Oltre Holden Caufield: J.D.Salinger

(Questo è il terzo post di una serie. Gli altri articoli, tutti indipendenti tra loro, sono su Agota Kristof, in due parti: qui e qui; e su Glenn Gould)

Bartleby e la sindrome del no: una (lunghissima) introduzione
Nel 1853 uno scrittore americano trentacinquenne con una fama in declino pubblicò in due parti, su una rivista di poco conto, un romanzo breve che trattava la storia di uno scrivano, uno di quei mestieri che veniva giù diritto dagli amanuensi e che oggi non ha più ragion d’essere. Senza un’età definita, un giorno questo tizio si presenta in uno studio legale newyorkese in risposta ad un annuncio che offriva un lavoro da copista. Di questo scrivano non si sa nulla, e nulla si saprà nel corso della storia. Si capisce che è di un’eccentricità silenziosa e indefinita. Quando il suo capo gli chiede di fare qualcosa, qualsiasi cosa, che non sia copiare, lui risponde solo: “Preferirei di no”, e non c’è verso che la faccia. Ogni gesto di questo personaggio pazzesco è chiaramente assurdo, illogico e inspiegabile, ma allo stesso tempo pare all’interno del quadro che pagina dopo pagina va definendosi, del tutto ragionevole, come se non potesse essere altrimenti. Quello che rende i suoi rifiuti del tutto privi di senso, quasi gratuiti, sembra essere qualcosa che manca a noi piuttosto che a lui. Da qualche parte ci sono tutte delle ragioni per le quali lui si rifiuta. La principale, da grande scrittore, l’autore la mette alla fine del romanzo, e c’entra con un ufficio di lettere smarrite in cui questo personaggio aveva lavorato.

La rivista dove questa storia fu pubblicata si chiamava Putnam’s Magazine, una rivista che all’inizio nel Novecento decise che forse non era più il caso di pubblicare. Lo scrittore era Hermann Melville, quello di Moby Dick, un’altra storia pazzesca che però nessuno, allora, aveva riconosciuto come tale, passandola quasi sotto silenzio. Lo scrivano, che diede il nome al libro, aveva il nome di Bartleby.

Melville un buon successo lo fece con dei romanzi pubblicati precedentemente, che trattavano di mare e che adesso nessuno legge più. Scrisse un primo romanzo mentre viaggiava come mozzo di nave, spinto da quella cosa di vedere il mondo e non sapere bene fare nessun mestiere e non volerne imparare davvero nemmeno uno. Nel 1839 prese una nave per Liverpool, visitò Londra e poi ripartì per gli Stati Uniti con la stessa nave, la St. Lawrence, che l’aveva portato in Europa.
Scrisse un altro libro e fece un po’ l’insegnante, poi ricominciò a seguire quell’idea del mare e già qui ci sarebbe parecchio da capire. Soprattutto amava la solitudine che dava il mare, e quella tristezza dei capitani che cercavano sempre cose che non potevano avere, che apparivano ma che poi la tempesta si portava via, come una grande balena bianca o delle risposte definitive a delle domande importanti.
Così Melville prese un’infinità di appunti e di diari, andò alle Hawaii, poi in Sud America e da lì di nuovo a Boston. Convinto di sapere abbastanza di mozzi, capitani, amanti, porti, rum, pirati e balene, si mise a scrivere una storia che davvero chiude dentro di sé tante cose che non basterebbe una vita a capirle tutte.
La storia, si capisce, è Moby Dick. Non fece successo, quasi per nulla. C’è da dire che Melville il successo vero l’aveva fatto, con romanzi che adesso sono introvabili e pressochè sconosciuti. Alla fine non potendosi mantenere come scrittore si mise a fare l’ispettore doganale e lo fece praticamente fino alla morte, al porto di New York. Morì alla fine dell’Ottocento. Finì per essere fu uno scrittore che fece scuola; inaugurò una tradizione e venne letto e venduto (ancora oggi) moltissimo. Qui sì che l’illogico trova tutta un’altra piega: il libro che lo consacrò nell’olimpo fu proprio quel Moby Dick che aveva inaugurato il suo declino.

