“Non l’hanno meritato, ma…”: fenomenologia del movimento Je ne suis pas Charlie

Ospitiamo a seguito il contributo di un amico del blog, Nicolò Cesa, che riflette su un particolare aspetto mediatico dei fatti di Parigi, un po’ a chiosa degli interventi fino ad ora pubblicati.

In seguito ai fatti di Parigi, in cui hanno perso la vita 12 membri della redazione del giornale Charles Hebdo uccisi da un attacco terroristico che è da qualche ora sulla bocca di tutto il mondo, i social media (in particolare Facebook, ma anche Twitter) si sono popolati di immagini e hashtag riportanti lo slogan retorico je suis Charlie.

Tralasciando alcuni macabri particolari, tipo la Santanchè che dichiara di voler tradurre – in nome di un improvviso, spietato e destabilizzante amore per la libertà di stampa e di opinione – le vignette di Wolinski&co. in italiano; oppure della repentina reazione di certa stampa e di certa politica, concentrate sulle responsabilità dei carnefici e sulle origini confessionali dei terroristi, più che sul significato dell’atto e sulle vittime; la stessa stampa che afferma (timidamente, per fortuna) che l’attacco sarebbe definibile come una sorta di 11/9 Europeo; tralasciando persino certe reazioni da bar dello sport, per cui occorrerebbe ripensare alla pena capitale; o al fatto che, improvvisamente, siano diventati tutti amanti del situazionismo francese, della satira senza confini e nemici del pensiero unico. I miracoli del razzismo e dell’ignoranza.
Tralasciando tutto ciò (e credetemi, non è stato affatto semplice), quello che più mi ha colpito è stata la voce che si è alzata da coloro che detengono il patentino di difensori dei diritti umani, tout court. I signor no, per usare un termine che possa semplificare il modus operandi della categoria (e non me ne voglia il bellissimo e rivoltoso monosillabo). Quelli per cui se succede qualcosa nel mondo, pensano e dichiarano: “Beh ma ci sono cose ben più importanti di cui non si parla mai!”; se qualche ingiustizia viene perpetrata, non perdono occasione: “Beh ma allora cosa dovrebbero dire gli abitanti di Trinidad e Tobago o del Kurdistan Iracheno, eh? Quelli invece? Dimenticati, eh?”. Quelli per cui se vai al Mc Donald’s “Sei un criminale, non pensi ai diritti”, se compri un diamante “Stai finanziando il mercato delle armi per i ribelli in Repubblica Democratica del Congo”, quelli per cui, insomma, una vita avrebbe senso solo se spesa tra le mura di una casa in campagna (certamente, senza TV. No, nemmeno per certa filmografia).
Non poteva quindi mancare la loro voce tenorile, tra quelle del coro degli indignati quotidiani. Abituati a tutto ciò che è contro, sono riusciti ad inventare un contro-slogan (che fantasia!), per rispondere alla campagna Io sono Charlie, nata proprio per onorare ciò che resta della redazione del giornale francese e diffusa in poco tempo in tutto il mondo: Je ne suis pas Charlie, ovvero Io non sono Charlie Hebdo.

Quando l’ho letto mi sono chiesto quale meccanismo fosse scattato nella loro testa. Ho cercato di decostruire l’evento, di andare oltre il linguaggio della cronaca e dei fatti ma nulla, non riuscivo proprio a capire. Non riuscivo a capire perché mai una persona si sarebbe dovuta dissociare da una campagna di quel tipo. Ma niente, mi sforzavo ma non c’era modo di arrivarci. Un’intera redazione di un giornale satirico, fatta di scrittori, di intellettuali di intelligenza rara, era stata uccisa per aver utilizzato delle parole, dei concetti e dei disegni (cose invisibili ed inutili, direbbe qualcuno) ma nulla, nessuna solidarietà da questa parte.
Mi aspettavo che a dissociarsi fossero quei soliti nemici dei diritti, quelli per cui era stato giusto licenziare i giornalisti scomodi qualche anno fa oppure i razzisti di cui parlavo prima, attenti alle origini geo-religiose dei carnefici e totalmente disinteressati alle ragioni alla base dei fatti, alla loro portata simbolica e quindi reale.

