Se la censura aiuta il giornalismo

Esprimere la propria opinione è un diritto. Non ci piove e lo sanno tutti. Comporta però una grande responsabilità, ma questo pare essere assai meno acclarato. La responsabilità nasce dal fatto che parole sono come i sassi: pesanti, dure e soprattutto incontrollabili una volta scagliate.

Circa quattro mesi fa, Reuters, importantissima agenzia di stampa internazionale (fondata da un tedesco nel Regno Unito, di proprietà canadese, con sede a New York e ora presente in 94 nazioni e 200 città da cui diffonde notizie in una ventina di lingue), ha preso una decisione: chiudere la sezione commenti alle news del proprio sito internet, lasciando la possibilità di commentare soltanto blog ed editoriali. La decisione di Reuters, drastica ma certamente ponderata e presumibilmente sofferta, fu seguita dall’invito di Dan Colarusso, responsabile del settore digitale dell’agenzia, a continuare a commentare i post e le notizie dell’agenzia sui social network. Prima di Reuters la medesima decisione fu presa da varie riviste statunitensi, come Popular Science e Quartz, oltre che dal Chicago Sun Times e più di recente anche Chris Cillizza (qui il suo articolo nel merito), curatore del blog The Fix, contenitore politico del Washington Post, ha adottato la drastica soluzione. Quello che è forse il più famoso e stimato quotidiano del mondo, il New York Times, invece, ha scelto di aprire la sezione commenti solamente ad una ventina scarsa di articoli al giorno (sotto la severa vigilanza di 14 moderatori). La constatazione di Cillizza è che pensando internet come una comunità, “una città”, i commenti siano divenuti il veicolo per “permettere alle persone più rumorose – che rappresentino o no la maggioranza della comunità – di autoproclamarsi sindaci della città”, togliendo alla rete la sua splendida capacità di essere centro di confronto, derivante da un’informazione asettica ed imparziale. Anche in Italia molti giornali, nelle loro versioni online, hanno ovviamente una sezione commenti ed ogni redazione si trova ad avere a che fare con questo problema: troppo spesso alcuni commenti sono sassate che veicolano astio, disinformazione, volgarità, insulti. Trascinano la discussione “off topic” e soprattutto danneggiano, avvelenano, denigrano, mentono e fomentano condizionando la capacità del lettore di comprendere la notizia, di trarre le proprie considerazioni e di costruire la propria libera opinione in merito. Che si parli di politica (interna od internazionale che sia), di cronaca, di economia, di cultura e persino di sport la scena che si svolge a piè di pagina è sempre la stessa: commenti che si riempiono di falsità, razzismo, xenofobia, omofobia, discriminazione di genere, insulti personali, teorie del complotto ed una quantità impressionante di uscite incomprensibili ed inaccettabili sotto ogni aspetto, spesso scritte in un italiano affaticato e figlie di paura, ignoranza e frustrazione. Nelle ultime due settimane ne abbiamo avuto diverse spaventose dimostrazioni: dall’incendio del traghetto Norman Atlantic e al soccorso dei suoi passeggeri, soccorsi, a detta di molti con meno solerzia rispetto a quelli dei barconi di migranti al largo delle nostre coste (i quali, a parer di troppi, andrebbero presi a cannonate et similia) fino alle fiammate d’odio nei confronti della comunità islamica mondiale seguita ai terrificanti fatti di Parigi del 7 gennaio 2015, passando per la drammatica storia di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, prigioniere in Siria di Al Nusra (rapite mesi fa, ma che troppo poco spesso sono state ricordate all’opinione pubblica dai media italiani) che ha generato vergognosi e deliranti sequele di insulti, auguri di morte e stupro, oltre che inutili e fuori luogo paralleli coi fucilieri di marina Latorre e Girone e le loro vicende indiane. Certo, il clima non è dei migliori. Questa nazione è pervasa da un forte senso d’angoscia e di rassegnazione, che è fertilizzante per la pianta dell’odio, ma permettere a certe idee, a certi messaggi, a certe grida di scivolare libere per le vie della “città” può soltanto peggiorare le cose. Qual è la soluzione? Eliminare ogni commento potrebbe essere una soluzione. Ognuno legge la notizia, ci riflette in base alle sue conoscenze ed esperienze e trae le proprie conclusioni, ma se decide di ribattere, negare, completare o di avere l’atteggiamento sopra descritto è costretto a farlo attraverso un canale differente, sia esso Facebook, Twitter o WordPress. Si evita che il vicino chiassoso diventi voce urlante non identificata nella frenesia della città, che lancia anatemi e proseliti senza criterio e senza conseguenze. Oppure si può prendere la via del New York Times (o de IlPost.it, restando nei confini nazionali) ovvero attrezzarsi per poter analizzare i commenti uno ad uno, permettendo soltanto a contributi che siano costruttivi (anche se critici, ovviamente) di figurare sugli schermi di tutti. Di certo, un paese civile come l’Italia, che mira ad eliminare mali universalmente riconosciuti come tali, non può accettare che gli organi d’informazione siano veicolo degli stessi, anche se solo attraverso deliranti commenti agli articoli dei giornali su internet. Una decisione, sia essa quella di decidere di impedire a chiunque in qualsivoglia forma e maniera di commentare online o quella che propende verso una decisa e attenta scrematura dei contributi va presa al più presto. Non solo renderebbe assai più efficaci e puliti i giornali online, ma sarebbe di grandissimo aiuto allo sviluppo della cultura, della partecipazione politica e della credibilità di questo paese.

D.C.

 

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