Le Slot machine e quei soldi di cui non possiamo fare a meno

Mini-casinò ovunque. Aprono al posto delle banche, aprono in periferia e nella provincia, a macchina d’olio, sempre di più. Poi ci sono i bar vicino alle case popolari, quelli con la zona macchinette dove si può fumare anche se non si può e le videolottery, dove ti giochi dieci euro alla volta. Dentro le solite facce sfatte e distratte. Poi ci sono i siti internet di scommesse dove la fortuna è algoritmica, mai così vicina e controllabile, rispetto alla variabilità tutta umana di un evento sportivo. Comincia la farsa. Scommettere sul non-esistente, sul già determinato, sul matematico.

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Le macchinette – leggi: apparecchi da intrattenimento – portano nelle case dello Stato la metà dei soldi che gli italiani spendono nel gioco d’azzardo legalizzato. Nel 2012 erano 87 miliardi totali, 48,7 quelli dati delle slot machine, videolottery e simili.

Dove sono e dove si gioca
Wired fece un’inchiesta, un paio d’anni fa, sulla geografia italiana del gioco d’azzardo. Veniva fuori come per il Sud il problema fosse molto più ingombrante di qualche pazzo di paese che sperpera la sua pensione. In Molise, nel 2012, si giocavano 750 euro all’anno a testa. Sarebbe tantissimo già così – mezzo stipendio medio – ma il dato va considerato su base pro capite. Se si stimano tutte le persone che i soldi li tengono in tasca e non giocano significa che quei 750 euro diventano il doppio o il triplo, roba da mandare intere famiglie in bancarotta. In Calabria domina il problema del gioco giovanile (non minorile, che non può essere studiato essendo formalmente illegale). Ma se si cambia prospettiva si illumina anche quella parte d’Italia che (dicono) stia meglio. Genova e la nordicissima Trento sono le due città con più mini-casinò rispettivamente per le città con più di 200.000 abitanti e per le città con almeno 100.000 abitanti. Il rapporto tra territorio e gioco è rilevante e sicuramente interessante. Più ci si allontana dal centro di una città più aumentano esercizi di scommesse, bar con slot e mini-casinò. Più un quartiere è economicamente depresso, più il riscatto passa attraverso l’ignorante speranza di una vittoria in realtà impossibile, fondata su quelle che sono magiche combinazioni di una videoslot o sulle astrologiche previsioni riguardo all’ordine di arrivo dei cavalli. Di fatto, più si è poveri più si spende cercando di vincere, impoverendosi ancor di più.

Ma quante sono queste slot machine?
Dati ufficiali Aams dicono una ogni 143 abitanti. In Germania sono una ogni 261, negli Stati Uniti una ogni 372. Un articolo di Repubblica citava un esperto del settore secondo cui le videolottery (quelle dei dieci euro per volta) sarebbero circa 160.000 nel mondo di cui un terzo solo in Italia. Dalle stime sono escluse le irregolari, cioè le slot che lavorano esattamente come le altre senza però pagare un centesimo in tasse, e basta una ricerca nemmeno troppo accurata sui siti dei giornali medio-piccoli per verificare che fioccano centinaia di multe ad esercizi commerciali di paese che possiedono magari poche slot irregolari. Anche averne solo una o due irregolare su un totale di cinque/dieci è per l’esercente un fattore di guadagno non indifferente, essendo esentasse.

Perchè?
Perchè lo Stato – mai più Leviatano, con Hobbes, come in questo caso – è salvo (anche) grazie alla enorme tassazione sul questa forma di gioco d’azzardo. Solo le slot machine hanno dato quattro miliardi e mezzo nel 2013. E se si considera che il rapporto tra deficit pubblico e PIL, quello che dà luogo alla procedura per deficit eccessivo, è stato positivo solo per 274 milioni di euro (che in un bilancio familiare vorrebbe dire essere salvi per un cento euro, cioè una cena in quattro in più in un anno intero) si capisce come questi soldi provenienti dalle slot siano manna biblica.

Cosa si fa e cosa si potrebbe fare
Nelle prossime settimane si discute di una possibile stretta. Entro il 2017 si dovrebbero tagliare 80-100.000 slot, dopo che diverse restrizioni furono messe nel corso del tempo, come il numero di macchinette per metro quadrato o la distanza minima da scuole e parchi. Una soluzione potrebbe essere un proibizionismo di ritorno. Da gennaio il land di Vienna ha eliminato le slot nel territorio, salvando solo quelle all’interno dei casinò di Stato. Legge firmata dai Verdi e dai Socialdemocratici (che governano Vienna) che priverà le casse della capitale austriaca di oltre quaranta milioni di euro. Tanti soldi, ma a questo, così come in tutti i numeri in denaro riferiti sopra, bisognerebbe considerare le spese sanitarie per la ludopatia (in Italia non si hanno dati affidabilissimi, si parla di cinquemila casi con picchi nel Lazio) e le spese sociali di chi si ritrova sul lastrico.  Protezionismo sociale o proibizionismo? Il confine, se c’è, è discutibile e poco marcato, ma di vere alternative non ce ne sono. L’atteggiamento che pare essere la guida per molti dei paesi democratici con gli indici della qualità della vita più alti è l’idea che una cosa rovinosa per la società e i suoi elementi debba essere permessa ma fortemente tassata. Le sigarette, ad esempio. Il gioco d’azzardo o l’alcol.  Pier Paolo Beretta, sottosegretario all’Economia del Governo Letta poi riconfermato anche dal Governo Renzi ha detto riguardo alla stretta in discussione: “Gli obiettivi sono la tutela della salute pubblica, la lotta all’illegalità e l’attenzione alle entrate. C’è un eccesso di offerta in alcune situazioni di gioco, troppa diffusione sul territorio. Dobbiamo trovare un equilibrio, partendo dalle condizioni di salute nella società“.

Un equilibrio che però ha la necessità di guardare al portafoglio di Stato. E quel margine di 274 milioni sono davvero troppo pochi per conciliare salute pubblica e attenzione alle entrate. Quindi si continuerà a giocare e tassare, magari di più, sperando che chi lo faccia abbia la consapevolezza di essere un martire economico per la Patria, un Robin Hood invertito e dissoluto che ruba a se stesso per dare allo Stato, mentre finisce l’ennesimo stipendio o l’ennesima pensione cambiandola tutta in monete da un euro mangiate da una scatola magica di plastica e metallo.

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