Questa storia non è quella di Melville, ma è una storia che c’entra molto con quel Bartleby figlio della penna di Melville. Bartleby è uno personaggio che si defila dal vita, che sta ai margini, che non vuole essere disturbato e che non vuole dar conto né del suo passato né del suo futuro. È silenzioso ma non è un’ombra. È un protagonista. È uno dei grandi personaggi della letteratura consegnati alla storia per il loro no. Un no esistenziale e non certo politico, come si potrebbe trovare, per esempio, nel Pereira di Tabucchi o nei romanzi di Camus.

Nel 2000 uno scrittore spagnolo, Enrique Vila-Matas, scrisse un libro (Bartleby e compagnia, Feltrinelli) che stava a metà tra un romanzo e un saggio di aneddoti sugli scrittori. Si inventò una cornice fatta come se fosse un diario e dentro di essa raccontò le storie di tutti quegli scrittori che dopo aver scritto poco o addirittura solo un libro, decisero, come Bartleby, di defilarsi dalla scena.
Si va da Rimbaud, che smise di scrivere alla veneranda età di diciannove anni, all’ossessione che prese Ferdinando Pessoa di proteggersi dietro gli eteronimi (che sono qualcosa di più complesso degli pseudonimi).
Ognuno aveva il suo motivo, coerente con un sistema di cose che è inaccessibile anche al più puntiglioso dei biografi. Tuttavia questi motivi, agli occhi famelici e bulimici del pubblico, sembravano insufficienti e frutto di una spocchia che aveva più a che fare con la fama che con la creatività e il gesto dello scrivere. “Non scrive più perchè ha fatto abbastanza soldi con un libro solo”. Superfluo accennare come i soldi c’entrino molto poco con le storie di questi scrittori. Le motivazioni abitano pieghe decisamente più profonde e meno razionali.
Tutti i Bartleby della letteratura sono monadi; chiusi nel cemento armato delle loro incomprensibili motivazioni sul non-scrivere (o almeno il non-pubblicare), ma sono sicuro che se, come Bartleby, ci si pone nella giusta prospettiva, l’incomprensibile appare giustificato e può arrivare ad essere addirittura coerente con un suo senso logico.

Ho cominciato con Melville, americano, e devo passare attraverso un’altra americana per arrivare ad un terzo scrittore, che è la storia che vorrei raccontare. Nel 1960 Harper Lee pubblicò To Kill a Monkingbird (Il buio oltre la siepe), un libro che fece un successo incredibile e vinse il Pulitzer. Raccontava una storia di razzismo e di vita americana del Sud, Alabama anni Trenta, dal punto di vista di una bambina: Scout Finch, figlia dell’avvocato Atticus reso poi immortale da Gregory Peck nel film (molto bello) di Mulligan del 1962.
Harper Lee dopo questo libro non scrisse più nulla. È di queste settimane la notizia che forse esce un altro libro, una sorta di prequel del suo precedente. Lei è viva ma non è propriamente cosciente, e questo sembra essere piuttosto rilevante nella storia della nuova pubblicazione.
Ma questa infinita introduzione non è ancora finita, perchè la storia che segue non è nemmeno quella di Harper Lee. È molto simile, ma la precede.

Nel 1951, nove anni prima di Harper Lee, uscì negli Stati Uniti un libro con un titolo che come nel caso dell’intraducibile To Kill a Monkingbird ebbe il titolo modificato dall’editoria italiana. In inglese si chiamava The Catcher in the rye. La traduzione letterale sarebbe risultata improbabile: acchiappatore nella segale o qualcosa del genere, quindi fu cambiato. Anche questo libro raccontava una storia dal punto di vista di un ragazzino. Anche in questo caso lo scrittore scrisse pochissimo altro poi sparì nel nulla.

