L’impero mancato. I giornali alla guerra di Libia

Parlando del caos che sta travolgendo la Libia ormai dal 2011, quando a seguito della Primavera araba crollò il regime del colonnello Mu’ammar Gheddafi, il Ministro degli Affari Esteri italiano Paolo Gentiloni, venerdì 13 febbraio, ha detto che “l’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale”. Che praticamente vuol dire che, in caso di risoluzione dell’Onu che autorizzi un intervento militare esterno, noialtri saremmo pronti a dar man forte o addirittura a guidare un’eventuale coalizione, come ha detto il Ministro della Difesa Roberta Pinotti domenica 15.

Combattere in Libia, dunque. Ancora. Sarebbe la quarta volta nella storia in cui l’Italia mette mano negli affari libici manu militari. Quattro interventi, tutti diversi tra loro, con capi differenti sui vari schieramenti, in periodi storici molto diversi, con finali e finalità differenti. La Guerraitalo-turca, la “Riconquista della Libia” in epoca fascista e di recente l’Operazione Odissey Dawn del 2011, quando assieme alla Nato bombardammo i lealisti, in appoggio ai ribelli che volevano separarsi di quel Gheddafi che pure era stato nostro grande amico politico.
La Guerra italo-turca, detta anche “Guerra di Libia” è stata apripista di questi conflitti ed un punto di svolta per il nostro paese. La prima in cui impiegammo aeroplani, la prima in cui usammo automobili, oltre che quella in cui, a detta di molti, creammo la base su cui si venne a creare i nazionalismo balcanico novecentesco. Fu, per l’Italia, la prima guerra in cui i giornali ebbero un ruolo fondamentale.

Iniziata il 28 settembre 1911 e finita il 18 ottobre del 1912, lascerà sul campo i cadaveri di oltre 17.000 soldati, circa 14.000 militari dell’Impero Ottomano e 3.431 italiani (più della metà morti per malattia).
La storia degli attacchi militari italiani in terra libica comincia a cavallo tra il XIX e il XX secolo. A partire dalla caduta di Francesco Crispi, nel 1896, l’Italia ha cambiato radicalmente direzione in materia di politica estera. Nel 1895, ancora con il siciliano al potere e poi nel 1897 vengono elaborati due piani per prendere la Libia, mai attuati, perché la situazione diplomatica europea è assai confusa. La Triplice Alleanza ha i suoi alti e bassi e Francia e Regno Unito si litigano i territori del nord Africa, dove hanno a che fare con l’Impero Ottomano, che è padrone della Libia. I rapporti coi francesi migliorano e la “guerra doganale” tra i due paesi finisce nel 1898, dopo dieci anni dal suo inizio. Nel 1902 segue un accordo con cui le potenze del vecchio continente si spartiscono le aree del nord Africa, dividendole in “sfere d’influenza”. Ai francesi via libera per accaparrarsi il Marocco, agli italiani il diritto di priorità sulla Libia.
L’accordo italo-francese non piace per nulla all’Impero tedesco, che per tutta risposta aiuta l’Austria-Ungheria ad annettere unilateralmente la Bosnia-Erzegovina, nel 1908. E questo, di contro, non piace per nulla al Regno d’Italia perché la presa della Bosnia rende pacifico che gli italiani, nella Triplice, hanno un ruolo minoritario. Inizia a montare un forte malcontento, si parla di “riscossa nazionale”, ossia un grosso calderone di reclamazioni e ambizioni, si parla di Trentino, di Venezia-Giulia e tanto, tanto, anche di Libia.

Al 1910 l’opinione pubblica è spaccata. Nasce l’Associazione Nazionalista Italiana e dalle colonne del periodico romano “L’idea nazionale” Enrico Corradini lancia martellanti slogan nazionalisti. Corradini è il più assiduo e altisonante, ma non è solo: se i quotidiani del nord come il “Corriere della Sera”, “la Stampa” e “Il Secolo” sono scettici (apertamente critico è ovviamente, il giornale socialista “Avanti!”), i fogli del centro e del mezzogiorno, “La Tribuna” e “Il Mattino” scrivono con toni apertamente favorevoli alla guerra, auspicano una gloriosa politica coloniale del Regno e quando vengono accontentati vedono le loro vendite schizzare in alto, come nel caso de “La Tribuna”, dove si toccano le 160.000 copie, record del giornale romano.

