The Newsroom e l’etica del fare le cose bene

Lo scorso 14 dicembre è finita la serie televisiva The Newsroom, in onda negli Stati Uniti sul canale via cavo HBO.

In America funziona così: chi manda in onda la serie è anche chi la produce, ovvero chi mette i soldi. HBO è una televisione via cavo che offre cinema e serie TV, ed è di proprietà della Time Warner. Va molto bene, parlando di numeri, con una trentina di milioni di abbonati. È famosa anche per produrre serie di qualità, importante perchè oltre ad essere viste e a creare un giro d’affari importante sulle pubblicità mentre vengono trasmesse, queste serie vengono vendute alle televisioni di tutto il mondo, generando altri introiti. Qualche nome, per capirci. HBO è la serie produttrice, tra le altre, di Sex and the city, I Soprano, In treatment, Il trono di spade, Girls, Boardwalk Empire o True Detective.

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The Newsroom è l’ultima serie scritta da Aaron Sorkin, uno che nel giro delle serie TV e delle sceneggiature è considerato un mezzo genio. Ha scritto l’adattamento di The Social Network, il film sulla nascita di Facebook, e si è portato a casa un oscar per quello. Ha scritto poi le prime quattro stagioni di The West Wing, che è l’altra sua serie più famosa. Ha un modo di scrivere molto riconoscibile, grazie soprattutto al modo incredibile con cui scrive dialoghi fulminei e intelligentissimi, per questo spesso irreali, e lunghi monologhi (nella sua vita ha anche scritto discorsi, di mestiere).
The Newsroom è la sintesi meglio orchestrata delle tre precedenti serie che ha scritto: Sports Night e Studio 60 on the Sunset Trip da una parte, che mostravano come funziona la televisione; The west wing dall’altra, cioè una serie sulla politica. Il suo marchio di fabbrica è il mostrare ciò che sta dietro quel che si vede, il disvelamento dei meccanismi, i “dietro le quinte”. The social network, in buona sostanza, è un film che va dietro la nascita di una cosa che tutti usano senza bene sapere come è venuto fuori un sito internet che viene utilizzato da un settimo della popolazione mondiale.

The Newsroom cominciò negli Stati Uniti nel 2012. Era molto atteso: Ilpost.it ne scrisse due articoli di presentazione. Il primo a maggio 2011 metteva insieme qualche fonte americana su ciò che si sapeva sulla nuova serie (se letto adesso, dopo aver visto tutta la serie, ci sono cose prese e altre meno). Il secondo invece si limitava a riportare il nome ufficiale: The Newsroom (che in italiano significa “redazione”).

Di cosa parla
The Newsroom mette in scena la redazione del telegiornale di un canale satellitare via cavo. Il protagonista è Jeff Daniels (quello di Scemo e più scemo che non è Jim Carrey) che si dimostra un attore drammatico pazzesco. Per la sua interpetazione in questa serie ha vinto un Emmy nel 2013 ed è candidato allo stesso premio per il 2014. (Gli Emmy sono gli equivalenti degli Oscar per la televisione).
Jeff Daniels interpreta l’anchorman (cioè il conduttore) del telegiornale, Will McAvoy. Famoso per non essere di disturbo a nessuno, nè a destra nè a sinistra, si crogiola in quello che gli spettatori vogliono vedere, mentre lui è un famoso milionario.
Per una serie di incastri narrativi che collegano la prima puntata della prima serie all’ultima della terza serie (cioè il finale della serie intera), la redazione di Newsnight, il programma che conduce McAvoy e su cui gira tutta la storia, viene ristrutturata. In modo particolare cambia il produttore esecutivo e lo staff di produttori (cioè coloro che decidono che notizie mandare in onda, il blocco di sostanza del telegiornale; il produttore esecutivo è la figura responsabile di quel che si vede in televisione, dalle notizie alla forma in cui vengono date).
Il nuovo produttore esecutivo diventa MacKanzie McHale, ex fidanzata di Will e produttore esecutivo tra i migliori del giornalismo americano, disoccupata perchè reduce dalla copertura giornalistica della guerra in Medio Oriente.
Sotto l’impulso di McHale e Charlie Skinner, il presidente della sezione news, la nuova redazione di Newsnight decide di fare un programma diverso. Basta mezze misure, basta politically correct, diplomazia tiepida e zerbinaggio. Si fanno le notizie, e lo si fa bene. Il tono lo si capisce dal monologo di apertura della prima puntata.