Come nella fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore” è nella naturalezza senza filtri e senza categorie interpretative stereotipate, rigide e preconcette di un bambino che sta la possibilità di vedere e quindi di raccontare una società che certo cambia, ma verso forme che talvolta le sono patologiche e innaturali, distanti dall’uomo ed eccessivamente costruite e ipocrite.
Che il Re è nudo lo dice un bambino, perchè solo lui può dirlo.
Quel ragazzino newyorkese è erede del bambino con l’indice teso di Andersen; Scout Finch è a sua volta erede di quel ragazzo, in un albero genealogico della letteratura che ha molti più esponenti del tre citati.
Quel libro, del 1951, fu edito in Italia con la solita copertina bianca. Minimale, non per moda ma per necessità. Un libro va letto per quel che sta dentro, non per quel che sta fuori, avrebbe detto il suo scrittore.
Il titolo italiano alla fine fu: Il giovane Holden.
Lo scrittore, Jerome David Salinger.

JD Salinger Portrait Session

Fotografie di isolamenti
Nel 1979 Michael McDermott ha vent’anni e fa il fotografo. Il Newsweek gli commissiona un lavoro che nessun fotografo di fama del giornale potrebbe mai fare. Vogliono la foto di un fantasma. Una persona di cui da molti anni si sa poco e niente. L’unica cosa che McDermott sa per certo di questa persona è che ritira la posta in una casella postale del Vermont e che però lui vive nel New Hampshire, appena dopo il confine sul fiume Connecticut. Non si sa dove vive, non si ha un numero di telefono.
McDermott, chiuso in macchina, aspetta davanti all’ufficio postale per delle ore. Fotografa uno che sembra assomigli al suo soggetto, lo segue in macchina ma si accorge che non è lui. Torna indietro e continua ad aspettare. Passano delle ore, lui e il suo obiettivo.
Poi dall’ufficio postale esce un signore di sessant’anni. Molto alto, magro. È il suo uomo. McDermott scatta. La foto è tipica di una spy story o di quei servizi degli investigatori privati alla ricerca di tradimenti. Rubata, da lontano, non perfettamente a fuoco. Solo che quel sessantenne non è né un marito fedifrago né un criminale ricercato. È uno dei più grandi scrittori americani che ha optato per un silenzio ostinato e inflessibile, nel 1979 ormai da tredici anni. Ma c’è molto più di quello, ed è per questo che Newsweek, tra gli altri, lo insegue. Lui non è uno scrittore che non pubblica, è uno scrittore che è sparito nella solitudine di un Nord senza attrattive (il poco attraente New Hampshire), che esce raramente di casa, che non concede interviste, che non si fa fotografare.
I critici vogliono un perchè. Il pubblico vuole un perchè. Tutti cercano il nodo che incastra il normale corso del sogno americano. Questo scrittore invece al successo e alla visibilità pubblica dice no (Bartleby), si ritrae come se ne fosse spaventato e insofferente. È un incomprensibile meccanismo inceppato di una macchina perfettamente oliata.

SALINGER 2

Una vita e una guerra
Jerome David Salinger all’epoca di quella foto ha sessant’anni. Nato il primo giorno del 1919 da genitori americani immigrati. Impero russo (odierna Lituania) il padre; di origini scozzesi e tedesche la madre. Il padre dopo aver diretto un teatro a Chigago si mette ad importare carne e latte dall’Europa e questo lo fa ricco nella terra delle possibilità. In una casa a Park Avenue, Salinger cresce nella agiatezza borghese della sfavillante New York post depressione.
Nel corso degli anni quaranta si iscrive a diversi corsi universitari senza portarli a termine; nel 1939 finisce il corso serale di scrittura della Columbia University (NY), dopo essere stato a Vienna e aver lavorato su una nave da crociera.
Scrive racconti, ha un talento cucito per l’immediatezza delle riviste. Viene pubblicato regolarmente, con discreto successo, senza però arrivare mai alla punta dell’iceberg che l’avrebbe fatto scrittore. Negli anni trenta non eri un vero scrittore se non avevi mai pubblicato per il New Yorker.
Salinger manda racconti che sono costantemente rifiutati, con garbo e complimenti, ma tant’è.
Nel frattempo si innamora di Oona O’Neill, figlia del Nobel Eugene O’Neill. La loro relazione dura quasi un anno, poi lei cede al fascino di Charlie Chaplin che sposa immediatamente mollando il talento precario di uno scrittore con tanta voglia e pochi riconoscimenti.
Siamo all’inizio degli anni Quaranta, in Europa c’è la guerra e l’America sta alla finestra.

