Odiare a vanvera. Quello che Salvini non dice.

Il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini in relativamente poco tempo ha portato un partito semi-disastrato dagli scandali e orfano del caro leader Umberto Bossi a fasti dimenticati, stravolgendo la linea del partito e avvalendosi di qualcosa che i vecchi leghisti non avevano: i social networks.

Salvini non è certo un grande oratore o un brillante comunicatore. Basti pensare che di fronte ad una platea abruzzese, qualche settimana fa, ha usato un paio di volte il verbo “ciulare”, lasciando basita buona parte dei presenti, non proprio grandi masticatori di milanese, o che nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica, annunciando insieme a Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia l’intenzione di votare per Vittorio Feltri, ha lamentato il mancato funzionamento dei microfoni della sala stampa in un pittoresco miscuglio di italiano e dialetto. Gli viene meglio sintetizzare in poche righe, possibilmente senza contraddittorio.

Diciamo che Salvini, avrebbe avuto molta più difficoltà ad acquistare la popolarità di cui gode adesso, fino a qualche anno fa. I motivi sono piuttosto semplici: non c’erano la feroce crisi economica e il relativo malcontento, terra fertile per le sue argomentazioni, e non c’erano Facebook e Twitter, veicoli facile da condurre ed in grado di raggiungere anche coloro che per ignoranza non sono avvezzi alla lettura e a filtrare, verificare, riflettere. Poche parole, qualche foto e tanti numeri a vanvera.

Il politico milanese è tante cose, ma certamente non è uno stupido. Ha eliminato dalla propaganda leghista quell’insofferenza per qualunque cosa provenga da sud di Bologna e s’è inventato un bel logo, senza verde e senza la parola “nord”. Il nuovo numero uno del Carroccio si strugge perfino per i due marò, Latorre e Girone, che proprio lombardo-veneti non sono. Ogni tanto ci ricasca: nella conferenza stampa di cui sopra, ad esempio, ha detto che “a Roma non funziona mai niente”, ma poco importa, perché pare che la trasformazione da nordista a nazionalista abbia funzionato, visto che qualche voto se lo sta guadagnando anche nel meridione, dove alcuni elettori si sono dimenticati di quando Salvini e i suoi sodali in camicia verde inneggiavano a secessioni padane e vedevano nei “terroni” il difetto di fabbricazione che rallentava la marcia della locomotiva nordista. Accantonata la storica nemesi, a Salvini restavano solo due nemici: gli immigrati e l’Unione Europea (con relativa moneta).
Ridotti all’osso dal Matteo Federale, questi temi sono divenuti la spina dorsale del messaggio leghista, che si può ora sintetizzare così: l’Europa ci rende poveri e quel poco che abbiamo ce lo rubano gli immigrati.

A questo punto, lavorate le frecce, a Salvini servono archi. L’esempio lo offrono quell’altro Matteo della politica nazionale, altro grande fan dello slogan semplice (e semplicistico) a diffusione capillare ed il Movimento 5 Stelle, che nella rete ha le sue fondamenta. La passione di Salvini per Twitter e Facebook esplode, con decine di post giornalieri, botta e risposta con gli utenti, foto, e hashtag d’ogni sorta.

Ad oggi, 24 febbraio 2015, Salvini Matteo da Milano ha raccattato su e giù per la penisola ben 668.587 “mi piace” alla sua pagina Facebook e 120.000 followers su Twitter, che non sono per nulla pochi. Dai loro PC e smartphone tutte queste persone possono leggere ciò che Salvini vuol raccontare, ma essendo che le fonti scarseggiano e che su Facebook i commenti che non piacciono spariscono in fretta (non quelli inneggianti a Mussolini, Hitler, forni e altre cose che Salvini ufficialmente ripudia), è molto difficile che l’elettore medio di Salvini venga a sapere un po’ di cose. Che l’abile comandante si guarda bene dal dire.

A Salvini piacciono i numeri. Li adora. In televisione è sempre munito di qualche foglio di carta con numeri estrapolati appositamente dal loro contesto che vengono sparati a raffica per impressionare gli spettatori, mentre i suoi post sono spesso farciti di cifrone alla rinfusa.

Online, il suo cavallo di battaglia sono gli immigrati e quel numero magico che al suo elettorato fa tanta impressione: 34. Trentaquattro euro è quello che la Repubblica Italiana, dice Salvini, spende ogni giorno per mantenere gli extracomunitari che arrivano sul territorio nazionale. “Mille euro al mese per ognuno di loro”, strilla indignato il segretario, dimentico però di inserire qualche numero in più, che faccia capire, oltre a quanto ci costano, quanta ricchezza creino una volta arrivati.

