta sono al collasso e i media fomentano, quindi poco importa che le testimonianze di chi passa da lì siano della solita Centrale, senza orde di disperati ma con gruppi di persone che stazionano in disparte, accudite da volontari.

Tralasciando il fatto che i treni lombardi non sono teatro di sparatorie e macellerie quotidianamente, che un soldato armato fino ai denti davanti al Duomo di Milano più che senso di sicurezza dà l’impressione di un governo che non riesce a controllare il territorio con metodi che non ricordino il Messico, che la Stazione Centrale non sia il campo profughi raccontato, potremmo porci comunque un domande: questo paese è davvero in preda al crimine? Riempire le strade di divise ha degli effetti?

Parrebbe di no, in entrambi i casi. I numeri dell’ISTAT dicono che nonostante il 30% delle famiglie “percepisca un rischio di criminalità nelle zone in cui vivono” il nostro paese si colloca solamente al ventesimo posto nell’Unione Europea per numero di omicidi volontari, con cifre in continua diminuzione dal 1991 fino al record del 2013, con 0.83 vittime di omicidio ogni 100.000 abitanti.
E i criminali, in Italia, quanti sono? Molto difficile da stimare, per il semplice fatto che non tutti sono in prigione o condannati, ma si può cominciare constatando che i detenuti nelle carceri dello stivale erano 62.563 a fine 2013 ed in continua diminuzione, tanto che ad ottobre 2014 l’ISTAT stimava in un importantissimo 17,5% il calo del numero di reclusi. Di questi 62.563 i maschi rappresentano il 95.7% e gli italiani il 65.1%. Il calo dei carcerati è anche merito della cancellazione di due leggi, la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini, realizzate da quei governi Berlusconi che sulla sicurezza puntarono molto.

Per quel che riguarda i cosiddetti reati “predatori”, ossia furti, scippi e rapine che Salvini, Maroni, De Corato e altri paladini della giustizia dovrebbero debellare farcendo treni, strade, stazioni e piazze di ogni sorta di divisa, il dato è diverso: sono in crescita.
Le rapine crescono del 2.6%, i furti nelle abitazioni denunciati nel 2012 sono stati 398.6 per 100.000 abitanti (raddoppiati tra 2010 e 2014) e gli scippi, che nelle strade presidiate dall’esercito dovrebbero essere assai difficili, sono aumentati del 40% rispetto al 2010.

Altro dato: spendiamo milioni di euro per avere un numero enorme di poliziotti, carabinieri, finanzieri, guardie giurate e soldati da spargere su ogni luogo sensibile al crimine del paese, ma il posto più pericoloso continua ad essere la casa (vi si compiono la maggior parte degli omicidi), soprattutto per le donne. La percentuale di femminicidi è passata dall’11% di media negli anni ‘90 ad un inquietante 35,7% del 2013 e di queste è particolarmente importante la fetta rappresentata dagli “omicidi da partner o ex partner (0,24 per 100 mila donne) e da parente (0,13 per 100 mila donne), valori sostanzialmente in linea con i dati del 2012. Gli omicidi di donne sono solo la punta dell’iceberg del problema della violenza contro la donna. Il loro andamento sostanzialmente stabile nel tempo, a fronte di una generale diminuzione del tasso complessivo degli omicidi, suggerisce la difficoltà di intervento per combattere tale fenomeno.”

Verosimilmente, se si spendessero tutti i soldi utilizzati le misure di cui sopra in vere e massicce campagne di sensibilizzazione e prevenzione avremmo numeri diversi, ma manca la prova dei fatti. In compenso, abbiamo tanta paura di uscire di casa e tanti soldi sprecati, in nome di una sicurezza che gli amministratori cercano di garantire in quella che numeri alla mano, pare essere la maniera sbagliata.

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Un pensiero su “A difesa della patria

  1. Articolo decisamente interessante, non solo per capire meglio il discorso della legge spagnola appena varata, ma di come sia realmente la situazioni crimini in Italia fra “percepita” e “reale”, visto che diversi politici sulla prima hanno costruito il loro successo

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