La necessità delle leggende e i criteri di valutazione: i più forti di ieri e gli eterni secondi

Nella notte italiana di qualche giorno fa (tra il 14 e il 15 dicembre) si è giocata a Minneapolis una partita del campionato NBA. In questa partita giocava uno dei giocatori di basket più forti di sempre, Kobe Bryant, che nel corso della partita avrebbe superato, con una buona dose di certezza, i punti complessivi messi a segno in tutta la sua carriera da Michael Jordan.

C’è nelle nostre società una iperestensiva malattia di dover classificare tutto in ordine di un merito non meglio specificato ma assoluto. È una malattia endemica soprattutto all’intrattenimento, dallo sport al cinema. Il film più bello di sempre, il giocatore più forte, eccetera. Si parla di Stati Uniti, ma si parla anche di noi. Se c’è una cosa in cui la globalizzazione ha raggiunto una percentuale vicina a cento è il mondo dell’intrattenimento televisivo, ovunque il medesimo, e lo sport, si capisce, è soprattutto intrattenimento televisivo.
Perchè questo imperativo classificare chi è il migliore con un criterio universale?
Una risposta potrebbe vivere nel fatto che gli Stati Uniti sono una terra culturalmente fondata sugli eroi e i self-made man. Cioè sono fortemente pregni della cultura (e spesso della retorica) di un individualismo forte che permette di raggiungere obiettivi alti; che permette di salire la scala sociale con una mobilità verticale addirittura intra-generazionale. Basta lavorare sodo per arrivare al gradino più alto. La necessità di classificare muove dal fatto che deve essere visibile colui che sta in cima alla torre, perchè quel posto deve essere un obiettivo a portata. Il primo posto è il motore immobile di tutta la scala sociale. Si deve vedere il traguardo per poterlo raggiungere. Voglio arrivare lì in cima, si dice puntando l’indice con sguardo a seguito. E per avere una vetta a cui arrivare bisogna fare in modo che si crei una gerarchia in cui migliori stanno in cima: si deve classificare.

Nello sport, però, le cose sembrano andare in maniera diversa. C’è la possibilità di diventare il migliore nel proprio periodo, ma se si vuole diventare il migliore in assoluto, la leggenda prima, il più forte di sempre, ci sono soprattutto altri fattori che intervengono.
Se si vuole determinare, sportivamente parlando, l’incisività di un giocatore nella storia di uno sport, ci si potrebbe basare prima di tutto sui fatti, quindi sui dati statistici. Si potrebbe dire, per esempio, che l’attaccante migliore della storia del calcio è quello che ha segnato più gol. Vorrebbe dire aderire ad una gerarchia numerica, una dittatura della statistica, ma si proverebbe almeno ad eliminare qualunque soggettività dal criterio. Va da sé che un giocatore non può essere considerato il migliore perchè è quello che ha fatto emozionare di più. Chi, ha fatto emozionare? Cosa vuol dire emozionare? Perchè deve essere considerato il migliore dello stesso sport in cui parte degli appassionati, vedendolo, non si emozionavano?

Kobe Bryant, l’altra notte, ha superato Michael Jordan. Ha fatto più punti di lui. Ma Bryant sarà un eterno secondo. Non c’entra con il merito, il talento, la bravura, la capacità. Non c’entra con le statistiche. È semplicemente una questione mediatica, il modo in cui ci si racconta e si viene raccontati. Bryant aveva Jordan in cima alla torre, ha lavorato per raggiungerlo (tanto che nel comunicato stampa di MJ si elogia Bryant proprio per la sua etica del lavoro), l’ha superato, ma non ha potuto scalzarlo. Jordan sta sempre lì.
Va detto che Jordan non era il primo per punti segnati, era terzo. Ora, quindi, è quarto.
Eppure è lui, il basket. Proprio come Maradona è il calcio. Sono la sineddoche di un intero movimento sportivo.

