L’ISIS a Mosul, l’iconoclastia come scusa coerente

Sangue e polvere, nulla più. Nient’altro rimane alle spalle dei miliziani dell’ISIS,o IS. Sono esigue, ma infinitamente orribili, le tracce lasciate lungo il cammino, che ad ogni passo insozza di spergiuri la terra da loro calpestata. Il sangue macchia di morte anche la divisa nera del boia anglofono, la polvere imbratta pure i vestiti comuni di chi distrugge la civiltà.

Mideast Iraq Islamic State

Nel giorno, 26 Febbraio 2015, in cui viene svelata l’identità di Jihadi John, vero nome Mohammed Emwazi e taglia sulla testa 10.000.000 di dollari, di professione, curiosamente, tagliatore di teste, il mondo conosce alcuni suoi compagni, corpo sporco della polvere di arenaria e calcare, responsabili della distruzione delle decorazioni dei palazzi di Sennacherib e Assurbanipal. Anch’essi orribili macellai, ma della pietra.
Infatti, proprio in questo giorni l’IS ha messo online un video in cui i suoi miliziani distruggono a colpi di sledgehammer, un enorme martello, diverse statue ospitate nel Museo archeologico di Mosul e dal Parco della cittadella di Ninive, antica capitale assira sui cui resti sorge la moderna città. I reperti, sopravvissuti al tempo per più di duemila anni, cadono ora per mano dell’uomo. Perchè?

La prima risposta è quella dello spettatore: ignoranza.
Falso. I demolitori sono a conoscenza del valore, dir si voglia culturale o economico, sempre inestimabile, di quelle sculture.
La seconda risposta è quella degli attori: la prevenzione del vizio, o in una sola parola, iconoclastia.
Il suono cadenzato della parola, sostantivo di ciclico passaggio nella storia, ha accompagnato gli studi di tutti noi.Tuttavia il suo significato tende a sfuggire ad un ascolto superficiale, come è quello dell’alunno medio della nostra scuola, e così la sua messa in pratica coglie di sorpresa lo spettatore, povero di risposte e giustificazioni davanti a ciò che non conosce. Si tratta del divieto, e conseguente distruzione, di culto di idoli e immagini religiose.
Furono iconoclasti Huldrych Zwingli e Giovanni Calvino, e lo fu Mosè, che bruciò il vitello d’oro e poi ne fece bere la polvere, opportunamente allungata con acqua, agli ebrei accampati sotto il monte Sinai. Certo, loro si limitarono a distruggere gli idoli. Loro le persone volevano salvarle, non ucciderle.
Iconoclasti sono pure i sunniti dell’IS che, fedelissimi a Mamometto e al Corano, non accettano la raffigurazione della divinità, ancore peggio se si stratta di idoli pagani, la cui genesi e il culto sono precedenti alla rivelazione.
Una spiegazione simile tiene conto della dottrina religiosa, è un scusa coerente. Eppure la furia iconoclasta non è certo una priorità dell’Islam tutto – il museo è sempre stato lì, al massimo è stato saccheggiato, ma più dagli espositori europei che dalla comunità locale – e nemmeno degli altri gruppi religiosamente fanatici che all’Islam dicono di ispirarsi. 
Sì, è vero. Al-Qaeda fece saltare in aria i Buddha di Bamiyan, ma lo stesso mullah Omar spiegò che i motivi furono più economici che religiosi. E allora di nuovo. Perché?

