La rivoluzione in bicicletta: Shannon Galpin e le due ruote afgane

Ci sono storie di cui i telegiornali parlano poco ma che vale la pena ascoltare. Una di queste è la storia di una donna che ha deciso di rimettersi in gioco e lavorare per altre donne, quelle dell’Afghanistan e delle zone di guerra. Con un solo strumento: la bicicletta. DONNE IN BICI 2

Shannon Galpin ha vinto il titolo di National Geographic Adventurer lo scorso anno per aver pedalato, unica al mondo, lungo i 225 chilometri della Valle del Panijshir in Afghanistan.
Viveva in Colorado e lavorava in una palestra prima di decidere di cambiare vita nel 2006.
Addio casa, addio lavoro sicuro: comincia a viaggiare. Arriva in Afghanistan quasi per caso per la prima volta nel 2008 con una storia personale difficile e una figlia sulle spalle. Qualche anno dopo ci ritorna di nuovo, questa volta sola, con una mountain bike che la porta nelle valli più remote del territorio, a dormire nei villaggi, a contatto con la gente del posto, incuriosita e ben disposta verso la sua figura atipica di donna in solitaria su due ruote.
Ed è la bicicletta con la sua aria informale e amica a darle la possibilità di incontrare altre donne e le loro storie: cittadine di un paese tra i primi luoghi al mondo per disparità di genere.
Dal viaggio alla missione il passo è breve. Le due ruote diventano il simbolo della sua voglia di solidarietà. Vende la sua casa e crea l’associazione umanitaria Mountain2Mountain che porta nelle strade afgane, e non solo, aiuti di vario grado, oltre a musica, arte, sport e opportunità lavorative rivolte soprattutto alle donne dei territori di conflitto con lo scopo di dar voce alle loro esigenze e creare occasioni di dialogo e progettualità verso il conseguimento della parità di diritti.
E’ in un’occasione di beneficenza che Galpin incontra la squadra maschile di ciclismo e racconta per la prima volta la sua storia. Da cosa nasce cosa, la bicicletta catalizza l’attenzione e nell’arco di pochi giorni una decina di giovani donne afgane si raccolgono intorno a lei con il desiderio di cominciare a pedalare. Pronte a sfidare le regole a loro imposte, che considerano blasfemia l’uso della bicicletta per le donne, ritenuto ancora oggi attività che può indurre alla perdita della verginità.
L’attivista, ospite di recente a Roma alla conferenza “Rebirth, dalla resilienza alla rinascita” tenutasi presso la Camera dei Deputati, ha spiegato come, in modo del tutto spontaneo, la bicicletta si fosse rapidamente trasformata in una sensazione di rivoluzione, di libertà ed emancipazione e di come M2M, con l’aiuto di altre associazioni umanitarie, abbia quindi deciso di portare avanti questo desiderio partendo da una raccolta fondi per le attrezzature. Un progetto realizzato per puro divertimento e voglia di riscatto, senza alcuna forzatura né scopo di lucro di alcun tipo. Queste donne e ragazze “erano consapevoli dei rischi che correvano con una scelta così lontana dai costumi tradizionali del proprio Paese, ma non hanno mai pensato di scendere in strada per manifestare: hanno scelto di andare in bici soprattutto perché è divertente”.
Sta di fatto che oggi la questione si è fatta seria e l’unione internazionale di ciclismo registra 45 atlete donne afgane iscritte alle tre categorie: junior, under 23 e elite. Un record per questo Paese.
Si allenano con l’aiuto del coach Seddiq, un uomo, tra Kabul e la valle del Bamiyan e hanno già partecipato lo scorso anno in Sud Corea a Incheon ai Giochi asiatici. Il prossimo appuntamento è quello delle Olimpiadi del 2020 in Giappone. Tutto questo mentre una regista, Sarah Menzies, lavora al documentario Afghan Cycles finalizzato a una raccolta fondi per la valorizzazione dell’attività sportiva femminile e in particolare per il sostegno delle cicliste afgane.
Ma M2M non è solo sport, c’è molto di più. Per la Galpin la bicicletta è strumento di educazione, salute, diffusione e scambio culturale, mezzo di spostamento e trasporto di materie prime e aiuti umanitari: “La possibilità di pedalare per le donne è sempre stata oggetto di controversie in Afghanistan a causa del senso di libertà a cui si associa. E’ proprio per questo motivo che l’uso della bicicletta per le donne è da considerarsi così importante in questo luogo. In un Paese con un elevato tasso di analfabetismo, scarso accesso alle cure sanitarie, difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro per le donne e alto tasso di violenza di genere, pedalare può davvero dare alle donne una possibilità in più di mobilità che permetta loro di guadagnare spazi in ambito educativo e lavorativo. Con le biciclette le insegnanti possono raggiungere le scuole dei villaggi dove agli uomini non è permesso insegnare alle giovani adolescenti, ostetriche e infermiere possono arrivare fin nelle zone più isolate e prevenire malattie e casi di morte, le ragazze hanno un mezzo di trasporto per andare a scuola.” (Traduzione dal manifesto di http://www.mountain2mountain.org/)
Lo sport come punto di partenza per un’emancipazione che è ancora tutta in salita e per cui bisogna pedalare ancora molto.
Secondo uno studio recente dell’Osservatorio per i Diritti Umani infatti, la maggior parte degli afgani considera le donne su due ruote istigatrici di crimini quali la violenza e l’adulterio. Il giudizio comune è talmente negativo che le cicliste sono oggetto di casi di pestaggio, lapidazione e spesso vengono volontariamente investite sulla strada.
Ma la squadra nazionale in rosa, forte della popolarità ottenuta presso i media internazionali e del sostegno di tutto il mondo dello sport, continua a battersi per potersi allenare e gareggiare con regolarità e, attraverso l’immagine e il simbolo di emancipazione di cui si fa portavoce quotidianamente, si prefigge lo scopo di attirare l’attenzione sulla condizione femminile in Afghanistan e di ottenere anche per le donne “comuni”, quelle per le quali la corsa è più difficile, i diritti e le possibilità che spettano loro e che il più delle volte non possono permettersi di chiedere, con una forza e un impatto che le associazioni umanitarie e i progetti tradizionali per la parità di genere non sempre riescono ad ottenere. DONNE IN BICI

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