L’enorme successo che il “mal d’Africa” riscuote in termini di vendite convince anche altri quotidiani a farne un cardine delle loro pubblicazioni. “Il Secolo XIX”, “La Stampa”, il “Giornale di Sicilia”, la “Gazzetta di Venezia” e il bolognese “Resto del Carlino” magnificano la terra promessa oltre il Mediterraneo. Il più acceso sostenitore delle presunte enormi ricchezze libiche è Giuseppe Bevione, giornalista torinese, che dalle colonne de “La Stampa” si spinge addirittura ad asserire che la conquista della Libia avrebbe procurato al governo di Giolitti (che nel quotidiano torinese ha la più vigorosa spalla mediatica) le risorse per risolvere la questione meridionale. Il 21 agosto del 1911 pubblica un articolo, intitolato “La volontà di agire”, in cui parla della Libia come “la Terra Promessa, che dobbiamo conquistare prosperando, o perdere spargendoci pel mondo a servire e soffrire”. Bevione non è un ingenuo sognatore, ma un navigato giornalista e soprattutto un candidato al Parlamento, e decide di guadagnar consensi diventando leader delle voci favorevoli alla guerra. Riuscirà ad essere eletto tre anni dopo, imponendosi di misura (67 voti) in un collegio a forte connotazione operaia, superando l’avversario socialista. Il suo interventismo continuerà anche prima e durante la Grande Guerra, attenuandosi solo dopo Caporetto.

A poco serve che il neonato quotidiano di Gaetano Salvemini, “L’Unità”, si schieri a spada tratta contro il conflitto, perché i contrari rimangono una minoranza, quasi silenziata dalla comparsa del più autorevole quotidiano italiano tra le fila interventiste. Per Salvemini la Libia è “uno scatolone di sabbia”.
“Il Corriere della Sera”, negli anni della Guerra italo-turca è diretto da Luigi Albertini, mostro sacro della storia dell’editoria italiana e uomo dal grande fiuto per il successo. Quando le intenzioni di Giolitti, che ormai parla della guerra come una “fatalità storica”, si palesano, l’abile Albertini entra nel coro e diventa subito la voce più alta, perché ha dalla sua una squadra di “giornalisti-scrittori”, penne forbite e talentuose che l’amministratore Eugenio Barzan ha saputo abilmente mettere insieme.
Ormai è chiaro che la guerra si farà, la vogliono tutti, pare. La Chiesa la vuole, tanto che i suoi vescovi benediranno i soldati in partenza per il fronte. Persino il premio Nobel per la Pace del 1907 Ernesto Teodoro Moneta è incredibilmente favorevole, così come Giovanni Pascoli, che in un teatro in provincia di Lucca pronuncia la famosa frase “la grande proletaria s’è mossa”; o come Arturo Labriola, socialista meridionale che vedeva nella guerra una possibilità per permettere al suo Mezzogiorno di svilupparsi.
Con le voci di dissenso di Pietro Nenni e dei suoi Repubblicani e di Amedeo Bordiga, si schiera Benito Mussolini, che per la sua ostilità al conflitto finirà addirittura in galera, a Bologna, il 14 ottobre. Paradossale, col senno di poi.
La Crisi di Agadir tra francesi, tedeschi e marocchini spinge Giolitti a premere sull’acceleratore e il 28 settembre, dopo aver mobilitato il Regio Esercito, viene consegnato ai turchi un ultimatum, volutamente strutturato in maniera d’essere assolutamente inaccettabile. Al rifiuto degli ottomani, è finalmente guerra.

