Je suis Charlie: l’islam e la paura

Stamattina intorno alle 11.30 tre persone armate hanno raggiunto la sede parigina del giornale satirico francese Charlie Hebdo, simile per contenuti al nostro Vernacoliere (per intenderci). Due di queste sono salite in redazione, dove c’era una riunione programmata per le dieci, e armate di Kalashnikov hanno fatto fuoco uccidendo dodici persone e ferendone in modo grave altre cinque. È morto, tra queste, il direttore Stéphane Charbonnier, incluso da AlQaida in una lista di persone colpevoli di crimini contro l’islam poco più di un anno fa, e con lui importanti redattori e vignettisti del giornale.
Questo giornale è famoso per aver pubblicato a più riprese vignette satiriche contro Maometto.

Nello stesso palazzo e in quello adiacente sono presenti altre redazioni di giornali. Uno dei giornalisti presenti, scappato sul tetto, ha filmato con il cellulare un video nel quale si vede la strada da dove gli attentatori sono fuggiti. Si vede in maniera chiara uno di loro che spara ad un poliziotto, poi si avvicina all’uomo a terra piegato su se stesso e gli spara una seconda volta a bruciapelo, finendolo. Infine salgono in macchina e fuggono via.

A Parigi, nonostante il sindaco abbia indetto una manifestazione per domani, molte persone si sono radunate spontaneamente in Place de la Republique.

France Newspaper Attack

Quasi tutta l’Europa è in una fase di respingimento ideologico verso l’islam tout court e verso l’immigrazione, che essendo proveniente per la maggior parte dai flussi derivati dalle guerre mediorientali (quindi: palestinesi, siriani, iracheni) e dall’Africa, è di nuovo assimilata senza distinzione di sorta al fondamentalismo islamico.

L’antropologia sociale (e la letteratura tragica greca) insegna: in momento di crisi profonda la società tende a chiudersi in se stessa, attuando dei meccanismi di difesa che tendono all’esclusione di tutto ciò che è altro, quindi straniero, quindi assunto come nemico. Da sempre ciò che mina alle basi di un gruppo sociale è qualcosa che deve per forza venire da fuori, anche frutto di una semplice proiezione.
In questo però si inserisce un discorso diverso legato al fondamentalismo islamico. Torna in queste ore tutta la retorica di Oriana Fallaci, sbattuta in primo piano ciclicamente dopo ogni evento che alimenta il fuoco islamofobico. La Fallaci era fortemente critica contro la religione islamica e nei suoi scritti sfociava spesso in un odio limpido e tenace che lasciava zone grigie di ambiguità sui mezzi attraverso i quali il fondamentalismo islamico sarebbe dovuto essere debellato. Lei vedeva l’islam come un “cancro” della civiltà tutta, e sempre di più prospettava un orizzonte polarizzato in cui occidente giudaico-cristiano (culturalmente, non teologicamente) e mondo islamico si sarebbero combattuti in una guerra multifronte, fatta di armi e di parole.

In un periodo come questo (di crisi) l’indice puntato è la regolarità. Vittime di paure inconsistenti, le dita tendono verso gli islamici di tutte le forme, oggi veri oggetti del terrore.
L’Italia non è il Canada, dove dopo l’attentato a Ottawa, un esperimento sul razzismo mostrò come i principi fossero più solidi dei momenti di debolezza in cui è più facile respingere che accettare.
Le retorica veleggia verso una chiusura sempre maggiore. Se prime le moschee non si volevano, adesso ci si impegnerà a rifiutarle ancor di più perchè, si dirà, è lì che verrà fomentato il terrorismo.
(cosa farà Milano con la moschea nell’area del Palasharp?)

Proprio oggi, tre ore prima dell’attentato ,così ha scritto Bernard Guetta su Internazionale:

“Davvero crediamo che maltrattando i musulmani e trasformandoli in nemici (dando ragione in questo modo ai jihadisti) riusciremo a sconfiggere il fanatismo?”

Volere una guerra contro l’islam è illogico e sbagliato. Sono un miliardo e mezzo di persone. I fondamentalisti sono una minoranza e una guerra contro l’islam per colpire i fondamentalisti sarebbe analogo al voler uccidere tutti i cristiani per colpire gli inquisitori o i crociati, se questi ancora ci fossero. A questo però si associa un discorso legato all’intrinsecità politica (a tutti i livelli: dalla famiglia allo stato all’idea dell’altro) della religione islamica. Se essa sia o meno una religione incompatibile con la democrazia e con il principio di tolleranza; se essa sia una religione che fomenti, a tutti i livelli, il fondamentalismo (domande che si faceva sul Washington Post Fareed Zakaria qualche mese fa).
Per noi la soluzione è stata a lungo quella di mantenere dittatori che garantivano la sicurezza dell’occidente (Gheddafi, Saddam, Mubarak). Poi, con le Primavere fuoco di paglia, essi sono stati uccisi e deposti (tutti grazie a interventi delle coalizione occidentali). Tutti tranne uno: Assad. Lì Putin sembrò avere ragione (ancora scritto sul Washington Post). Eliminare Assad avrebbe comportato lasciare il paese in mano a milizie poi incontrollabili, come è successo, di fatto, in tutti i paesi dove i regimi sono stati abbattuti. C’erano altre motivazioni che spingevano Putin alla linea favorevole ad Assad? Certo. Ma nel merito di questa tesi è quantomai complesso giudicare quando il controverso Putin avesse ragione o torto.
Se si va a vedere, L’Isis nasce proprio dalle macerie di uno stato iracheno inesistente (invasione americana e ritiro delle truppe dopo una guerra che non si capisce se è stata vinta, persa o pareggiata) e dalle vicine macerie della guerra civile siriana. Cioè una riflessione dovrebbe circoscrivere storicamente la genesi del radicalismo. Dovrebbe guardare alle guerre, dovrebbe cercare di smantellare l’idea che le vittime occidentali valgano molto di più delle vittime mediorientali, solo perchè le prime portano la cravatta e le seconde sono per lo più pastori.

Soprattutto oggi, le ragioni di Oriana Fallaci sono convincenti. Il pericolo più grande viene da un attentato di matrice islamica. Non contiamo le probabilità, perchè la paura sarebbe assai ingiustificata. Ma oggi è successo, e oggi sembra permesso avere paura e con ciò dire tutto quel che passa per la testa.
Ma c’è anche dell’altro. Io dico che l’intolleranza produce mostri in casa propria, e lo dico dopo che un giorno d’estate, qualche anno fa, ero in una città del nord Europa che non ho potuto visitare, da cui sono andato via perchè era stata militarizzata, dopo che un fanatico intollerante xenofobo, anti-sionista, anti-islamista e anti-multiculturalista fece scoppiare una bomba e uccise a mitragliate ottanta ragazzi giovani, politicamente impegnati verso le idee che credevano rendesse il loro paese un posto migliore, e manco a dirsi, le loro idee erano un po’ più comprensive e integrative di quelle del loro carnefice.

Io penso che oggi, dopo l’ennesima follia umana, ci sia più di ogni altro la necessità di avere il coraggio di dire che rispondere a guerra con guerra è barbarico e controproducente. Non sono cristiano, e non volto l’altra guancia. Tuttavia penso che la “lezione di intolleranza” (così Terzani definì l’articolo della Fallaci (La rabbia e l’orgoglio) l’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle) ha davanti a sè un terreno pressochè sconfinato. Io so che da quel terreno nasceranno altri Brevik, ed è una cosa che mi fa la stessa paura del pericolo jihadista.

 

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