La fine del 1942 è un momento cruciale. Salinger si arruola, e conoscendo le lingue, in particolare il tedesco, viene assegnato al controspionaggio. Nel frattempo viene finalmente accettato un suo racconto al New Yorker. Ma la guerra è una falciatrice e la pubblicazione è sospesa. Al New Yorker non sembra opportuno pubblicare in tempo di guerra un racconto che ha per protagonista un ragazzino. Infatti, nel 1942, nasce, se così si può dire, Holden Caufield.

La guerra ha in Salinger un valore analogo a quello che ha in Hemingway. Lo scarto sta tutto nel fatto che da una parte (Hemingway) ci sono romanzi e scritti a cui appellarsi. Dall’altra non c’è nulla, moltissimi inediti, si pensa, ma nulla di citabile in mano. Le molte biografie di Salinger sono tutte dettagliatissime e molto spesso contraddittorie. Di sicuro c’è il fatto che Salinger combattè con il Dodicesimo Reggimento Fanteria con cui sbarcò a Utah Beach il 6 giugno 1944, durante il D-Day, lo sbarco alleato in Normadia. Due delle ultime biografie di Salinger si concentrano molto su questo aspetto della guerra (Salinger, la guerra privata di uno scrittore, di S.Salerno e D.Shields e Salinger: A life di K.Slawenski). Tutto si basa su fonti secondarie: lettere e testimonianze. Quel che sembra certo è che soffrì di quello che oggi viene definito disturbo post-traumatico da stress, dato soprattutto dall’esperienza dello sbarco (che fu una carneficina in i soldati dovettero superare 200 metri di spiaggia esposti al fuoco tedesco, che voleva dire superare centinaia di cadaveri senza potersi fermare) e dall’esperienza di liberazione dei campi di concentramento. Salinger appartenne a uno dei reggimenti che per primo si trovò ad entrare a Dachau. Di quell’esperienza disse che l’odore di carne bruciata arrivava talmente in profondità che era impossibile dimenticarsene, non importa quanto ancora a lungo una persona potesse vivere.
Dopo un breve matrimonio con una tedesca contratto più per esuberanza che per amore, Salinger torna nella sua New York. Come avrà modo di far dire a Holden, tutto è uguale, ma è lui, dentro, ad essere cambiato tanto da fargli male.

Salinger riuscì, dopo la guerra, a pubblicare finalmente per il New Yorker. Lo fece nel 1948 con uno dei suoi racconti più famosi: “Un giorno ideale per i pescibanana.” Ne pubblicò altri, di racconti. Nel 1953 vennero raccolti in volume nei Nove Racconti. Uno di questi racconti, il primo che venne accettato dal New Yorker ma poi non pubblicato per via dello scoppio della guerra, aveva tratteggiato per primo il ragazzino Holden Caufield. Ma quella di Holden doveva diventare una storia. E lo diventò due anni prima del 1953.

Holden Caufield e in suo nome
The Catcher in the rye fu pubblicato nel 1951. La trama del Giovane Holden è praticamente inesistente. Non succede nulla. Holden ha sedici anni e viene espulso dalla scuola. Ha paura di dirlo ai suoi genitori e per questo decide di abbandonare la scuola un giorno prima. Passa una giornata a New York bighellonando in giro senza nemmeno sapere bene dove andare. Fa degli incontri e gli passano un sacco di cose in testa, e questo è tutto ciò che Salinger scrive. Holden non vuole scoprire niente, vuole solo posticipare il più possibile il momento in cui si troverà di fronte a suo padre. Ma in tutto questo ha nel suo raccontare un modo di guardare al mondo che è unico e assolutamente particolare. Holden sta alla quarta fila delle cose. Guarda sempre dietro; ha come un filtro che cancella tutte le evidenze: la prima, la seconda, la terza fila. Lui vede direttamente la quarta e la quinta, vede esclusivamente tutto quello che la gente smette di chiedersi. Ha una sensibilità eccessiva e dolorosa per ciò che sta dietro, come se solo laggiù dimorasse un qualche segreto sulle cose stesse, o una forma di verità.
La grandezza di Salinger sta proprio nella leggerezza a cui destina Holden. Più le cose sono serie più lui usava la leggerezza come metodo; in quel modo, va da sé, arrivava alle cuore dei problemi con lo stesso garbo spiazzante delle fiabe di Andersen.