Qua ancora non è successo nulla, e non c’è ancora il nuovo corso di Newsnight. McAvoy però sente la pressione di qualcosa che non è più sopportabile, e in un certo senso prima che tutto cambi è lui stesso il primo a cambiare, seppur involontariamente, rispondendo in maniera per lui inusuale alla domanda della studentessa. Sta tutta lì la svolta tra il prima e il dopo. Nelle domande a cui McAvoy risponde in modo inutilmente inespressivo contrapposte al monologo eravamo-il-paese-migliore-del-mondo-ma-non-lo-siamo-più-perchè-non-siamo-più-bene-informati.

I giornalisti coinvolti in questo progetto decidono di dare le notizie. Farlo davvero. Informare con una professionalità e una deontologia granitica e infrangibile. Non ci sono interessi dietro, anzi c’è l’idea che i soldi, in una televisione via cavo, non li debba fare la sezione news. Essa deve informare l’elettorato. Perchè è a questo che guarda Sorkin. Alla politica. L’informazione deve servire a creare una coscienza collettiva e pubblica che sappia, che si sia consapevole. Solo così si può scegliere secondo le proprie convinzioni politiche. È degenerativo che si voti il “meno peggio”. Non è più democrazia, cioè non si vota più secondo criteri politici e morali insieme, ma unicamente secondo i secondi. Votare solo con criteri politici, senza morale, significa in buona sostanza una dittatura. Votare solo secondo morale, senza nessuna idea politica, significa una democrazia populista e degenerata.

Nella seconda parte del monologo (la parte che segue la fine del video), McAvoy continua dicendo che se è vero che l’America non è il più grande paese del mondo, è vero che lo è stato. E lo è stato perchè era un paese informato “da grandi uomini”. (Su questo c’è un bel articolo dal blog di Luca Sofri, il direttore de Ilpost, che ha scritto ripetutamente di questa serie. L’articolo riporta la seconda parte del monologo.)

Così si riparte ricostruendo un telegiornale nuovo e migliore. Che aspiri ad essere un servizio pubblico di primo piano, forte del fatto – paradossale ma figlio del capitalismo televisivo – che appartiene ad un canale a pagamento. La gente paga per vedere quel telegiornale, allora deve vedere il miglior telegiornale possibile, imperniato intorno ad unico asse: la verità. Questo è Newsnight 2.0.

Nella terza puntata della prima serie Will McAvoy apre il telegiornale (e la puntata) con un monologo sul nuovo Newsnight, in una scena chiave che sta anche a manifesto della serie intera.
(Il video è in inglese con i sottotitoli in inglese. Qua trovate il testo del discorso in inglese).

La serie è molto bella anche per la rete di personaggi, che sono tipicamente sorkiniani nelle loro psicologie. Sono tutti incredibilmente dotati in quello che fanno, sono brillanti, dediti e appassionati. Allo stesso tempo sono tutti incapaci sentimentali, tanto bravi nel lavoro, quando inetti nella vita fuori dalla redazione.
Partendo da una condizione collettiva di un giornalismo docile e un po’ servile, la rinascita dei singoli passa attraverso la rinascita del prodotto nuovo che tutti concorrono a creare. Per questo non ci sono cattivi. Il vero nemico è il non riuscire a fare il vero giornalismo. Nemmeno gli apparenti cattivi, cioè i proprietari del canale, sono gli antagonisti. Tutti, a loro modo, remano dalla stessa parte. La metafora di Don Chisciotte, che lega trasversalmente come un filo rosso la morale di questa serie, si completa nella lotta della redazione (in primo luogo il condottiero donchisciottesco McAvoy) contro i mulini a vento di chi mente, chi distorce la realtà, chi usa l’informazione in modo strumentale. Tutti mostri enormi e informi: ci sono politici, altri giornalisti, telegiornali, il Tea Party.

