Il cinema come lo raccontavano loro

C’è un elemento del cinema che ho sempre trovato affascinante: la specificità che ha nel creare discorso intorno a sé. Di cinema si parla. Moltissimo. C’è un momento, appena fuori dalla sala, dove si commenta il film. Succede quasi sempre. Appena dopo un libro, chiusa l’ultima pagina, tendenzialmente si sta in silenzio, e non è che di libri non si parli, è più che c’è una diversa forma di immediatezza, nel cinema.
Alla fine del 2012 venne pubblicato, per Einaudi, un libro di oltre mille pagine che più di ogni altra cosa fu la chiave di volta della mia passione verso il cinema. Nasce da lì, il mio cinema. Da un libro che ha in copertina, scritto enorme in rosso, proprio quella parola: cinema.
Me lo trovo per le mani un pomeriggio di Feltrinelli. Il libro è una raccolta di recensioni cinematografiche di due giornalisti del Manifesto, scopro, scritte negli anni della loro decennale carriera.
Lui si chiama Roberto Silvestri (curatore di Alias, un supplemento di cultura e spettacoli del Manifesto). Lei è la sua collega storica: Maria (Mariuccia) Ciotta.
Ciotta e Silvestri non parlano di cinema, non l’hanno mai fatto. Quel che fanno è utilizzare del cinema per parlare di stati delle cose del mondo; per parlare di arte, della società, di politica. Cioè di tutti quei frammenti dell’agire umano che il cinema può descrivere, mostrare, raccontare. Loro scrivono (scrivevano) di cinema per fare filosofia: schietta, impegnata, militante, critica. Nelle loro recensioni non spiegano i film, li appesantiscono di citazioni e rimandi; riferimenti ad altro, costantemente. Se il cinema è un medium, cioè un mezzo di comunicazione, loro lo sfruttano e lo consumano come una cosa che sta in mezzo, non una cosa compiuta.
Non scrivono più, ma dal loro libro è evidente come entrambi avevano la capacità dei grandi critici (o dei grandi narratori) di creare intenzione di vedere il film di cui scrivevano. Usavano le parole creando reti di significati, partendo dall’assunto di fondo che un film dice delle cose a chi lo guarda. Non è mai per sé stesso, non è mai solo intrattenimento. Perchè se anche un film lo fosse, chi lo guarda – essere umano – no. L’essere umano costruisce significati, li manipola, li crea. Raramente in quello che fanno le persone c’è un unico piano di significati. La lezione del genio che era Roland Barthes in questo senso è disarmante.
Così come non c’è nobiltà di sorta nelle opere di espressione; non c’è cinema alto e cinema basso. Essai e popolare. De Sica (Vittorio) era popolare ed è diventato d’essai. Tarantino è un cult ma è soprattutto popolare. C’è sempre alto e basso, insieme, a convivere. Ciotta e Silvestri avvertono: pensare che Iron Man sia più semplice, dica meno cose, di Kaurismaki o Malik è un errore profondo. Non lo dicono espressamente, lo dimostrano accompagnandoti passo passo attraverso centinaia di recensioni.


La storia del giornalismo più recente dice questo: fino al 2009 Mariuccia Ciotta è stata condirettrice del Manifesto insieme a Gabriele Polo. Poi la direzione passa a Valentino Parlato, traghettatore, fino a che nel 2010 è Norma Rangeri a tenere le fila del quotidiano comunista senza partito e senza più nemmeno comunisti. Ci sono delle divergenze di linea tra tutto un blocco di undici redattori storici, tra cui sia Mariuccia Ciotta che Roberto Silvestri, e la direzione. Se ne vanno, entrambi. La coppia lavorativa, a livello istituzionale, si disfa: il Manifesto e la carta stampata italiana non hanno più quelle firme a raccontare il cinema.


Apriranno un blog, loro due insieme, su blogspot, come fossero due opinionisti qualsiasi.
C’è qualche elemento di fondo a cui è necessario fare riferimento. Tra le varie cose che sono cambiate nel giornalismo una è sicuramente la “terza pagina”, cioè come viene raccontata la cultura sui giornali. Nessun giornale o quasi ha la possibilità di raccontare la terza pagina come prima. Va per la maggiore spostare la cultura, approfondendola, in un supplemento (Domenica del Sole24ore; La lettura del Corriere; Alias del Manifesto). Ma soprattutto la pagina culturale migra verso il web. Ci sono stati Festival, e c’è un dibattito da qualche tempo su questo aspetto e più in generale su come stia cambiando il giornalismo rispetto ai tempi che corrono.
Sui giornali stampati il cinema è diventato solo stellette di valutazione, con qualche colpevolezza di ritorno della trinità critico-dizionaria Farinotti-Mereghetti-Morandini. Non conta il discorso, cioè il processo che da senso e che crea discussione; conta il voto da uno a cinque. Di fatto, conta quanta gente si spinge nelle sale.


In questo opaco panorama il libro di Ciotta e Silvestri è stato, due anni fa, l’orlo, la cucitura che meglio di tutti sancisce la fine di quel tipo di critica. Era impegnata, engagèe, prendeva il cinema forse troppo sul serio. Ma almeno controbilanciava le stellette. Dava un’alternativa.
Da decenni di scrittura di recensioni senza-stellette loro setacciano, filtrano, riscrivono. Infine pubblicano il libro che suggella la chiusura di quel cerchio. Nel 2012, quando il Manifesto è in terremoto.

Quel giorno lì, in Feltrinelli, ho aperto il libro a caso, non conoscendone il contenuto.
Il libro è strutturato così: ci sono diciassette capitoli che corrispondono a diciassette generi; dentro dalle venti alle trenta recensioni per tipologia. Una mappa geografica del cinema mondiale, secondo l’unico punto di vista possibile e insindacabile: il loro.
Miyazaki con i cartoni Disney. Abel Ferrara seduto a fianco a Godard. Tarantino che tiene la mano ad Asia Argento (sì, Asia Argento, figlia di Dario Argento, ha fatto anche dei film). Sono tutte recensioni brevi (un paio di pagine, spesso meno), che però si rileggono due, tre, quattro volte. Ogni volta per capirci qualcosa di più della loro interpretazione o del film.
Ho aperto il libro a caso, dicevo, più o meno a metà. P. 743. recensione de Il codice da Vinci.
La recensione è di Roberto Silvestri (ma giuro che scrivono talmente simile che non ci fosse esplicitato l’autore, la recensione sarebbe attribuibile all’uno come all’altra).
Comincia così:


“C’è più Klossowski che Gottfried Benn in questo Codice. Non siamo innalzati sulle vette supreme dove fanatici integralisti in stile gnostico (i maestri iconoclasti dei Wahabiti, i nemici numero uno della contemporaneità) vogliono sottrarre alle moltitudini plebee e materialiste conoscenza sublime delle cose. Ma abbassati a semplici turisti della Parigi di oggi, tra Louvre di dentro e Piramide di 666 vetri di fuori.”


Questo incipit è paradigmatico del loro stile. La prima lettura è difficile, ma già dalla seconda si comincia ad intuire un senso, e soprattutto si è portati a vedere chi sono Klossowski e Gottfried Benn, poi i Wahabiti. Già qua, che si capisca o meno la relazione dello scritto con il film, si imparano (perlomeno) tre cose nuove: Klossowski, G.Benn, Wahabiti. Leggendo la recensione de Il codice da Vinci di Ron Howard, quello di Happy Days.
Era la capacità di utilizzare in modo pazzesco e trasversale la cultura.
Era il cinema come lo raccontavano loro.

SrM

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