Holden fece un successo imprevisto e impensato. Salinger divenne famosissimo e ricercato nei salotti buoni dell’Upper East Side: una bufera di notorietà a cui lui non aveva strumenti per proteggersi e a cui risponderà con un sempre crescente isolamento.
Sembra inscritto nel giovane Holden che l’ordine delle cose può essere ristabilito solo attraverso una fuga e un rifiuto di tutto quello che New York rappresenta. Holden non ha la forza dei ragazzini di McCarthy, che ristabiliscono l’ordine con la ferocia di un senso di giustizia implacabile fatto dalla polvere messicana, dai lupi e dallo spagnolo masticato sotto i baffi e i sigari. Holden sputa addosso a tutta l’ipocrisia chiuso però in un solipsismo praticamente assoluto. Non arriva mai alle altre persone, non vuole mai cambiare niente. Hoden non è uno che resiste. È solo una voce lamentosa. Accumula una distanza che non può che portarlo lontano. E Salinger con il suo personaggio.

In questo sta una piega triste della letteratura. L’8 dicembre 1980 sparano davanti al Dakota, nella 72nd di New York. Muore John Lennon, ucciso da Mark D. Chupman. L’omicida ha con sé il Giovane Holden di Salinger. Interrogato dalla polizia dirà che viveva dentro quel romanzo. La forma di malinconia che ha Holden verso la società diventa una giustificazione per chi decide di agire nel mondo reale. Chupman aveva letto un articolo di Esquire che dipingeva Lennon come un venduto, un ipocrita. Per Chupman era abbastanza e in nome di Holden gli sparò. Alla pubblica udienza, quando venne condannato, lesse un pezzo del romanzo. Dove Holden si era fermato, alla voce, alla parola, alla constatazione, Chupman compensa con il fatto, con la prassi, con l’azione diretta contro il simbolo – arbitrario – dell’ipocrisia.

Succederà altre due volte negli anni successivi che qualcuno sparò appellandosi a Holden. Una prima volta appena un anno dopo l’omicidio di Lennon, nel 1981, nell’attentato di John Hinckley jr. al presidente Reagan fuori dall’Hilton Hotel (Reagan sopravvisse).
La seconda volta nel 1989. Rebecca Schaeffer, un’attrice, fu uccisa dopo aver ritirato il copione de Il padrino parte III. John R. Bardo, ossessionato da lei, le sparò. Tra le prove raccolte a casa di Bardo ci fu anche una copia di Holden pasticciata, sottolineata e annotata.

La distanza, la fuga e il nord
Salinger venne a conoscenza di tutto questo. Leggeva i giornali; scriveva molte lettere. Ma dal 1953 viveva lontanissimo dalla vita pubblica, in una piccola cittadina di nome Cornish, vicino al fiume che fa da confine tra in New Hampshire e il Vermont.
Qualche viaggio a New York, all’inizio. Poi sempre meno. Per mezzo secolo rimase chiuso lassù. Per questo Salinger è una figura imprescindibile a qualunque approssimazione della storia dell’arte di dire no. Dopo un successo clamoroso e rincorso, visse una fuga e un isolamento che non trovava apparenti ragioni.

Ha pubblicato quattro cose importanti, alla fine. Nelle librerie si trovano più libri su di lui che libri scritti da lui. Due delle ex mogli e una figlia scrissero delle autobiografie che vivevano solo del fatto di essere imparentati con Salinger e vendettero anche bene. Scritto da Salinger c’è qualcosa d’altro, ma si tratta di scritti minori praticamente introvabili.

