Apologia del libro (di carta)

Alla fine dell’anno scorso uscì il rapporto Istat sulla lettura in Italia (che trovate qui ).
A suo tempo diceva due cose importanti: 1.In Italia si legge poco o niente. 2. Parte importante del mercato di acquisto dei libri si sta spostando su Internet.
Nel rapporto però non si faceva – colpevolmente – differenza tra gli acquisti online di libri cartacei ed e-book, come se lo scarto da evidenziare fosse tutto nella differenza tra chi esce a comprarsi un libro e chi sta a casa a farselo arrivare senza alzarsi dal divano.
C’è tutto un altro strappo da mettere in luce, che vive nella distanza tra le copie cartacee e le quote di mercato degli e-book. In Italia la quota dei libri digitali è bassa, ma in aumento (e si scarica molto). In America, per esempio, dove sono partiti molto prima di noi, è alta, ma con una crescita in flessione rispetto agli altri anni. Nel mezzo ci sono i mercati di Francia, Germania, Inghilterra, Australia.
Il fatto che il digitale stia dilagando anche negli usi più nobili e antichi dei libri è inappuntabile ed è esploso, nonostante fosse già successo, quando il 2 giugno 2014 la neoinsediata ambasciatrice americana in Svizzera giurò (a Londra) su una costituzione americana in e-book.
Nel weekend c’è stato a Milano, nel centro congressi della vecchia fiera, il secondo salone del libro usato, per quest’anno unito alla piccola editoria. Un evento fatto di parecchia gente, qualche occasione e un sacco di libri che nemmeno un bibliofilo compulsivo riuscirebbe a comprare tanto sono vecchi, rotti, inutili, consumati e mancanti. Tutto nella norma, alla fine.
Ci sono andato.
Io e tutte le persone che erano lì, vaganti per gli stand, condividevamo la stessa filosofia del possesso: avere un libro nella libreria (non per forza nuovo, essendo nella fiera dell’usato) è diverso, e per noi evidentemente migliore, dall’averlo nella memoria invisibile di un e-reader o del non averlo affatto. Non si parla di una patologica deriva verso il possesso infinito di libri. È più un cercare quel libro che volevo leggere. Avere la possibilità reiterabile di leggerne anche solo una parola.
I libri si comprano per due motivi (come scriveva Luca Sofri in un suo post): per una sorta di feticismo consumista dell’oggetto libro (sostanzialmente per ragioni di arredamento) e (che può diventare “o”) per ragioni di contenuto e lettura.
La condanna tout court all’ebook è una stupidata, tutti d’accordo. Ci sono dei vantaggi oggettivi che vanno dalla gratuità dei testi senza diritti (moltissimi classici) all’auto-pubblicazione che spalanca le porte agli autori e cancellano parte della gerarchia editoriale fatta di editor e ministri vari delle case editrici.
C’è un cuore della faccenda che però non va dimenticato. Non va perso di vista il fatto che la memoria di quello che siamo passa da una necessaria oggettualità, cioè si costruisce nell’iscrizione di un passato nelle cose, negli oggetti. Rimaniamo sul grosso: da più di un secolo il vissuto lo si fissa nelle fotografie. Poi sono arrivati i video, e la cosa si è fatta un po’ più trash. Per chi legge, i libri contengono parte di questo vissuto. Sono fogli di carta rilegata che portano nelle pagine il tocco, lo sguardo, il momento. Una sottolineatura, uno studio, una nota a margine.
Se è perdonabile un eccesso di romanticismo, credo che Casa sia (anche) dove ci sono i libri che abbiamo letto. Dove c’è traccia di noi, come spiegava Derrida riprendendo Levinàs, e poi Ferraris riprendendo a sua volta Derrida (Documentalità, 2012).
Questo processo di calcificazione del passato, forse, è una delle poche cose che non è delegabile alla tecnologia. Ci sono oggetti che non sono adatti (cioè “atti per”) mantenere questo patto con il passato.
Famoso, e trovo anche particolarmente struggente, l’aneddoto secondo cui Jorge Luis Borges, quasi cieco, accarezzava i libri che aveva nella sua casa di Ginevra. Come fosse Anne dell’Amour Palma d’oro e premio Oscar raccontato da Michel Haneke pochi anni fa, in una scena in cui lei, pianista di fama troppo vecchia per suonare, si limita ad ascoltare Schubert – solo ascoltare dalla radio – ma con le mani sui tasti del pianoforte, senza schiacciarne nemmeno uno, facendo finta di suonare.
Pensare che lei potesse tenere le mani sul pianoforte-applicazione di un iPad, pur con tanti sforzi, non ce la faccio proprio.

SrM

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