Carlo Caneva, il comandante militare più anziano d’Europa, guida i soldati italiani alla conquista. I 35.000 sono assai meglio addestrati e in possesso di equipaggiamenti migliori dei fanti dell’impero turco. La Marina militare italiana schianta quella turca in breve e il primo giorno del novembre 1911 si registra lo storico lancio di una granata da uno dei 9 aeroplani che gli italiani impiegano in Libia, quello dell’aviatore Giulio Gavotti, che la scaglia a mano su “un accampamento arabo”. La bomba è “grande come un’arancia” e pesante un chilo e mezzo, racconterà lui poi. Non solo il primo bombardamento aereo, ma anche le prime automobili su un campo di battaglia, qualche Fiat Tipo 2, ad uso degli ufficiali.

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Lo svolgersi dello scontro è raccontato agli Italiani da molti giornalisti, tra cui spiccano quelli del “Corriere della Sera”. Il numero uno della squadra di Albertini è Luigi Barzini, famoso al tempo per aver visto e raccontato diversi conflitti e per aver viaggiato in automobile da Parigi a Pechino nel 1907. Ritenuto il primo vero reporter di guerra italiano, ha una straordinaria capacità di raccontare le cose e ai suoi reportage aggiunge una romantica impronta letteraria che però non si confonde coi sentimentalismi di molti colleghi. Per il “Corriere” sono giornate campali, gli italiani si perdono nei disegni del grande illustratore Achille Beltrame, che raffigura la guerra settimanalmente sulle pagine della “Domenica del Corriere”. Non dalla Libia, ma con ineguagliato fervore racconta la guerra Gabriele d’Annunzio. Con le sue “Canzoni d’Oltremare” la retorica e la propaganda si diffondono dalla terza pagina del giornale milanese a tutta la nazione. D’Annunzio è punta di diamante di un movimento di letterati che s’infila nelle redazioni giornalistiche lanciando iperboli e mistificando una guerra che in realtà è più difficile del previsto, perché i turchi s’affidano alla guerriglia delle tribù locali e l’Italia deve portare il suo contingente a 100.000 uomini per avere la meglio, oltre che ad espandere il teatro di guerra al Dodecaneso e a Rodi. L’unico a raccontare le nefandezze commesse dagli italiani ai danni dei nemici e dei locali e le difficoltà che il Regio Esercito incontra è Eugenio Guarino, cronista del quotidiano socialista “Avanti!”, che difatti viene rimpatriato dalle autorità militari.

Dopo un anno di guerra i turchi capitolano. La Pace di Losanna consegna la tanto agognata terra libica agli italiani, che concedono ai turchi la rappresentanza religiosa del califfo nelle due provincie libiche. Ma la realtà è completamente diversa da quanto raccontavano i giornali l’anno prima. Le ricchezze millantate sono inesistenti, le sottili zone costiere, le uniche ad essere produttive, sono troppo piccole e il resto è un immenso “scatolone di sabbia”, come gli antipatriottici giornalisti che s’opponevano alla gloria del Regno raccontavano.

La guerra ha avuto dei costi altissimi ed è servita a conquistare poco o nulla, perché della grande vera ricchezza della Libia, il petrolio, non si sapeva niente.
Gli italiani rimarranno in Libia fino al 1940, combattendo fino al 1932 una logorante guerriglia con i ribelli locali (che mai s’arresero alla dominazione italiana), costruendo diverse infrastrutture, trasferendo coloni, cercando di coltivar qualcosa e istituendo il “Gran Premio di Tripoli”, esotica ed affascinante corsa automobilistica tra le palme che verrà ricordata per la grande frode del 1932, quando tre piloti, Tazio Nuvolari, Achille Varzi e Mario Umberto Baconin Borzacchin s’accordarono per truccare la gara e dividersi il premio della “Lotteria di Tripoli”, i cui biglietti erano collegati al risultato della competizione: tre milioni di lire. Un po’ magro, come tesoro nascosto della terra promessa.

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