I’m a child, not a bride

Spose bambine: quando informare aiuta a cambiare.

Rawan muore a 8 anni durante la prima notte di matrimonio”. Si chiamava Rawan, viveva in una regione nord orientale dello Yemen, ha perso la vita a soli 8 anni durante la prima notte di matrimonio: era sposata con un uomo la cui età era cinque volte la sua.
La storia di May, barattata dal fratello”. 11 anni, venduta in cambio di pochi soldi e alcolici dal fratello ventenne in Vietnam su un autobus mentre andava a scuola.
Afghanistan, ragazzina sgozzata. S’è rifiutata di fare la moglie”. 14 anni, gli aggressori le hanno tagliato la testa. Il delitto è avvenuto a nord di Kabul. La ragazza aveva detto “no” alle richieste di matrimonio di un parente stretto.
Sposa bambina uccide il marito: sarà condannata a morte”. Razieh Ibrahimi a 14 anni si è sposata, a 15 ha partorito un bambino, a 17 ha ucciso il consorte dopo abusi fisici e psicologici. A giugno di questo anno è stata incarcerata e condannata a morte.
In Italia 2 mila spose bambine ogni anno. Molte sono straniere costrette a rimpatriare”. Poco sotto le parole di una giovane egiziana che vive a Milano: «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E ho ottenuto una garanzia, una specie di “contratto” non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi». Raccolte da un giornalista e messe lì, nero su bianco, sul quotidiano che sfogliamo in treno, per passare il tempo.

Escono da mesi titoli come questi sui giornali, è tornato a far notizia perlopiù per i suoi esiti macabri il cosiddetto caso delle “spose bambine”. Niente di nuovo sotto il sole, niente di così esotico come si può credere, niente di così invincibile se fatto conoscere.
Lo dimostra “Sono bambina, non una sposa”: l’ultima campagna di sensibilizzazione e informazione per i diritti umani delle più piccole, per il loro diritto in ogni parte del mondo a non sposarsi forzatamente e in minore età, è tutta italiana e tutta al femminile. E’ nata nel settembre scorso in Sicilia dall’idea della sociologa Giorgia Butera e della fotografa Alessandra Lucca, con il contributo dell’esperta in Medioriente Valentina Polini e della fotoreporter Federica Simeoli. Donne che lavorano per altre donne.
Dalla Sicilia la loro foto-icona, una bambina che gioca alla sposa, una sposa che sotto il velo si mostra bambina, è stata diffusa in rete dall’Onu ed è diventata in pochi mesi il simbolo di chi lotta contro questa imposizione. Finalista al premio S.Bernardino per la pubblicità socialmente responsabile, il manifesto della campagna tradotto in più lingue, uno spazio previsto in Expo2015, l’appoggio delle istituzioni nazionali e internazionali, i finanziamenti ad un lavoro di sensibilizzazione e informazione portato avanti fino ad ora gratuitamente. Un lavoro nato dalla convinzione che il sapere diffuso e condiviso, per quello che riguarda la negazione dei diritti umani, possa contribuire a una presa di consapevolezza utile ad un’azione di cambiamento.

Perché di negazione dei diritti umani si tratta quando si parla di matrimonio precoce, che
venga imposto ad una ragazza o ad un ragazzo. Il diritto di acconsentire liberamente e pienamente al proprio matrimonio viene riconosciuto infatti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (UDHR) del 1948 ed in molti successivi strumenti per i diritti umani. Ma il consenso non può essere “libero e pieno” quando almeno uno dei nubendi è decisamente immaturo.
Senza contare che per gli adolescenti, sia femmine che maschi, il matrimonio precoce ha profonde ripercussioni fisiche e psicologiche. Annienta le opportunità formative e le possibilità di crescita personale. Per le ragazze comporta quasi sicuramente una gravidanza ed un parto che non si conciliano certo facilmente con un corpo del tutto impreparato a sostenerli.
Nonostante ciò si tratta di una pratica ancora largamente diffusa, specialmente in Africa, in Asia meridionale e nell’Europa dell’Est, che viene trasferita di riflesso nei paesi occidentali e di avanzato sviluppo in connessione con i fenomeni migratori: paese di frontiera per eccellenza, l’Italia non può quindi dirsene estranea né esimersi da monitoraggio e azione di contrasto.

Ma ogni cambiamento parte dalla conoscenza, dalle radici. Il matrimonio precoce spesso nasce come strategia di sopravvivenza economica, o di rafforzamento del nucleo famigliare in paesi ad alta povertà, a volte viene percepito paradossalmente come forma di tutela della prole: stupri, tratta delle donne, violenza domestica, asservimento sessuale, sfruttamento di minori sono un male più grande che si cerca di combattere con un male creduto minore. Nella maggior parte dei casi è radicato nelle culture, vecchie credenze, usanze spesso collegate a scarsa istruzione, difficili da modificare. La sopravvivenza delle pratiche tradizionali è evidente nelle storie sempre più frequenti di ragazze e bambine che studiano lontano dal Paese d’origine (in Europa, negli Stati Uniti): all’improvviso tornano in patria dove le aspettano nozze organizzate.
Le ricerche di Unicef su questo tema mettono in guardia: le ripercussioni del matrimonio precoce sulle ragazze, e in misura minore sui ragazzi, sono di vasta portata e coinvolgono l’intera società. Negazione dell’infanzia e dell’adolescenza, privazione della libertà personale e mancanza dell’opportunità di sviluppare un pieno senso del proprio essere. Oltre alla negazione del benessere psicosociale ed emozionale, della salute riproduttiva e delle opportunità formative.
Save the Children ha archiviato interviste che in Nepal hanno raccolto di recente il punto di vista di alcune ragazze: i risultati sono sconcertanti. Bambine consapevoli del fatto che il matrimonio precoce è pericoloso per la loro salute ritengono che nozze e maternità possano dar loro sicurezza, un senso di protezione ed una migliore posizione sociale. Vorrebbero continuare gli studi ma trovano difficile farlo per via del pesante lavoro domestico.

Le ragazze di “Sono bambina, non una sposa” sono solo alcune fra i tanti che si battono per diffondere i dati raccolti su questa pratica e chiarire una volta per tutte che si tratta di un fenomeno tutt’altro che lontano dalle nostre geografie: violazione dei diritti umani.
Tutte le campagne attivate spingono a una serie di interventi politici, di azioni programmatiche per ridurre la diffusione del fenomeno e le sue conseguenze. Gli interventi che rivendicano o difendono i diritti delle ragazze già sposate si accompagnano a prevenzione rivolta all’intera società. In entrambi i casi, si parte dall’informazione e dalla ricerca.
Anche perchè i dati sono tremendamente evidenti, ai numeri non si sfugge. 70 milioni le donne tra i 20 e 24 anni che si sono sposate nel 2014 prima dei 17 anni, oltre una su tre (Cina esclusa). 142 milioni, le bambine che entro il 2020 si sposeranno prima dei 17 anni con la tendenza attuale, 37.00 ogni giorno. Almeno 50.00 le ragazze tra gli 8 e i 17 anni che muoiono di complicazioni durante la gravidanza e il parto.

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