Mattia Sangermano e l’arte di banalizzare

Tra le varie opinioni ascoltate e diffuse prima, durante e dopo i fatti di venerdì primo maggio a Milano, le più gettonate sono state quelle di Fedez (ne abbiamo scritto qua) e J-Ax. Le immagini più viste sono quelle di quel poveretto di Mattia Sangermano, l’utile idiota a cui è stata rovinata la vita senza che nessuno sapesse perché. Dai titoli di giornale ai social network, abbiamo ridotto tutto ai minimi termini.

Sono state piuttosto rade le opinioni di chi potesse sfoggiare una certa competenza in materia, sostituite con un’attenta trascrizione e diffusione dei tweet di un paio di rapper, con le sparate senza senso di quotidiani ed opinionisti, come il “vietate i cortei nelle città” o “la prova che i black bloc volevano uccidere gli agenti” che Libero svela sul suo sito web. Intanto, il paese si divide su diversi temi. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano è definitivamente un incompetente o questa volta la polizia ha agito correttamente evitando il peggio? Due opinioni condivisibili in parte, data la delicatezza della questione, ma che nessuno o quasi ha argomentato con dati, interviste a chi di ordine pubblico si intende, riflessioni, considerazioni sostenute da esempi, paralleli, diffusione di documenti e ordini ufficiali della polizia. Il risultato è una gran caciara in cui tutti parlano per sentito dire, senza ragionare.

C’è chi dice che Alfano avrebbe dovuto “bloccare gli accordi di Schengen”, senza avere la minima idea di come si possa eventualmente fare o di chi se ne sarebbe dovuto occupare (è irrealistico pensare che il nostro Ministro degli Interni abbia un pulsante sulla scrivania per congelare trattati internazionali, no?), in quali tempistiche e come farlo senza ostacolare l’afflusso di visitatori ad Expo. C’è chi dice che avrebbe dovuto farlo e chi dice che la polizia avrebbe dovuto caricare, senza sapere che le cariche sono state evitate per un motivo. C’è chi dice che si sarebbe dovuto impedire il corteo senza conoscere le conseguenze di un gesto del genere (e anche qui, la soluzione è assai semplicistica e non proposta con cognizione di come, dove, chi, quando). C’è chi dice che la colpa è dei manifestanti pacifici che avrebbero dovuto organizzare un servizio d’ordine interno, senza aver la minima idea di come si possa nella realtà dei fatti bloccare centinaia di invasati con bastoni, martelli, bombe carta, molotov e quant’altro.

Questo parlare a vanvera parte da Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio etichetta i black bloc come figli di papà senza esitare un secondo, ma viene da chiedersi: quanti black bloc conosce Renzi personalmente? Presumibilmente nessuno. Però si affianca a tutta una schiera di commentatori da bar, spara il suo giudizio davanti a milioni e milioni di persone incurante di quanto la sua affermazione possa essere pesante.

Lungi da me voler difendere chi devasta senza ragione alcuna, ma Renzi e tanti esponenti della politica ad ogni livello dovrebbero riflettere sul cosa genera uno sfogo come quello di venerdì. Tanta rabbia e tanta ignoranza hanno origine nella maniera in cui questo paese ha educato i propri figli negli ultimi venticinque anni, nel sistema scolastico (anche qui, parlando di riforma della scuola si sente da molte bocche la frase “gli insegnanti scioperano perché vogliono difendere i privilegi come i tre mesi di vacanze estive”, che viene sparata senza alcuna conoscenza di come sia effettivamente organizzato il lavoro di un docente) e nel rapporto i giovani d’Italia hanno sviluppato con la politica, le istituzioni, la cosa pubblica.

Prendere la faccia di Mattia Sangermano e sbatterla su tutte le bacheche dei social network è incredibilmente più semplice che interrogarsi sul perché un ragazzo sia così ignorante, irrispettoso, violento ed ingenuo. Ridere delle sue scuse dopo avergli rovinato la vita è, oltre che sgradevole e meschino, un buon tappeto sotto cui nascondere le autocritiche che dovremmo farci dopo aver lucrato (i clic alle pagine dei giornali sono soldi, non dimentichiamolo) sul suo essere fondamentalmente sciocco. Sangermano non è causa della devastazione delle vie di Milano, ma è l’espressione dell’incapacità delle istituzioni, degli intellettuali, dei professori e dei genitori di educare gli italiani del futuro alla convivenza civile. Quel filmato dovrebbe portare a chiedersi come sia possibile che quel ragazzo e i tanti come lui si sentano così avulsi dalla vita del paese dallo sfogarsi distruggendo tutto e senza sapere perché. Sono persone che non sanno perché hanno sbagliato, non sanno quanta gente hanno messo in pericolo, quanti sforzi di quanti altri membri o sostenitori del movimento No Expo abbiano vanificato in un pomeriggio.

Quel ragazzo finito in una trappola mediatica mi ha ricordato le due ragazzine rom che Mattino 5 ha “intervistato”. Due persone senza le basi per capire a cosa stessero andando incontro, vittime di una strumentalizzazione feroce da parte di tantissima gente, in primis Salvini Matteo che le ha date in pasto al suo pubblico affamato di roghi e ruspe. Tutta la discussione civile, formante, utile sul tema della presenza di una popolazione con una cultura differente dalla nostra tra di noi, sui pro e i contro della nostra maniera di rapportarci con loro che avremmo potuto offrire al paese è diventato uno scontro urlato dalle due curve della scena politica. O li accogli o li bruci, ma in entrambi i casi senza sapere perché.

Certamente questo è cattivissimo giornalismo, ma è unito ad una cronica ricerca da parte di noi spettatori di minimizzare, banalizzare, parteggiare ed infine trovare il proprio nemico assoluto. Ce ne laviamo le mani, Sangermano è un coglione e via col plauso ai milanesi hanno ripulito tutto in tempo zero. A qualcuno bisogna dare la colpa delle mancanze di tutti. Ognuno scelga tra Alfano, la polizia, i No Expo o uno sprovveduto qualunque come Mattia Sangermano che forse ad un corteo non parteciperà più, che subirà le conseguenze delle sue gesta e che se ne tornerà nel nulla da cui è spuntato, ma la mancanza di ideologia, d’istruzione, di etica che lo ha portato a Milano quel pomeriggio trascinerà tanti giovani come lui in un’altra strada, in un’altra città a fare esattamente le stesse cose, mossi dal medesimo nulla. Noi tra una settimana ci saremo dimenticati dei Sangermano d’Italia, continueremo a lasciarli crescere fino al prossimo corteo, quando TgCom ne intervisterà un altro e potremo indignarci facendo finta di nulla ancora una volta, senza cercare di riflettere e darci delle spiegazioni, di trovare dei “perché”. Diremo “perché è un coglione”, che è molto più semplice.

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Un pensiero su “Mattia Sangermano e l’arte di banalizzare

  1. Hai ragione. C’è come un fastidio diffuso, una difficoltà al limite del patologico: risulta difficile approfondire oltre una minima spruzzata di conoscenza, ci si fa un’idea dettata dalla rappresentazione superficiale e si aderisce, su queste basi, a chi sta da una parte o dall’altra. Un modo di pensare manicheo, che sembra presupporre una soluzione binaria dei problemi, o è così o è il contrario. In realtà scavando sui black bloc e su quello che succede nelle piazze se ne trovano di tutti i colori… ma, certo, lo stupidino che si concede alla telecamera diventa carne da meme, e forse alla fine è anche contento di aver trovato i suoi 15 minuti di google-ità.

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