Ed invece faccio una scoperta a dir poco macabra: alla base del “movimento” Je ne suis pas Charlie ci sarebbero proprio i signor no, i mai soddisfatti. I lamentosi di sempre hanno trovato delle ragioni anche in questa storia. Lo hanno fatto tirando fuori le solite motivazioni indegne, per cui ci sarebbe sempre altro di cui dovremmo parlare: i bambini soldato in Repubblica Centrafricana, i morti ammazzati in Nigeria etc. etc. (vedi repertorio).
Per loro (questa volta uso volutamente la terza plurale, nonostante non sia affatto il mio stile) ci sarebbero eventi internazionali e tragedie di cui occorrerebbe parlare più di altre; una sorta di classifica delle disgrazie umane alla cui base ci sarebbe il numero di morti. La matematica, quindi: se in questa guerra ne muoiono 2000 e nell’altra 2200, beh assolutamente è il caso di parlare di “quella da 2200”. Come se fosse uno scontrino della spesa: “Mamma prendo la pasta da 1,3 al kg. Oppure quella da 1,8?”, “Amore, quella da 1,3. Costa meno”. La stessa cosa, più o meno.
Ma se parli dei bambini soldato, sono pronti (lista della spesa alla mano) a pontificare: “Hm.. no no, c’è prima quella dei civili in Messico uccisi dai cartelli della droga”.

Insomma, c’è sempre qualcosa d’altro, di cui parlare. Ma anche quando quel qualcosa arriva, c’è sempre qualcosa d’altro altro; e dopo d’altro altro altro. Insomma, alla fine forse, per loro, sarebbe utile non parlare di nulla, perché tanto c’è qualcosa che finirebbe per essere tralasciato (causando l’ira funesta delle comare. Ops, questa era un’altra cosa).
Quindo da signor no passerei alla definizione di paladini delle cause dimenticate.
Meno male che ci sono loro, a ricordarci di certe cose che accadono al mondo. Per fortuna che esistono, memoria del mondo, fari della morale, salvatori dell’umanità.
Gli stessi che si dissociano dalla campagna Je suis Charlie perchè “Beh a me quelle vignette non piacevano”, “C’è differenza tra la satira e l’offesa e quella non era satira…”, “E’ chiaro che se semini odio, raccogli tempesta”.
Risultato? Le Pen dichiara “Je ne suis pas Charlie”, ed il quadro è completo: fascisti e polemici-insoddisfatti-sempre-e-comunque-contro, uniti in un pensiero ed in uno slogan.

Insomma, il movimento Je ne suis pas Charlie si fonda proprio su questa perversa logica; la stessa per cui “Non sono razzista, ma..”, “Non dico che è giusto che siano stati uccisi, ma…”. Il ma rappresenterebbe l’anello di congiunzione tra due fatti altrimenti impossibili da unire: le vignette e la strage terroristica. Che collegamento ci sarebbe tra ciò che è accaduto ed il fatto che quelle vignette potrebbero pacere oppure no? Chiaro, che in fondo, “se la sono cercata”.
Un po’ come quando si commenta la notizia di cronaca di una donna violentata e poi uccisa. Ad un certo punto si viene a scoprire che quella donna vestiva una minigonna. Apriti cielo: da li in poi, i nostri eroi, cominciano a pensare (a volte addirittura a commentare) che quella ragazza se la sarebbe cercata. Oddio, magari non direttamente. Però aggiungendo un ma, si sa… è tutto più morbido (e confuso).

Allo stesso modo per ciò che è accaduto a Parigi. Si viene a scoprire da un momento all’altro del particolare della minigonna (ovvero delle vignette) e allora tutto diventa più chiaro: si aggiunge un ma, il fatto che d’altronde ad altre tragedie non si dedica lo stesso spazio nei TG ed il risultato è la bacheca infestata da Je ne suis pas Charlie. Prendendo le distanze dal senso del giornale, di cui ovviamente tutti i signor no sono assidui lettori. Un po’ come se si scoprisse che la vicina di casa è stata violentata e poi uccisa e tutti quelli del vicinato cominciassero a diffondere lo slogan: “Io non uso la minigonna”, e qualcuno aggiungesse “Si va bene, ora si parla tanto di questa ragazza violentata ed uccisa. Ma di tutte le donne uccise dall’amianto all’Ilva di Taranto? E di quelle costrette a prostituirsi per strada?”. Che cazzo c’entra, mi viene da pensare subito. A voi non fa lo stesso effetto?
Credo che dire una cosa del genere voglia dire girare la faccia alle vittime; assicurarsi l’altra faccia della medaglia occupata dai salvini di turno, per cui le ragioni del giornale non contano nulla (non a caso ieri Marine Le Pen ha dichiarato “Je ne suis pa Charlie”).

