Eternit: l’eterna lotta tra giustizia e diritto

3 giugno 2013, Torino, Processo Eternit: “In nome del popolo italiano, il Tribunale dichiara l’imputato Stephan Schmidheiny colpevole di disastro ambientale doloso permanente.”
19 novembre 2014, Roma, Sentenza di Cassazione: “ In nome del popolo italiano, il Tribunale dichiara il reato prescritto.”
23 febbraio 2015, Roma, Motivazioni della Cassazione del precedente verdetto di prescrizione: “Per effetto della constatazione della prescrizione del reato, intervenuta anteriormente alla sentenza di primo grado cadono tutte le questioni sostanziali concernenti gli interessi civili e il risarcimento dei danni.”

Queste le fasi più recenti del “maxi-processo Eternit”, tutto italiano, la più grande causa mai promossa nel mondo per danni provocati dall’amianto: riguarda la morte di circa duemila persone. Eternit come “eternità” per la sua resistenza nel tempo, un materiale la cui nascita si lega alla prima Rivoluzione Industriale e che arriva stabilmente in Italia con la fondazione dell’azienda omonima di Casale Monferrato nel 1907 e le successive filiali.
Eternit come “eternità” per la sua permanenza nel tempo, nei danni che porta con sé e sulle pagine dei quotidiani.
Tentativo dell’articolo è ripercorrere la storia di questo caso per cercare di mettere in ordine i passaggi che hanno portato alla diffusa sensazione di giustizia mancata che si tocca con mano in queste giornate.Eternit-processo

La prima causa civile contro la Eternit data 1981: per la prima volta venne accertata la pericolosità degli ambienti dello stabilimento casalese. Nel corso degli anni ’80 si susseguirono quindi proteste e manifestazioni per la chiusura dell’azienda, che si verificò nel 1986. Un abbandono più che una chiusura.
Fino all’arrivo della legge del 1992 che bandì in modo definitivo l’uso dell’amianto. Da qui in poi partirono le opere di bonifica dei siti pubblici e privati contaminati (il materiale infatti era stato usato ampiamente anche per scuole e ospedali) che portarono all’abbattimento e sarcofagazione dello stabilimento di Casale Monferrato nel 2005: lo stabilimento era il più grande d’Europa.
Bloccata l’azienda, non si possono però bloccare quelle polveri letali che, soprattutto negli anni che vanno dalla chiusura all’abbattimento, si diffondono ad ogni folata di vento dalle finestre dei reparti pieni di amianto lasciati a sé stessi in condizioni pessime. Solo nell’area circostante a Casale nei due anni tra il 2009 e il 2011 si registrano 120 nuovi casi di malattia: mesotelioma pleurico, il tumore da amianto.
Nel febbraio del 2012 arriva la condanna a 16 anni in primo grado per i proprietari della multinazionale Eternit: l’imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis de Cartier de Marchienne. I giudici li ritengono colpevoli di disastro doloso con conseguenze su privati cittadini solo per le condizioni degli stabilimenti del Monferrato e di Cavagnolo. Prescritto invece il reato per le filiali emiliane e per quella di Bagnoli (Napoli).
In questa occasione vengono assegnati all’Inail, Istituto Nazionale Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, 15 milioni di euro: fino ad ora non ancora ricevuti.
Ma c’è una svolta imprevista nella primavera del 2013: il barone belga muore a meno di due settimane dalla giornata in cui la Corte d’Appello di Torino avrebbe dovuto decidere se dichiararlo colpevole o meno di disastro doloso (quando si dice il tempismo). La morte di De Cartier mette ancora più a rischio i risarcimenti per le parti civili.
Schmidheiny resta l’unico imputato e nel giugno 2013 la pena sale da 16 a 18 anni. Gli indennizzi previsti superano nel frattempo gli 89 milioni di euro dal momento che rientrano nel processo a questa data anche i danni provocati dagli stabilimenti in Emilia e Campania.
Alla fine, nel luglio dello scorso anno si chiude l’“Inchiesta Eternit bis”: questa volta si parla di accusa di omicidio volontario per il decesso di 213 persone tra i lavoratori dei quattro siti italiani e i residenti di quelle località. Si ritiene che “per mero fine di lucro” la Eternit avesse deciso di proseguire l’attività nonostante l’alto grado di insicurezza delle fabbriche.eternit-sentenza-510
Colpo di scena inaspettato. La prescrizione dello scorso novembre: una spugna che cancella di colpo la responsabilità per gli oltre duemila morti totali.
La prescrizione non risponde a esigenze di giustizia ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte e il giudice deve sempre scegliere il diritto”: è la frase da brividi del Procuratore Generale Iacoviello secondo il quale il reato è cessato quando Eternit ha smesso di inquinare, ossia alla chiusura della fabbrica. Peccato solo che il mesotelioma pleurico abbia un tempo di latenza di circa 30 anni tra quando la fibra si deposita nel polmone e lo sviluppo del tumore! Stando alla scienza quindi il disastro è ancora in corso e anzi il picco delle morti è previsto per il 2020-2030, e stiamo parlando di avanzate ricerche mediche portate avanti con il supporto dell’Afeva, Associazioni Familiari Vittime Amianto
Pochi giorni fa l’ultima novità. Definito del tutto inutile il primo processo torinese, nato morto per un cavillo di impostazione. Nelle motivazioni di prescrizione depositate lunedì dalla Cassazione si dice che l’imputato avrebbe dovuto essere accusato di lesioni e omicidio anziché di disastro ambientale perché secondo la legge italiana non è ancora giuridicamente possibile prevedere la permanenza nel tempo di un reato che causi morte a distanza di anni. Una strage immediata da noi vince quindi per possibilità di giudizio su una strage latente: ma non si tratta in ogni caso di strage? Sarebbe stata pertanto confusa (nelle fasi precedenti) la permanenza del reato con quella degli effetti ulteriori. Ma le morti e le malattie non fanno forse parte del reato stesso? Il disastro in realtà è ancora in corso. Frivolezze giuridiche, dovute a una legge ancora oscura in merito ai reati ambientali a cui si spera venga posto rimedio quanto prima.

E’ andata che il reato è stato considerato già prescritto prima ancora del primo processo perché conclusosi con la “chiusura” dell’azienda. E’ andata che di conseguenza, stando a questa interpretazione, crollano pure le questioni riguardo agli interessi della parte civile e ai risarcimenti dovuti. L’unica via giuridica possibile per ottenere giustizia per le famiglie delle vittime sembra per ora quella di trasformare l’etichetta di “disastro ambientale” in “omicidio colposo”, reato per cui dovrebbe essere più semplice ottenere una pena. E questa è la strada che intende seguire il pm Guariniello di Torino nei prossimi mesi.
In sostanza, oltre al danno la beffa.20141119_eternit001

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