Non si può scalzare l’eroe, la leggenda, fino a che tutta una collettività, in cui hanno ruolo soprattutto coloro che non appartengono alla specificità, per esempio, dello sport in questione (quindi i non appassionati di basket) non creano uno spazio in cui l’eroe possa essere superato. È uno spazio mentale, un orizzonte nuovo di significati che appartiene all’immaginario di tutti. È il discorso intorno a Jordan ciò che lo rende il migliore di sempre, indipendentemente dal fatto che lui fosse, nella realtà dei fatti, migliore di tutti gli altri giocatori.
Bryant, fuori da quella cerchia sociale di persone in cui il basket ha un ruolo più o meno marginale, ma presente, potrebbe essere chiunque. Jordan appartiene a molte più persone ad esso estranee.
Jordan è conosciuto al di là dei suoi meriti sportivi. Si conosce senza nemmeno sapere che ruolo giocava, in cosa era bravo, in che squadra.
Quando ha girato Space Jam (1996), il film in parte di animazione con i Loony Tunes, Jordan l’ha fatto perchè aveva questa forza di essere trascendente al basket. Al film non serviva un bravo giocatore di basket, serviva Jordan, un personaggio totale dell’intrattenimento. Jordan era (ed è) una leggenda in un’America affamata di leggende. Se c’era un equivalente di Jordan nel lacrosse (e se il lacrosse avesse avuto lo stesso peso sociale che ha il basket), BugsBunny&Co. avrebbero giocato a lacrosse.
Bryant non è considerato migliore di Jordan (così come non lo erano Abdul-Jabbar e Malone, i due che precedevano Jordan nella classifica) proprio perchè non c’è la possibilità (mentale) di considerare qualcuno, qualunque giocatore, meglio di Jordan. Non c’è possibilità che la statua di Jordan venga abbattuta dalla piazza rossa della città del basket. Le leggende vivono di un iperconservatorismo del discorso intorno a loro. Molti appassionati di calcio ritengono i migliori calciatori della storia del calcio Pelè o Maradona non avendoli mai visti giocare. Guardando qualche video di Maradona, quel gol contro l’Inghilterra. Ma soprattutto si fidano e sono condizionati da un discorso che appartiene al calcio stesso e che vuole Maradona o Pelè essere i migliori.

Questo si traduce anche nel fatto che Bryant non potrà mai essere considerato forte come Jordan.
L’eroe è solo, non si può essere i migliori in due. Non esiste il primo posto ex equo.
Ancora nel calcio: l’eterna dialettica tra Cristiano Ronaldo e Messi è perfettamente emblematica. Chi è meglio in questo momento? Chi è meglio in assoluto? Chi è meglio quando si vota per il Pallone d’Oro? Per ogni domanda cambia chi fugge e chi è inseguito, chi sta davanti e chi dietro.
L’opinione non si accontenta dell’equivalenza tra i due. Vuole un vincitore e vuole un secondo. Un re, e uno che rimane fortissimo, ma primo tra i perdenti.

Dicendo questo non dimentico l’evidenza che è ragionevole considerare Jordan il più forte di tutti e di sempre. Ma allora si torna al punto precedente: secondo quale criterio?
Jordan è stato il migliore di sempre in tante cose, dice la sua pagina Wikipedia, quindi se è vero che non è il giocatore top-scorer NBA, è vero che è possibile ritenerlo il migliore guardando quante altre statistiche NBA guida. Ma questo è valido solo se si ritiene qualunque statistica commensurabile nei suoi termini numerici, tralasciando il contesto. Il problema e la debolezza del criterio numerico si manifesta invece proprio se si tiene conto del contesto. Cioè che nel frattempo il basket è cambiato. La qualità complessiva dei giocatori è più alta; le squadre sono meglio preparate fisicamente rispetto a prima, dove Jordan era un giocatore fisicamente straripante rispetto ad un livello atletico decisamente inferiore ad oggi.
(Queste informazioni sul basket, che io non possedevo, le devo a L.S., un amico esperto di basket che ringrazio)

