Sanremo 2015, ovvero il solito carrozzone

È finito il Festival di Sanremo, ovvero della canzone italiana. Anche non volendo, il fatto di leggere i giornali mi ha incuriosito da tutto questo parlarne; tutto sembra paralizzato, gli occhi tutti alla cittadina ligure.

I giornali non ci sono andati leggerissimi, ma danno a Cesare i successi di questo festival. I numeri dicono che è andato molto bene: il pubblico è più giovane degli altri anni (che significa mettere in categoria i cantanti dei talent) e lo share è il migliore degli ultimi dieci anni. Il megadirettore di Rai1 Leone non può che gongolare, tacendo l’altra vetta, ovvero il trash da festival est europa vestito di lustrini del made in italy.
Perchè di fondo, mentre guardavo, c’era sempre questa sensazione dell’italianata, del trash che supera se stesso, della banalità poetica che canta l’amore-le stelle-le finestre in canzoni tutte simili scritte da Kekko dei Modà (si, si scrive davvero con tutte quelle k)
L’idea che questo festival sia visto in tutto il mondo (ma che davero?), e che quindi chi lo guarda a mille chilometri da noi si metta in testa che la musica italiana è quello che abbiamo visto, lascia inevitabilmente un po’ di amaro. Che non è sbagliato. La musica italiana (oggi) è esattamente quello che abbiamo sentito. Boy band pop-rock che non riescono ad uscire dalla provincia (Dear Jack), macchiette di Ed Sheraan (Fragola), imitazioni di Giusy Ferreri che imitava Amy Winehouse (la sconosciuta Bianca Atzei), revival anni ’90 (Nek, Raf, Grandi, Grignani, Britti, Masini), rapper che non rappano ma nemmeno cantano (Nesli, Moreno), quelle cantanti tutte belline e imitazioni di se stesse (Annalisa, Chiara, Nina Zilli) e le comparsate che fanno del Ariston un Hyde Corner dove sproloquiare di quel che credono (Platinette e I soliti idioti che non sanno più far ridere).
Più c’è Malika, l’unica che davvero ha detto qualcosa in questa settimana di riviera ligure.

Sanremo, tutti gli anni, è una fedeltà assoluta a questo paese. E nell’anno di Mattarella la democrazia cristiana vince anche nella musica, vestita dal solito renzismo della volta buona a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine. Perchè all’elenco di cui sopra mancano i vincitori: il volo.
Tre ragazzi figli della metodologia del gruppo di successo. Leggi alla voce One Direction. Come Cowell, i produttori Rai, in un talent di qualche anno fa, hanno messo insieme questi tre tenori (sic!) della domenica pomeriggio. Hanno vent’anni e portano musica di sessant’anni fa. Cowell costruisce abitando il contemporaneo, trasformando una boy band in una pietra filosofale, dando esattamente quel è chiesto dalla musica pop per teenager e riempiendo tre anni di tour mondiale. Il paragone con il Volo non è musicale, in nessun senso, ma vive sul metodo di formazione del gruppo: solisti messi insieme per avere potenziali commerciali maggiori. Entrambi i casi sono riusciti. Ma di mezzo sta l’abisso.
La Rai, all’italiana, crea un gruppo di nongiovani, che cantano per le casalinghe americane e il kitsch sudamericano (infatti hanno un successo pazzesco in quei paesi). Sono di un vecchiume spocchioso (sentire la conferenza stampa della vittoria) che davvero puzza di quella che in politica è la democrazia cristiana continuamente trasformata, travestita da giovane(i) in camicia bianca e iPhone che cambia verso, ma che in realtà è solo una pantomima della solita vecchia storia, o meglio: dell’unica storia che siamo capaci di raccontare.

I tre ragazzi del Volo sono caricature, sono tenori che stanno fuori dai teatri; sono quella musica italiana che all’estero ci rappresenta tanto quando pizza-mafia-mandolino-maccaroni ci rappresenta nel resto. Il paradosso diventa (per chi apprezza, pur senza capirla, la bellezza dell’Opera) il successo dato alla tecnica di canto lirica applicato alla canzone pop (di una banalità sconcertante, peraltro, che canta del solito grande amore). Cioè l’opera no perchè difficile, perchè “cagata pazzesca” nell’ottica fantozziana della Corazzata, segno dell’inaccessibilità della cultura alta, ermetica e incomprensibile al popolo. Invece la stessa tecnica applicata alla tradizione napoletana o al pop non solo è una novità – falso – ma anzi risalta quella stessa tecnica prima rifiutata che in qualunque teatro del mondo farebbe piovere ortaggi. (Il migliore ad aver capito questo è AlBano, e non è un caso che fa i sold out in Russia, regno del kitsch).

Forse sono io, ma a piacerebbe un paese dove i tenori stanno alla Scala, al Regio e al San Carlo, dove i ventenni cantano da ventenni, e dove il centrismo democristiano la smetta di essere l’unico possibile carrozzone culturale. Ma forse no, non è davvero possibile, infatti oggi pomeriggio Giletti fa lo speciale Sanremo. Viva la domenica pomeriggio all’italiana.

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