La risposta va ricercata all’origine del movimento per la creazione dello Stato Islamico e nella sua lontananza anche dalle organizzazioni a cui spesso è avvicinato. Ad esempio, Al-Qaeda e IS, benchè siano state alleate per circa un decennio, hanno sempre avuto obiettivi ben diversi. Se l’idea Bin Laden era voler difendere di un preteso status quo culturale, e a questo scopo l’Occidente era accusato di volere colonizzare il territorio musulmano, al contrario il presupposto alla base del movimento creato da Al-Zarqawi è la fondazione di uno Stato sunnita, destinato a purificare dall’interno l’intero mondo musulmano affetto da riformismo intestino e caduto nella tentazioni occidentali.
Questo Stato sunnita però esiste più di nome – e di nomi ne ha PARECCHI: ISIS, ISIL, ISI, IS, et cetera et cetera – che di fatto, e cerca legittimazione. L’occupazione territoriale non va di pari passo con l’omologazione sociale e l’IS, come Stato, ha bisogno di cittadini di fatto e non di membri, ossia individui che nel migliore dei casi sono volontari e nel peggiore sono pagati dall’organizzazione. In breve, tutti gli altri, tutti i cittadini di quel pezzo di Iraq ora assoggettato all’IS devono smettere di sentirsi iracheni e diventare cittadini dello Stato Islamico.

L’IS è nel periodo fondante della sua storia, e fa ricorso all’iconoclastia. Calvino aveva appena gettato la sua rete per la pesca di uomini, Mosè era nell’atto di consegnare le tavole della legge al popolo eletto, e fecero ricorso all’iconoclastia. La religione in questi atti è marginale, l’iconoclastia è un fenomeno religioso che si presenta nei momenti in cui la religione è in difficoltà e cerca mezzi non dottrinali per fare presa su possibili nuovi fedeli.
L’iconoclastia è una scusa coerente ma è pur sempre una scusa, per cosa? Per giustificare la cancellazione del patrimonio culturale di una società al fine di indebolirla e costruirne una nuova sulle sue macerie.
Adorno giocava sull’assonanza tra le parole museo e mausoleo. Per quanto gli riguardava la somiglianza nella pronuncia indicava anche una somiglianza funzionale. L’idea, lontana da quella di Marinetti per la quale i musei sono cimiteri in cui l’arte muore, è che i essi siano luoghi della memoria, in cui viene conservata l’identità culturale di una società.
Si può dire che i miliziani assaltino i musei per motivi religiosi, è quello che magari pensano, la realtà però è ben diversa. Dietro alla maschera della fede la loro azione si svolge su un piano precedente, antropologico, in cui dispiegano la loro volontà di potenza rispetto alle società che assoggettano.
Distruggere i musei, espressione della cultura, è sinonimo di danno alla struttura portante della società, che non solo produce cultura ma che se ne nutre e che con essa costruisce l’intelaiatura al cui interno è libera di crescere e prosperare, evolversi e sviluppare nuova cultura, idee e ideologie, pure quelle a lei avverse.

È questo che sta facendo l’IS, sta cercando di affermare la sua esistenza a dispetto di quella di altri. L’IS non sta conquistando lande desolate, ma il territorio di altri Stati. L’IS non vuole colonie, vuole un unico Stato unitario, un’unica società e un’unica cultura e se vuole avere successo deve distruggere sino all’ultimo brandello di società che si pone davanti ai suoi occhi, comprese le millenarie statue di Mosul, simbolo di un’identità culturale che vogliono cancellare.


Per fortuna l’Iraq è lontano dal cedere e ha trovato il modo migliore per controbattere alle azioni dell’IS  a Mosul. Quale? La riapertura del Museo Nazionale di Bagdhad, chiuso da 12 anni, esattamente dall’Aprile del 2003, in seguito al bombardamenti americani.

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AGGIORNAMENTO: Il 6 Marzo 2015 gli uomini dell’ISIS si sono per l’ennesima volta ripetuti assaltando il sito archeologico di Nimrud. Molti reperti erano copie di poco valore – alcune statue erano state trasferite al British Museum, e le pietre prezioni e i pezzi d’oro spostati al Museo di Bagdhad di cui sopra – ma il danno è comune ingente, infatti i miliazini hanno distrutto quanto restava della città antica, radendo al suolo le mura e i resti di un castello. L’UNESCO ha definito il gesto un  “crimine contro l’umanità”.

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