Tiki Taka, ovvero la caciara come metodologia

Controcampo parte uno.

Capita nei lunedì notte invernali che la televisione sia la più facile delle consolazioni. Per chiunque ami lo sport (leggi: calcio) il lunedì è il giorno del moviolone, dei replay e dei voti al fantacalcio. Magra consolazione alla settimana da venire.

Nelle sere feriali post-calcistiche c’era una volta Controcampo. Conduceva Brandi con la sua aria un po’ da catechista, c’era Ciccio Valenti e c’era un’Afrodite di turno le cui gambe si prodigavano a far voltare cameramen e conseguenti spettatori. Guai ad aprire bocca, le quote rosa hanno valenza esistenziale (ossia ci devono essere, mica parlare). Mentre Controcampo finiva singhiozzando (era il 2012, e c’erano solo Cruciani e Abbatantuono senza donne, senza pubblico e senza gloria, di notte), Claudio Brachino, allora direttore SportMediaset, ha guardato a quello che aveva (la sua redazione e Pardo rubato a Sky), ha guardato a ciò che aveva funzionato bene (Controcampo) e furbescamente ha pensato a quel target di Italia uno della terza serata. Ingredienti, va da sé, che hanno portato, poco tempo dopo, a Tiki-Taka, ovvero il secondo Controcampo.

Controcampo parte due, ovvero Tiki Taka

In uno pseudosalotto da talk-show (quello che politicamente manca a Mediaset, ma che sportivamente manca a tutti gli altri) una improbabile accozzaglia di tipi umani sproloquiano sullo stato della domenica sportiva appena trascorsa.

Conte di Montecristo redivivo dello sport in calzetta, ecco un altro Controcampo con un vestito tutto nuovo sullo stesso vecchio baraccone. È tornato sotto mentite spoglie.

Nome scelto al programma: Tiki Taka (una ancor più esotica traduzione dallo spagnolo tiqui-taca), cioè quel calcio tutto passaggi che la Spagna catalana ha coniato contro il pragmatismo castigliano.

Non c’è nome più azzeccato, perchè quello che fa il programma è l’equivalente televisivo del calcistico tiki-taka. Un temporeggiare verso la fine, facendo sempre una figura ragionevole, senza mai arrivare da nessuna parte.

Pierluigi Pardo conduce ed è sprecato, dicono alcuni; conduce e deve accendere un cero a San Cristobàl, dicono altri. Sta di fatto nell’accozzaglia molieresca di ospiti fissi e non, lui sguazza nella ciociaria più torpignattaresca. Li gestisce, li irride, ci scherza. Fa tutto, pare, tranne ascoltare quello che dicono. Perchè lui pensa già al dopo, al passo successivo, al mitigare l’insensatezza di commenti sterili con i video di servizio dei poveri cristi della redazione SportMediaset che lavorano vecchia scuola, raccontando le partite in un minuto a tutti i non abbonati.

tiki taka

Tiki Taka è la combinazione alchimistica della tv generalista dei talk show (e quindi l’immancabile componente trash, qualche bella ragazza che perlopiù tace contemplandosi le unghie e quando parla non è considerata) con l’ancestrale passione dell’uomo globale per il calcio. In questo mantiene in tutto e per tutto il format di Controcampo, ma ha in più, come valore aggiunto, un generale che è cucito per le sue truppe. Pardo non mitiga mai, come facevano invece Piccinini prima e Brandi dopo. Pardo butta costantemente in caciara. Pardo cerca il barsport, cerca il commento oltre le righe, cerca il campanilisimo, che nel bar sport significa alzare la voce e smettere di ascoltare.

Gli ospiti infatti sono macchiette, sono personaggi. Hanno tutti quell’insondabile spocchia di chi la sa lunga, di chi ha la risposta in tasca, di chi è sempre e solo tutto facile, anche il calcio.