I quattro libri sono Il giovane Holden (1951), Nove racconti (1953), Franny e Zoey (1961) e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione. (1963).

Poi un silenzio decennale che è durato mezzo secolo. Ma nella sua casa di Cornish, New Hampshire, Salinger non ha mai smesso di scrivere. Ha continuato imperterrito in una forma di narrazione come cura al sopravviversi, chiuso in una casetta in legno in mezzo ai boschi a pochi metri dalla sua residenza. Nonostante casa sua fosse già abbastanza isolata, lui si costruì un luogo monacale e ancora più isolato. Si chiudeva in questa baita e scriveva in maniera ossessiva, tanto che divorzierà da sua moglie proprio per questo e si imbarcherà in storie con studentesse appena oltre l’età legale, come quella con la diciottenne Joyce Maynard, una scrittrice con una breve fama sul New York Times Magazine datale da un articolo di prima pagina. Proprio in risposta a quell’articolo Salinger spedirà una lettera che darà inizio ad una corrispondenza prima e ad una relazione poi.

Salinger era malato della sindrome letteraria di Bartleby. Ad una scrittrice che andò a Cornish per vederlo disse che ogni scrittore aveva i suoi motivi per scrivere, ma pubblicare era una delle cose peggiori che una persona potesse fare.

Nel 2008 fondò una società a suo nome e trasferì ad essa tutti i diritti d’autore sulle sue opere pubblicate e postume. Sua figlia, in una autobiografia, scrive come la catalogazione degli scritti di suo padre era organizzata secondo bollini colorati applicati ai manoscritti in due categorie: quelli pronti, segnati di rosso ad indicare “pronto per la pubblicazione dopo la morte”, e quelli segnati di verde, a significare che avevano bisogno di una revisione.

Il controverso Salinger morì a 91 anni, nel 2010. La fondazione da lui costituita, in linea con quando da sempre sostenuto da Salinger, impedì un nuovo tentativo di fare un film su Holden. Allo stesso tempo impostò un segretissimo piano di pubblicazione editoriale degli inediti.
Secondo Shields e Salerno, autori dell’ultima monumentale biografia sull’autore (ISBN edizioni), in accordo con diverse fonti sarebbero cinque i libri pronti per essere pubblicati entro il 2020.
Due libri sul periodo della guerra, che dovrebbero chiamarsi “Diario di un agente del controspionaggio” e “Una storia d’amore della seconda guerra mondiale”, che dovrebbe raccontare della sua storia d’amore con la tedesca Sylvie che sposò e che poi lo lasciò per nostalgia dell’Europa.
Ci sarebbe poi un manuale religioso Vedanta, filosofia religiosa a cui Salinger si avvicinò, curioso verso vari tipi di correnti teologiche orientali e animiste.
Un grande libro sulla famiglia Glass e i suoi personaggi, che dovrebbe chiamarsi “La cronistoria completa della famiglia Glass”.
In quinto libro, quello più misterioso e più significativo.

Oltre Holden Caufield
La più grande eredità di Salinger, come qualunque altro scrittore, sta nelle righe che appartengono a tutti tranne che a lui. Salinger ha lasciato quell’indimenticabile personaggio che è Holden. Una vista lontana e sbilanciata, dalla quarta fila, con una irreparabile, genuina e ingenua consapevolezza da bambini di avere quella rivoluzionaria possibilità non di dire che il re è nudo, ma semplicemente di rendersene conto. Holden è un monito a rimanere con i piedi nella palude dei perchè. Chiedersi i motivi per cui le cose che sono così sono esattamente così. Holden è il perchè reiterato all’infinito, dei bambini, ma anche della filosofia che non vuole fermarsi al dogma.

Ecco chi era Salinger. Era una persona che aveva provato per tutta la vita ad andare oltre Holden Caufield, cioè oltre se stesso, senza mai riuscirci.
L’ultimo libro che dovrebbe essere pubblicato, e anche quello più incerto dei cinque, si chiama proprio così: Oltre Holden Caufield.
Chissà se ce l’ha mai fatta, a scriverlo.

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