Quell’idiota di Stalin, jr.

Yakov, un nome qualunque. Džugašvili, un cognome russo come ce ne sono tanti altri.
Yakov Džugašvili, un nome che non dice niente. Se non fosse che Džugašvili in Russia è un cognome importante. E Yakov Džugašvili non era un persona qualunque.
Džugašvili è il cognome di Iosif. E Yakov è il figlio di Iosif, di Iosif Džugašvili o, in arte, “l’uomo d’acciaio”, che per tutti noi vuol dire Superman, ma tutti noi siamo degli bestemmiatori, perchè uomo d’acciaio, in russo, si dice Stalin.

Stalin è stato l’uomo più importante di Russia. Ancor oggi le sue spoglie imbalsamate sono una reliquia e sono oggette di celebrazioni annuali.
A capo dell’URSS, Stalin era riuscito a centralizzare il potere nelle sue mani, eliminando ogni opposizione, e di fatto era il solo uomo al comando. E il suo giudizio era infallibile, come quello di un Dio.

Il 5 Marzo 1953 la Russia, in ritardo al resto d’ Europa di circa 70 anni d’anticipo, dovette fare i conti con quel Friedrich Nietzsche che aveva distrutto le certezze di un continente e far fronte alle tre parole che avevano sconvolto il XIX secolo: “Dio è morto”. Per quanto riguarda la Russia però si trattava di un decesso di fatto, e la prassi vuole che si trovi un successore, qualcuno che ne sia degno.
In questo casi la scelta non può che ricadere sul figlio di Dio, ma questo non accadde.
Come mai il ruolo di successore Di Stalin fu affidato a Nikita Kruscev, diventato celebre addirittura per essere l’autore del processo di destalinizzazione? Stalin in URSS era ancora un eroe, perché non scegliere come erede la sua diretta progenia?
Una risposta facile potrebbe sembrare “Nel ‘53, anno della morte di Stalin, suo figlio era già morto”. Risposta ovvia, ma Yakov non sarebbe stato il nuovo segretario del partito comunista anche se fosse stato ancora vivo. Perché? Perché era un’incapace.
Parola di suo padre.

Dschugaschwili, Jakob / in deutscher Kriegsgefangenschaft 1941

Essere il figlio di un dittatore non è facile.
Se tuo padre fuori di casa è abituato a comandare sullo Stato più esteso del mondo, di sicuro non se ne sta buono buono quando rientra per la cena. E lo stesso vale per i week-end nella casa al mare o, se vivi in Russia, nella Dacia(la villa, non la macchina) di campagna.
Forse papà può calare le braghe davanti alle richieste di sua moglie, non tua mamma perché lei è stata fatta fucilare, ma tu, suo figlio, non hai scampo.
E così capitava a Yakov che, orfano della madre, abitava con la matrigna e doveva assecondare il dispotismo del padre.
Magari era una battuta di caccia, magari la scelta della consorte.
Fu proprio quando Yakov decise di presentare la fidanzata al padre che ci furono i primi problemi. Si narra che la giovane ebrea, confessione che neanche in URSS era particolarmente apprezzata a quei tempi, non piacque a Stalin che decise di scambiare un’amichevole chiacchierata con la futura nuora, all fine della quale lei fuggi via piangendo.
Non solo, il dittatore non si risparmiò e rimproverò il figlio sino a farlo scappare in camera sua con le lacrime agli occhi. Poco dopo, mentre l’uomo d’acciaio riportava alla moglie l’accaduto, successe il misfatto: i singhiozzi s’intterrupero e si si udì uno sparo.
No, non siamo ancora arrivati alla fine della nostra storia. Per fortuna Yacov sopravvisse ma Stalin non perse l’occasione di commentare, lapidario: “Non è nemmeno capace di sparare dritto”.

Yacov, suo malgrado, riprese a vivere, e ben presto trovò moglie. Quella di un altro.
Il piccolo Džugašvili però era diventato grande e qualcosa aveva imparato dal padre. Così il marito di lei venne fatto fucilare dall’NKVD, il ministero degli interni russo più o meno, e i due amanti poterono convolare a giuste nozze.

Quando la guerra arrivò in Russia, portata da Hilter con l’operazione Barbarossa, il primogenito non fu risparmiato dalla leva e si arruolò nelle truppe sovietiche.
Un gesto di grande coraggio si ebbe quando il tenente Džugašvili, la sua squadra bombardata dai Nazisti, decise di riprendere gli abiti civili e scappare insieme ad un suo commilitone. Colto dal rimorso però egli non sopportò di abbandonare la sua patria e tornò indietro, facendosi catturare dai tedeschi.
La reazione di Stalin fu immediata e risoluta. Accortosi che la sua famiglia sarebbe potuta essere motivo di debolezza, egli fece internare la moglie e i figli in prigione. E Yacov? Yacov rimaneva in mano nemica, come lui stesso aveva deciso.
Furono i tedeschi a farsi risentire per chiedere il riscatto. Lo scambio che proposero a Stalin era semplice: tuo figlio per il federmaresciallo Friedrich Paulus, a capo della 6ª Armata caduta in seguito alla battaglia di Stalingrado.
La risposta fu netta: “Non scambio un maresciallo per un tenente!”.

Recenti studi affermano che Yacov fu ucciso dai nazisti nel campo di concentramento di Sachsenhausen, fucilato perché si rifiutò di obbedire ai loro ordini e restituiscono dignità alla sua figura.

Ancor oggi però la letteratura storica racconta che Yacov morì in un campo di concentramento tedesco, ma suicida, lanciandosi contro la recinzione elettrificata dopo un litigio con alcuni prigionieri britannici che lo accusavano di essere sporco e tentarono di costringerlo a pulire la loro latrina. In un rigurgito d’orgolio preferì morire che pulire la merda degli inglesi.
Per Milan Kundera il suo sacrifico fu l’unica morte metafisica dell’intero conflitto mondiale: i soldati che diedero la loro vita per estendere i confini del Reich a Est morirono stupidamente; Yacov invece morì perché era il figlio di Dio e non poteva mischiarsi alla merda dell’uomo.
Cosa Stalin pensasse di questo non possiamo saperlo, quello che sappiamo è che quando la voce della morte del figlio giunse a Stalin egli mormorò sotto i folti baffi: “Finalmente si è comportato da uomo!”.

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