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3.5 milioni è, ad esempio, un numero che sugli account di Salvini compare raramente, perché è il numero dei contribuenti nati all’estero, che secondo la Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini “hanno dichiarato nel 2012 redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta”. Oppure qualche cifra che indichi quanti sono effettivamente, questi immigrati. Al termine dell’anno 2013 erano 4.992.085 da 196 paesi, che sono laureati nel 10,3% dei casi e che mandano nelle scuole italiane oltre 800.000 alunni (9% del totale) e che continueranno ad aprire aziende, a lavorare e a creare ricchezza, come ci ricorda il rapporto del Centro Studio e Ricerche IDOS.

Dalla propaganda leghista è sparito anche un altro classico, cioè che “gli immigrati ci rubano il lavoro”, perché la nuova paranoia è che gli immigrati ci rubino l’assistenza, quello che il nostro stato ci deve. “Li manteniamo senza avere niente in cambio” è una frase che riassume bene il concetto che Salvini vuole esprimere. Ma l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) ci dice che i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, con un gettito contributivo stimato di 8,9 miliardi. Sommando gettito fiscale e contributivo, la quantità di denaro versato alle casse dell’Inps dagli stranieri è di circa 16,6 miliardi. Quindi a quanto pare le pensioni degli anziani italiani la pagano anche loro e di pensioni non ne ricevono, perché la loro età media è 31.1 anni (44.2 per gli italiani), come anche loro contribuiscono al bilancio della sanità italiana, cui circa l’80% della spesa è assorbita da cittadini con più di 65 anni, tra cui la quantità di stranieri è bassissima.

E quei 34 euro a testa che spendiamo tutti i giorni? Tralasciando il fatto che sono soldi spesi per salvare vite umane e per aiutare persone ad inserirsi in una società in cui cercano rifugio, il rapporto della Fondazione Moressa e Stuppini ci racconta anche che “si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro”. Risultato: confrontando entrate e uscite, “emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi”.

Non possiamo sapere se Matteo Salvini questi numeri li conosca o no, ma possiamo dare per certo che la sua campagna di xenofobia avrebbe assai pochi risultati se proponesse lo scenario così com’è nella realtà. Il problema è che le mezze verità del leader leghista hanno successo, perché sono fondate sulla paura e sulla mancanza d’istruzione e di curiosità per l’indagine, che nel paese (non solo in questo, per carità) sono purtroppo molto diffuse e che richiedono un lungo lavoro per essere arginate e debellate.

I numeri sull’immigrazione, quelli veri, meritano di essere conosciuti e diffusi. Essi rappresentano una fortissima arma per impedire che la propaganda facile di Matteo Salvini ci privi di quel grande tesoro che poco a poco, ci arriva da quei barconi.

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6 pensieri su “Odiare a vanvera. Quello che Salvini non dice.

  1. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere. Il pil è in calo da anni, il numero di italiani sostanzialmente invariato e tu gioisci per il fatto che 44 e rotti miliardi sono prodotti dagli stranieri? Non ti sorge il dubbio che sia esattamente la cifra che manca dalle tasche degli italiani.

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  2. Il problema, caro Gennaro, è che noi italiani da soli non li produrremo mai, quei 44 e rotti miliardi. Perché abbiamo da tempo rinunciato a prepararci per competere e perché abbiamo sostituito la cultura del diritto (che implica conoscenza e capacità di interloquire e di batterci) con quella della conoscenza o del rango familiare. Se invece di contrastare queste persone, le valorizzassimo sfruttando la loro preparazione e la loro capacità di affermarsi (quanti di noi sopravviverebbero all’inferno medio che hanno affrontato pur di arrivare qua? Io, lei, i nostri viziatissimi figli? Suvvia!) rendendoli italiani e pretendendo da loro il rispetto dei doveri previsti nelle nostre leggi e dando loro tutti i diritti, potremmo aspirare ad un aumento di PIL immediato, mentre noi, riformando seriamente la scuola e la ricerca e bloccando la nuova emigrazione giovanile che ci deturpa, cercheremmo di riguadagnare tutto il tempo perduto. Magari imparando a convivere e a valorizzare le diversità non solo a parole, che ci farebbe tanto tanto bene.

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  3. Sono d’accordo nell’analisi della strategia politica “vincente” di Salvini grazie ai social e in virtù delle paure e dell’ignoranza diffuse. Nel contempo, anche alla luce dei recenti esiti elettorali in Francia, mi permetto di aggiungere che una consistente fetta del consenso nasce dalla mancanza di un’alternativa politica radicata sul territorio altrettanto attenta ai bisogni e alle preoccupazioni dei cittadini. Un abisso separa la politica – quella di governo in primis – dalla reale condizione culturale, sociale, economica delle persone normali, per non parlare degli esclusi, di chi vive in stato di analfabetismo funzionale, di coloro che non hanno strumenti o voce per difendere diritti e servizi sempre più retaggio di pochi. La lega salviniana fa leva sulla pancia dell’elettorato… vero… ma è una pancia a digiuno di valori e di interlocutori motivati e onesti.

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