Penso che Charlie Hebdo sia stato un giornale onesto ma anche molto scomodo, perché ha messo tutti noi davanti ad uno specchio; ci ha costretto a guardare i nostri lati peggiori. Ha costretto i signor no, abituati a scagliarsi ideologicamente contro una sola religione, quella dominante, Wolinski&co. li ha fatti vergognare dei propri pensieri, per cui anche le categorie dominate sarebbero colme di contraddizioni e lati oscuri.
Prendendo in giro (anche) l’Islam, ci ha fatto sentire a disagio, fuori posto e spaesati, insicuri del nostro ruolo di difensori delle classi dominate ed oppresse; degli ultimi, si direbbe. Ma anche gli ultimi hanno contraddizioni e lati oscuri; e capire questo ha un costo, ovvero lo sforzo e tanto coraggio. Richiede la messa in discussione del mondo della vita quotidiana di ognuno di noi.
Ma è una bellissima occasione di libertà, e questo ci ha insegnato Carlie Hebdo.
Ci hanno raccontato che tutte le religioni hanno la stessa radice. E forse non eravamo – e non siamo – pronti ad ammetterlo né a pensarlo. Ci hanno fatto vergognare di noi stessi. Ed è qui la grande forza della satira e della provocazione, che pochi purtroppo sono pronti a cogliere. Che o si ride di tutto, o non si ride di nulla. Altrimenti, è gerarchia di poteri, è disonestà.

Mi manca già Wolinski ed il suo amore per quella sana, diretta e quindi onesta provocazione che lo ha condannato a morte (in barba a chi pensa che le parole siano armi deboli).
Che c’è una grossa differenza tra rispettare una donna in minigonna che ci passa davanti, onorare la sua bellezza (magari desiderarla pure) ed invece violentarla. Una grossa differenza che persiste nonostante la minigonna indossata rimanga la stessa (e con essa il diritto di essere indossare ciò che si vuole). Quello che cambia, è il modo in cui la guardiamo e quindi il modo in cui agiamo, che da senso relazionale alla minigonna stessa.
Allo stesso modo c’è differenza tra l’accettare la satira o confonderla con la semplice offesa: la vignetta è sempre la stessa. Cambia il modo in cui la si guarda e, quindi, il modo in cui si agisce di conseguenza. La si può accettare, può persino piacere od offendere (anche l’arte in generale consiste in tutto ciò). Ma nessuno può arrogarsi il diritto di uccidere in nome di questo. Di violentare quella donna, per via della minigonna. E nessuno, di conseguenza, di affermare che la vittima se la sarebbe cercata (nessuno, a patto che non si voglia stare dalla parte dei carnefici).

E allora voglio ricordare Wolinski utilizzando le parole di Fulvio Abbate, che anni fa ebbe l’onore di conoscerlo e di farmelo conoscere, attraverso la sua scampanata e a tratti precaria Teledurruti: “Wolinski era un laico felice, un amante della vita ed un grande scopatore”.
Che questo indegno fatto di cronaca ci possa insegnare a non stigmatizzare nessun essere umano, a differenziare i terroristi dai musulmani, ma anche a goderci la nostra vita un po’ di più. A sforzarci di non semplificare. Ad innamorarci di quelle piccole ed inutili cose che la rendono degna di essere vissuta; a capire la forza prorompente ed inevitabile della bellezza.
A “scopare un po’ di più” e ad essere quindi battaglieri felici (per dirla alla Wolinski) e non, come sta accadendo con il movimento Io non sono Charlie, ad essere sempre e comunque il contrario di tutto.
Sempre e tutto, ovvero assoluti che rendono gli esseri umani tremendamente brutti e da cui poi nasce proprio quella satira, che tanto fa incazzare.

Io sono Charlie,
Io sono Wolinski.

Nicolò Cesa

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