L’unica grande eccezione è l’intramontabile Giampiero Mughini, ex-intellettuale e giornalista convertitosi al ben più facile e remunerativo impiego di commentatore calcistico. Da anni (forse troppi) ha deciso di atrofizzarsi nel salotto del calcio, senza mai parlare di nulla per davvero, usando il suo registro – inevitabilmente più alto del resto del carrozzone – per rendere il talk-show un carro di carnevale. L’intellettuale in gabbia, pare. Solo che non c’è intellettuale, nel senso che non c’è proprio lo spazio per esserlo, tanto che lui per la maggior parte del tempo se ne sta zitto e nemmeno inquadrato, visto che è in collegamento. Parla al massimo cinque minuti a puntata, tutto sommato. Gioca il ruolo dell’alieno piombato nel talk show di bassa lega, costruisce frasi proustiane per dire che sì, alla fine la juve vincerà l’ennesimo scudetto, e prende per il culo tutti, con letterario ermetismo e con la consueta spocchia. Ma basta averlo sentito almeno una volta fuori da Italia Uno per capire che alla fine, a telecamere accese, tutto, anche un programma di calcio, diventa set di teatro.

C’è Melissa Satta. Ex velina, moglie di Boateng. Lo stare con un calciatore la autorizza, a quanto pare, ad avere verbo calcistico. Lo crede lei (davvero?), in realtà è solita (utilissima, e sono serio) bellezza da Bagaglino, afasica anche quando parla.

C’è la parzialità di Auriemma, giornalista che segue (nome omen) il Napoli, che ha nella faziosità la sua forza. Compromesso faustiano, ormai è il giornalista di parte, con i paraocchi. Che lo sia davvero? Impossibile a dirsi, certo è ha una deontologia verso la verità della stessa fattura di un Belpietro o un Sallusti.

Ogni tanto c’è Scanzi (Fatto quotidiano), che si rilassa nel tempo libero con una telecamera accesa e tira fuori pure lui la spocchia da talk show (è così anche a Piazzapulita) dispensando saccenza dall’incensatoio.

Arriviamo a Franco Ordine (chi?), un fastidioso giornalista de Il giornale dotato di una non comune petulanza.

Infine Graziano Cesari, un ex-arbitro che in un Bayern Monaco – Valencia del ’99 riuscì a fischiare la fine della partita con Claudio Lopez, attaccante del Valencia, in uno contro uno con Oliver Kahn e che adesso si permette di giudicare, seduto al caldo della sua scrivania, gli operati di arbitri molto migliori di quello che lui fu. E via così, il quarto stato del bar sport si completa.

Perchè funziona?

Pardo in una intervista rispose così: “Credo che ci debba essere un’attenzione per l’immagine e contenuti di una certa qualità che la pay tv ha portato, come montaggi di una certa qualità e anche delle forme di sperimentazione. Però poi esiste una dialettica da talk show da studio che sto imparando a Mediaset e trovo fondamentale. Se non esiste una drammaturgia del talk show andiamo a casa. La realtà è che questa cosa la puoi costruire.”

Parafrasato: perchè va in onda a mezzanotte, e alle persone che lo guardano non interessa niente dell’analisi, della ragionevolezza, della precisione maniacale da Ultimo Uomo, dello sport inteso alla Buffa, e di quelle cose che si prendono sul serio. Alle persone (almeno a buona parte di loro) interessa quella che lui chiama drammaturgia del talk show. Ovvero la caciara. Pardo ha tempi televisivi e semplicità di gestione del mezzo; fa sembrare sempre tutto improvvisato – sembra, mentre invece è studiato al dettaglio.

Per questo, dopotutto, a me Tiki Taka piace. Lo ammette Pardo nell’inciso riportato sopra. Arrivare ai livelli di SkySport è impossibile. Non ci sono gli strumenti, non c’è la qualità, non ci sono i servizi, probabilmente non c’è lo stesso budget.

Dì là si racconta lo sport come se fosse una cosa seria. Non conta tanto giudicare se lo sia o meno. A ognuno il suo. Ma rispetto al fratello povero, imbarazzato e impacciato (Rai Sport) la vera alternativa è il non prendersi sul serio. Ridere e far divertire. Non lo sanno tutti, dentro lì. Lo sa sicuramente Mughini e lo sa sicuramente Pardo. Il vero stratega è solo chi comanda. I soldati semplici ci possono arrivare da soli, sennò corrono al sacrificio. E Auriemma, Franco Ordine, Melissa Satta, Graziano Cesari, sono tutti necessari e concorrono al sacrificio rendendosi ridicoli.

Viva Tiki-Taka e il bar sport. Perchè se ci pensate bene, togliendo tutte quelle cose come la passione, il divertimento, la bellezza delle giocate, le parole spese e i giornali dedicati, il calcio non è poi così importante.

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