Un calciatore come Maradona, nel calcio che vediamo adesso, sarebbe stato meno determinante. Non si può tradurre numericamente questa percezione (che rimane tale dato che Maradona non ha più venticinque anni e non gioca), non si può dare un numero a questo e poi sottrarlo dalla forza complessiva di Maradona rispetto, per esempio, a Messi.
Se inseriamo il talento del giocatore nel contesto complessivo degli equilibri di uno sport, bisognerebbe considerare più forte chi è maggiormente determinante nelle condizioni di contesto più difficili. Ovvero: se pensiamo che il calcio (inteso come sistema) in cui giocava Maradona era più semplice nei tre aspetti tecnico, tattico ed atletico, rispetto al calcio di oggi, allora bisognerà necessariamente considerare Messi più forte di Maradona, essendo determinante in un calcio più difficile.
Questa è un alternativa possiamo dire storicista alla classificazione assoluta. Si dirà che Maradona è stato il più forte all’interno del suo sistema calcistico; lo stesso per Messi (Ronaldo o chi per loro), e che i due sistemi non si possono comparare in termini assoluti. Secondo questa prospettiva ogni altro discorso finisce per essere chiacchiera da bar. Intendiamoci: la chiacchiera da bar non è più scadente, è solo aporetica. Non porta da nessuna parte.
Ma come si è visto questa soluzione non è accettabile proprio per il liquido amniotico in cui siamo immersi, che vuole per forza di cose un primo e un secondo in termini assoluti.

Il basket e il baseball, senza forzare conoscenze che non possiedo in merito, mi paiono essere sport tipicamente americani proprio perchè si ascrivono pienamente nella retorica della grande individualità, propria della cultura americana e da lì esportata essendo stati gli Stati Uniti il centro nevralgico dell’egemonia culturale a cui siamo stati tutti sottoposti per ragioni sostanzialmente storiche.(Così per usare Gramsi, che non guasta mai).
È il giocatore fenomenale che cambia le sorti della partita. Questo ha una validità molto diversa dal dire una frase simile sul calcio: Messi è un calciatore che cambia le partite. È vero, accade, ma se poi la sua difesa prende quattro gol, la partita viene persa lo stesso. Avere un grandissimo giocatore nel quintetto è invece molto più determinante che avere un giocatore pazzesco in una squadra di calcio mediocre. Nel baseball, un battitore o un lanciatore fortissimo, hanno molte più possibilità di far vincere una partita a dispetto del rendimento della squadra, comparato con le possibilità che ciò accada nel calcio o in qualunque altro sport più collettivista.

Per capire come ciò appartenga tipicamente alla cultura americana, quando un singolo non è determinante, come nel football americano, la contromossa è divinizzare comunque un singolo giocatore, come accade per i quarterback.

Al netto di tutto, non vedo in questo se non un riflesso della retorica di quell’individualismo a cui si faceva precedentemente riferimento. La logica del singolo che ce la può fare nonostante tutto, che dipende solo dalle sue capacità, ha bisogno di essere nutrita di modelli. Un riflesso è lo sport. Un altro riflesso è l’eroismo hollywoodiano. Un altro ancora è retorica dall’immigrato povero di inizio novecento che arrivava per nave con la valigia di cartone, che attraversava il tunnel stellestrisce del sogno americano uscendone milionario. Certo che c’è etica del lavoro. Nessuno regala niente, ma poi c’è una cultura che garantisce foglie di palma e cori di osanna per l’entrata nella città del successo.

L’America (ognuno poi valuti quanto è coinvolta anche la nostra cultura) ha bisogno che di eroi fuori dal tempo, intoccabili, assoluti. Non soggetti alla storicità. Non si può dire: è la leggenda di quel periodo. Perchè il suo periodo è passato, e al vertice della torre nel qui ed ora ci sarebbe un vuoto inammissibile. C’è troppa fame di modelli per suddividere l’eroismo in periodi, servono eroi per sempre, e se poi ancora credete, come me, che certe cose semplicemente non si possono comparare e gli assoluti non esistono, è un problema vostro.
Si finisce a dire che Jordan è una leggenda e Bryant è una leggenda; come a dire che gli eroi, in quanto tali, sono tutti uguali (assoluti). Ma come insegna Orwell (Fattoria degli animali) il concetto di uguaglianza implica sempre che all’interno di essa, certi uguali sono più uguali degli altri.

SrM

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