OPINI-ON? OPINI-OFF: un triste bilancio per chi fa da bocca al mondo

Un duemilaquindici di appena dieci giorni. Eppure sono già dieci giorni di sangue e violenza. Protagonisti, tra gli altri, i giornalisti. Una tendenza che per questa categoria sembra fare del nuovo anno una tragica coda di quello appena passato se consideriamo il commento della francese RSF(Reporters Sans Frontièrs) in relazione ai dati raccolti nei report degli “Abuses against journalists” e del “Press Freedom Barometrer”, dati che sono la summa finale delle condizioni della libertà di stampa in tutto l’anno 2014, pubblicati nel dicembre scorso: “Di rado i giornalisti sono stati uccisi in nome di una propaganda così barbara”.

Un 2015 iniziato tristemente con la morte di Jean Cabut, Bernard Verlhac (Tignous), Stéphane Charbonnier, George Wolinski, Bernard Maris, Philippe Honoré, Elsa Cayat e Mustapha Ourrad nello sconvolgente attentato dello scorso mercoledì alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo nel cuore della città di Parigi, rivendicato proprio nelle ultime ore dopo l’uccisione degli attentatori dall’Aqap ovvero Al Qaeda della penisola arabica attraverso un video su Youtube in cui a parlare è uno dei vertici dell’Aqap, Harith bin Ghazi al-Nadhari. Una cicatrice difficile da rimarginare per la culla della cultura occidentale moderna.
Un 2014 finito altrettanto male per la più bella delle libertà, la libertà di espressione, con la condanna e l’incarcerazione il 30 dicembre di Alexei Navalny, popolare e carismatico blogger russo già agli arresti domiciliari, il più feroce oppositore di Vladimir Putin. Una condanna controversa la sua, con l’accusa di una presunta truffa ai danni di una filiale russa di un gruppo cosmetico francese, che si è risolta con la sospensione momentanea della pena dopo le manifestazioni di solidarietà da parte della popolazione e con l’arresto per complicità del fratello di Navalny, Oleg. Nonostante il divieto di manifestare e un dispiegamento impressionante di forze dell’ordine diverse centinaia di persone hanno risposto infatti all’appello di Navalny di radunarsi per protesta al Cremlino. Immediate le reazioni dei media mondiali che bollano l’azione come un nuovo esempio in Russia di repressione di voci indipendenti con l’obiettivo di punire e dissuadere qualsiasi attivismo politico e diffusione di informazioni non in linea con la Presidenza.
La conclusione di un anno che è stato decisamente tra i peggiori di recente per la categoria dei giornalisti e la libertà di stampa come risulta dalle analisi di RSF. Dati poco confortanti, forse fin troppo evidenti e per alcuni lettori certo algidi, ma che vale la pena conoscere.
Giornalisti uccisi nel corso di situazioni legate al proprio lavoro: 66. Sul podio la Siria con 15 uccisioni nell’ultimo anno, poi Palestina, Ucraina e Iraq e restante mondo. Come sfondo le war zones del Medio Oriente, della striscia di Gaza e dell’Ucraina dell’Est.
Tra questi i casi ben noti purtroppo per la macabra diffusione da parte dei media di James Foley e Steven Sotloff, i giornalisti decapitati dai membri dell’IS nell’agosto e settembre scorsi in territorio siriano.
Parlando di giornalisti rapiti l’indice mostra un incremento del 37 %, 119 i giornalisti ancora in ostaggio. Zone calde sempre le stesse: Medio Oriente e Ucraina con 33 giornalisti kidnapped.
Rapimenti attributi all’IS per quanto riguarda l’area siriana e l’Iraq, agli scontri interni delle milizie in Libia e alla delicatezza e complessità del contesto ancora in via di definizione in Ucraina. In questo caso le vittime sono spesso reporter locali.
853 invece i giornalisti arrestati, 178 quelli in prigione nel mondo. In questo caso è la Cina a collocarsi al primo posto per numero di incarcerati sia nell’ambito del giornalismo partecipativo che dei professionisti con 29 arresti. Poi Eritrea, Iran, Egitto e Siria. In Arabia Saudita è detenuto dal 2012 con l’accusa di “insulti all’Islam” e una condanna di 10 anni il vincitore del Reporter Without Borders Press Prize 2014, Raef Badawi.
Molti anche i giornalisti che sono stati costretti ad abbandonare il proprio paese a causa della censura o delle minaccia alla propria incolumità personale: 139 anche qui per lo più in Libia, Siria, Etiopia e Eritrea.
E’ evidente che la situazione è drammatica soprattutto nelle aree mediorientali che accomunano queste categorie di ricerca. Qui è stato in alcuni casi istituito un vero e proprio regime del terrore e l’informazione, in uscita soprattutto, è costantemente monitorata e censurata o addirittura impedita.
A Deir Ezzor, provincia della Siria, l’IS ha imposto undici regole vincolanti per i giornalisti che è utile riportare perché averle lì sotto gli occhi fa un certo effetto, fidatevi.
Regola numero 1: i corrispondenti devono giurare fedeltà al Califfo Al Baghdadi.
Regola numero 2: il loro lavoro avverrà sotto l’esclusiva supervisione dell’Ufficio stampa dell’Isis.
Regola numero 3: si autorizzano i giornalisti a lavorare direttamente con le agenzie di stampa internazionali (come Reuters, Afp e Ap), ma devono evitare tutte le tv satellitari internazionali e locali. È vietato fornire loro materiale esclusivo.
Regola numero 4: vietato lavorare con le tv inserite nella lista nera dei canali che lottano contro i Paesi islamici.
Regola numero 7: i rappresentanti dei media possono avere i loro account sui social media e blog ma l’Is deve avere gli indirizzi e gli user name di questi account.
Regola numero 8: evitare di filmare o fotografare luoghi strategici o sicuri per l’Is.
Regola numero 10: le norme sono soggette a cambiare in ogni momento a seconda delle circostanze e del grado di collaborazione dei giornalisti.
Situazioni precarie anche in Libia, Antiochia, Pakistan, Colombia e nelle città di Donetsk e Luhansk in Ucraina dove i giornalisti vivono in uno stato di pericolo continuo e ogni momento è buono per morire, spesso sotto gli occhi di nessuno.
Alla fin fine si tratta di dati che registrano con estrema evidenza la situazione di attacco che la libertà di espressione e informazione e i loro protagonisti principali hanno subito nel 2014 e stanno subendo tuttora, dal momento che Press Emblem Campaign (PEC), organizzazione no profit fondata da giornalisti nel 2004 con lo scopo di monitorare e sostenere la difesa e la sicurezza dei reporter in zone di guerra e missioni pericolose, aggiorna quotidianamente le tristi liste sopra menzionate.
Vittime facili i giornalisti, che spesso cadono inevitabilmente nei numerosi conflitti che devastano il pianeta e di cui si fanno portavoci. Vittime però anche simboliche -annientare la bocca, le orecchie, gli occhi del mondo, colpire chi più fornisce la possibilità di contatto, conoscenza e quindi intervento e giudizio su quanto ci accade intorno – e soprattutto vittime indicative della situazione critica e tutt’altro che consolidata in cui versa la libertà di espressione, quella che è probabilmente la più importante tra le nostre recenti conquiste (o presunte tali). 

A.C.

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