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La prima serie è quella più attenta al giornalismo reale, in un confronto spietato e impari tra Newsnight (cioè un telegiornale fittizio) rispetto a quelli e realmente andati in onda. Tutte le puntate della prima serie sono costruite infatti come una macchina del passato. Sorkin usa i grossi avvenimenti appena trascorsi (era il 2010-2011) e ipotizza come Newsnight avrebbe dato le notizie, ovviamente meglio di come sono state date nella realtà. Dall’esplosione della piattaforma della BP a largo della Louisiana, alle elezioni della seconda presidenza Obama.
Questo aspetto è ciò che ha canalizzato la maggior parte delle critiche, che accusano Sorkin di moralismi e lezioni su come dovrebbe essere fatto il giornalismo, accusando di incapacità chi fa quel mestiere, mostrando però un’alternativa troppo cinematografica per essere presa sul serio.
Ma come scrive Quit su Internazionale in un articolo molto lungo ma sinceramente appassionato e puntuale sulle ragione per le quali questa serie è una grande serie, The Newsroom è una favola morale che non va, e non può, essere presa come una lezione di giornalismo. Prevedibile che se scrivi una serie su dei giornalisti giovani guidati da un Fabio Fazio che diventa Edward Murrow e su come il giornalismo dovrebbe essere ma come non è, non ti attiri molte simpatie dagli addetti ai lavori. Ma questo, dice Quit, è guardare il dito del saggio che indica la luna. Al contrario di quel che scrive Aldo Grasso sul Corriere, pur elogiando molto la serie, The Newsroom non è uno show adatto ai giornalisti di professione, perchè il giornalismo non può essere fatto così. Con quella dedizione, con quell’intransigenza deonotologica, con quel controllo totale delle fonti. Ma anche con l’idea che basti essere i migliori giovani in circolazione per diventare produttori associati. Quella meritocrazia è normativa, non potrà mai essere descrittiva. È semplicemente impossibile. Ma se andiamo oltre il principio di realtà che dice, “va bè, questo giornalismo è impossibile”, si scopre una serie che spiega come basti il fatto che una cosa venga fatta estremamente bene perchè tutta la collettività ne tragga vantaggio. Può essere presa sul serio da parte di un giornalista solo nel suo guardare all’obiettivo più alto, al vero scopo del giornalismo, cioè informare al meglio delle possibilità i cittadini.
La serie si può apprezzare solo se si va oltre il merito e la particolarità delle singole notizie, ma se si guarda alla morale che sta dietro, quanto ancora all’idea che il giornalismo non si possa permettere di perdere la sua componente morale.
Se il principio di realtà non vale per tutte le altre serie, perchè dovrebbe valere per questa? Non si guarda Gray’s Anatomy certo credendo che i chirurghi operino davvero così. La polizia scientifica non fa lo stesso lavoro di CSI, e soprattutto ha un tasso di criminali arrestati molto inferiore. Così dev’essere per The Newsroom: una serie normativa sul giornalismo, che non vuole descrivere uno stato di cose ma solo come dovrebbe essere, come sarebbe bello che fosse se questo mondo, leibnizianamente, fosse il migliore dei mondi possibili. Tutto questo rimanendo dentro un contesto seriale e televisivo drammaticamente sempre di alto livello.

The Newsroom è stata una serie ambiziosa prima di tutto sul giornalismo, ma poi, più in generale, sul ruolo determinante della conoscenza in una società. Piena di retorica e di emozione e di tradimenti e di canzoni famose strappalacrime sotto le scene topiche, come tutte le serie. Ma con qualcosa più di moltre altre: l’ideale che ci sia ancora la possibilità di fare le cose bene, e che questo sia abbastanza. Mettendoci passione e impegno. Dedicandovisi.
Scegliere di fare le cose bene – o perlomeno fare come uno pensa significhi fare le cose bene – comporta magari qualche lettore in meno, ascolti minori in un telegiornale. Ma meglio cento lettori attenti che mille distratti. Questa, noi del blog, è una cosa che abbiamo capito e che difendiamo. Alle volte i numeri possono andare a farsi fottere.

Luca Sofri, sull’ultima puntata della terza serie:

The Newsroom è stata un’opera straordinaria per chi ha interesse ed emozioni – con un’ingenuità che imbarazza a scriverne – per la qualità dell’informazione, per il ruolo del giornalismo, per l’integrità e la correttezza delle persone, per fare le cose bene, per insegnarlo e per impararlo. (…) Sorkin ha immaginato un modello: comportarsi bene. Ha immaginato una redazione che “fa le news bene”. E siccome non è sciocco – pur sfidando l’apparente ingenuità del suo messaggio – ha mostrato tutte le contraddizioni e le difficoltà di quel modello, e ha saputo raccontare che le cose non sono bianche e nere: assunto che distingue i saggi dai fanatici.
The Newsroom è il più grande e brillante trattato sulle complessità e le peculiarità dell’informazione professionale, e sulla sua straordinarietà: per questo non piace a chi è meno interessato a questa straordinarietà.
(…)
Chiamatemi ingenuo, e mi sfotto pure io, se ci penso: ma sono cose che aiutano, persino in una fiction americana con Jeff Daniels e una canzone country nel finale. Perché in giro, qua fuori, non le scrive nessuno.

SrM

P.S.:Tutta la serie è facilmente trovabile in streaming.

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