Vendersi l’anima (agli arabi)

“Un’alleanza strategica con una delle più prestigiose istituzioni al mondo”, ipse dixit di Florentino Perez, presidente del Real Madrid, dopo aver sottoscritto un accordo milionario con la banca nazionale di Abu Dhabi, Emirati Arabi. Se non si fosse capito, l’istituzione prestigiosa a livello mondiale è la suddetta banca. Da dove nasca il suo prestigio, fuori dai petrodollari, Perez non ce lo dice, ma evidentemente non importa a nessuno.

Per accedere al credito, essendo quella una banca ed essendo pure tempi di crisi, ci sono delle condizioni che viste in ottica di garanzie assumono un’ombra un po’ tetra. Ciò che è stato richiesto dalla Banca è la rimozione della croce cristiana dalla cima della corona castigliana che sovrasta lo stemma della squadra.
Ci ricorda le crociate, dicono loro.
Photoshoppata in diretta, probabilmente, così da non rimandare le trattative, ecco che – religione a parte – sono tutti più contenti. Il Real ha le casse più gonfie (ma com’è che i debiti stellari rimangono sempre?); gli emiri hanno un tentacolo in più nell’economia reale e l’ennesima dimostrazione di potere, qualora ne avessero bisogno (gira voce che siano un po’ mitomani questi emiri).
Non è che il Real abbia tolto la croce tout court, l’ha rimossa solo quando gli aficionados di etnia araba e religione musulmana hanno a che fare con lo stemma.
Un po’ come le caramelle degli orsetti gommosi, che siccome hanno una componente fatta con una parte microscopica del maiale, nei paesi musulmani non possono essere venduti perchè non possono essere mangiati. Rinunciare agli orsetti? (rinunciare ai soldi della banca emira?) Assolutamente no. Gli orsetti hanno un componente chimico anzichè quello biologico del maiale, e li fanno apposta in Turchia per i mercati mediorientali. Il Real rimuove croci e cambia i propri santi fuor di patria.

Stemma Real prima/dopo

I giornali (spagnoli, ma anche qualcuno dei nostri) raccontano la situazione denunciando il crollo di una morale identitaria in barba ai soldi. Lo scrive Marca, che evidentemente spegne la luce sul fatto che il Barcellona ha uno sponsor altrettanto milionario dal Qatar, che da Abu Dhabi dista qualche briciola più di 300 chilometri. Tace anche il fatto che lo stesso Barça aveva fatto una cosa del genere sostituendo la croce di San Giorgio con una riga verticale durante una tournèè mediorientale. Sempre per non urtare sensibilità.

Così come trovo incomprensibile l’invettiva moralista di Boban a Sky Sport. (Boban è un ex calciatore che si distigue per una esasperante apatia locutoria nel commentare.) Come i difensori reazionari di qualsiasi costume in qualsiasi tempo, Boban comincia col tuonare: “è una vergogna!”, ma senza poi dire mai, bene e chiaro, il perchè sia una vergogna.

Il calcio è probabilmente diventato lo specchio del ridicolo.
Da una parte trionfa l’ipocrisia più nera: si prendono soldi perchè si è più indebitati di una famiglia del Midwest americano con due figli in un college Ivy League, e li si giustifica con strategie di marketing internazionale: “Ampliare il mercato”; dove, ad Abu Dhabi? Una città che fa gli stessi abitanti di Milano?
Dall’altra parte (giornalisti e commentatori a vario titolo, bar compresi) si cerca in tutti modi di fronteggiare la deriva con la nostalgia del ritorno; prati verdi, fiori, amore libero e quel calcio del passato fatto di famiglie allo stadio (e motorini giù dalla Nord, ma questo non è un valore, e i disvalori non si possono dire). Il tutto accompagnato da nuove politiche progressiste e illuminate (da chi? Tavecchio?) sui settori giovanili; autarchie di organico retoricamente neofasciste (nel calcio italiano solo italiani!) e altre cose confuse di questo genere.

Quel calcio lì non ci può essere, almeno nel breve termine, ma non vorrei prendermi io la responsabilità nel dire che il re è nudo.
L’inchiesta sulla FIFA ha dimostrato in maniera inequivocabile che il calcio è in primo luogo economia politica, tutto il resto viene dopo. Interessano i soldi, e il calcio è un buon modo per muoverne.

Comanda chi ha i soldi, e i soldi, per ora, li hanno soprattutto sceicchi ed emiri. Forse si potevano appassionare al cricket, ma non credo che nel cricket giri tanta grana. Poi c’è vedere se l’organizzazione mondiale del cricket è fallace come la FIFA.
C’è anche la possibilità che gli sceicchi lo facciano per divertirsi, e dire che il calcio è tirare palloni gonfi di soldi è solo un’allucinazione che va di moda.

Il calcio si è venduto l’anima, ma prima lui l’aveva già fatto il Dr. Faust, e nessuno aveva gridato dalla transenna dello studio televisivo che era una vergogna. Se Faust lo fece per avere conoscenza assoluta, il calcio l’ha fatto per sopravvivere (sopravviversi?) Tra i due, io, non ci vedo poi tanta differenza.

p.s. Non dite che il problema non è vendersi l’anima ma venderla agli arabi, che sennò, oltre che apologeti di una cosa che non esiste da trent’anni (cioè il calcio per il calcio), finite pure con l’essere razzisti.

SrM

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